Aleksandar Vučić

Il neopresidente della Repubblica Aleksandar Vučić cerca di spingere al dialogo con le forze di opposizione, con l’intento di modificare la Costituzione. Tra i temi più delicati e spinosi, il Kosovo

13/06/2017 -  Dragan Janjić Belgrado

Subito dopo l’assunzione dell’incarico di presidente della Repubblica, Aleksandar Vučić ha annunciato che avvierà un dialogo con l’opposizione su alcune questioni chiave per il futuro della Serbia, compresi i rapporti con il Kosovo e le riforme costituzionali. Tale annuncio è motivato da una pressante necessità, venutasi a creare con l’accelerazione del processo di integrazione europea del paese, di assumere un nuovo e più flessibile atteggiamento nei rapporti con il Kosovo, nonché di adottare alcune modifiche costituzionali per un adeguamento agli standard europei, soprattutto in tema di giustizia.

Il clima politico in cui è sorta questa iniziativa no è privo di tensioni: sono anni che i partiti di opposizione e il settore non governativo vengono bollati dai funzionari di governo come una specie di nemico interno, un freno allo sviluppo della Serbia. Si insiste sui loro presunti legami con gli ambienti criminali e con  "poteri esterni al paese", bollandoli come traditori o cricca di incompetenti, capaci solo di perseguire i propri interessi.

Che l’andamento del dialogo non sarebbe stato privo di difficoltà era emerso già all’inizio della scorsa settimana, quando Vučić ha invitato i partiti e i gruppi politici presenti al parlamento alle consultazioni per la nomina del nuovo premier. Il Partito democratico (DS), come principale forza di opposizione, ha subito risposto di non aver nulla di cui parlare con Vučić, e anche il Partito socialdemocratico (SDS) dell’ex presidente Boris Tadić, nonché i movimenti "Dveri" e "Dosta je bilo" hanno rifiutato di partecipare alle consultazioni.

L’invito alle consultazioni per la nomina del nuovo primo ministro rientra negli obblighi costituzionali del presidente della Repubblica, per cui non è da intendersi come parte integrante del dialogo annunciato da Vučić a seguito dell’assunzione del nuovo incarico.

C’è da aspettarsi che l’opposizione, che finora non è mai stata consultata dalla coalizione di governo in merito alle decisioni strategiche da prendere, interpreti questo invito al dialogo su alcuni problemi chiave del paese come un tentativo di Vučić di convincere le forze di opposizione a prendere parte attiva, in un momento cruciale come quello attuale, alla risoluzione del problema del Kosovo, scaricando su di esse parte del peso dei compromessi da accettare. I partiti e i movimenti di opposizione di orientamento nazionalista, come "Dveri" e il Partito democratico della Serbia (DSS), rifiutano ogni compromesso sul Kosovo, mentre i partiti del cosiddetto "blocco filoeuropeo" non hanno alcun interesse ad aiutare Vučić.

L’opposizione

Il venire meno delle divisioni in seno all’opposizione, soprattutto sulla questione del Kosovo, è un’ipotesi poco verosimile, dal momento che gli ultranzionalisti di "Dveri" e DSS continuano a insistere sul fatto che il Kosovo è parte integrante della Serbia, mentre gli altri partiti di opposizione comprendono la necessità di accettare la realtà, essendo consapevoli di quanto ciò sia importante per il futuro europeo del paese. Tuttavia, nemmeno l’opposizione filoeuropea ha intenzione di scendere a patti con Vučić sulla questione del Kosovo, cercando di fargli capire che, dal momento che è stato lui stesso a ideare l’attuale politica nei confronti del Kosovo e ad essere per anni l’unico ad avervi voce in capitolo, godendo del sostegno di una netta maggioranza parlamentare ed esercitando un’influenza decisiva su tutti i segmenti del potere, ora deve assumersi da solo la responsabilità delle decisioni da prendere.

Tenendo conto del fatto che lo status del Kosovo è definito dalla Costituzione, ci sarebbe da stupirsi se i partiti di opposizione giungessero ad un accordo su una piattaforma comune per la modifica della Costituzione stessa. È più probabile che l’opposizione rimanga spaccata, almeno su questioni politiche ed economiche di primaria importanza, presentandosi divisa in due o più raggruppamenti sia all’annunciato dialogo col neopresidente sia alle prossime elezioni. Un’eventuale azione comune riguarderebbe solo questioni di carattere generale, come l’accesso ai media mainstream, la revisione delle liste elettorali, ecc.

Il Partito democratico (DS) potrebbe decidere di partecipare al dialogo sulla riforma costituzionale, visto che ha già presentato all’opinione pubblica una sua proposta, nella quale si insiste in particolare su una maggiore indipendenza della magistratura. Inoltre, è logico supporre che il DS, così come gli altri partiti che potrebbero mostrarsi pronti al dialogo, chiederà più spazio sui media mainstream, perché altrimenti il dialogo non avrebbe alcun senso.

La coalizione di governo potrebbe consentire una maggiore presenza dell’opposizione nello spazio mediatico per quanto riguarda alcuni temi specifici su cui verrà incentrato il dialogo, ma ciò non significa che sarà disposta a porre fine alla campagna denigratoria condotta da Vučić sui media contro chiunque si oppone al suo potere.

Quando ha deciso di avviare un dialogo con l’opposizione il neo-presidente ha sicuramente tenuto conto del fatto che essa è debole e spaccata, tuttora incapace di organizzarsi e condurre azioni politiche serie. C’è da aspettarsi che Vučić cerchi di sfruttare il fatto che due dei principali esponenti dell’opposizione degli anni Novanta, Nenad Čanak e Čedomir Jovanović, si sono dimostrati pronti al dialogo. Sia Čanak, come leader della Lega dei socialdemocratici della Vojvodina (LSV), sia Jovanović col suo Partito liberal democratico (LDP), sono di orientamento chiaramente filoeuropeo, ma godono di un sostegno sempre più debole, accusati di essersi troppo avvicinati a Vučić.

Spinte

Vučić vorrebbe senz’altro che Bruxelles e Washington dimostrassero interesse per la sua iniziativa di avviare un dialogo interno alla società serba, qualora la considerassero un potenziale contributo alla risoluzione della questione del Kosovo nel quadro definito dall’Accordo di Bruxelles. Di conseguenza, probabilmente si aspetta che i principali partiti di opposizione vengano sollecitati dall’esterno ad accettare il suo invito al dialogo, senza però mostrare alcun segno di essere pronto a cambiare la sua linea di condotta, estremamente dura, nei confronti dell’opposizione e del settore non governativo, dai quali viene fortemente criticato per il mancato rispetto dei principi dello stato di diritto e per un costante rafforzamento del proprio potere autocratico.

Anche le forze di opposizione cercheranno di sfruttare l’influenza che Bruxelles e Washington hanno su Vučić e sulla coalizione di governo, affinché venga attenuata la costante pressione mediatica negativa di cui sono bersaglio, ma anche per ottenere qualche altra concessione. Se e in che misura ci riusciranno dipenderà dalla loro capacità di organizzarsi e unirsi in modo da poter agire come un tutt’uno rispetto al potere. I tentativi in tale direzione sono ancora in una fase iniziale, ragione per cui Vučić cercherà, una volta varato il nuovo governo e formato il gabinetto presidenziale, di accelerare l’apertura del dialogo.

L’opposizione serba, ormai esclusa da quasi tutti i segmenti del potere esecutivo, dal livello locale a quello centrale, vede la sua chance nelle prossime elezioni, che dovrebbero essere quelle comunali di Belgrado, previste fra un anno. Vučić e il suo SNS non sono pronti a “cedere” Belgrado, avendola “conquistata” con fatica, mentre l’opposizione spera in un successo, cercando di dar vita ad un’alleanza funzionale. Pertanto, la prossima campagna elettorale porterà, di per sé, a un ulteriore inasprimento dei rapporti tra governo e opposizione.

Le elezioni a Belgrado non sono intrinsecamente legate al dialogo annunciato da Vučić, ma è possibile che il loro esito incida in maniera significativa sullo svolgersi dello stesso, soprattutto se dovesse vincere l’opposizione. Per i partiti di opposizione, in primis il Partito democratico, le elezioni a Belgrado rivestono maggiore importanza rispetto all’invito al dialogo lanciato da Vučić, per cui cercheranno di concentrarsi sulla campagna elettorale. L’inevitabile inasprimento dei rapporti tra maggioranza e opposizione che la prossima campagna elettorale porterà con sé di certo non gioverà all’avanzamento del dialogo.

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