In che misura le nuove sanzioni volute dall'Unione europea nei confronti della Russia - in vigore dal primo agosto - possono ripercuotersi sulle economie dell'area balcanica? Un’analisi

06/08/2014 -  Matteo Tacconi

Conti alla mano verrebbe da dire che non arrecheranno sconquassi sulle economie della regione. Dopotutto due dei tre comparti coinvolti – armi e prodotti tecnologici a uso sia civile che militare – non rientrano nei beni di punta dell’export dei paesi balcanici. Mentre sul terzo, il bancario, una deroga permette agli istituti russi di avere ancora accesso ai mercati europei, attraverso le proprie controllate.  

Nonostante questo dalle capitali del sudest europeo emergono notevoli preoccupazioni. Le restrizioni imposte a Mosca hanno infatti un respiro più ampio di quello dettato dai contenuti tecnici e possono generare comunque ricadute negative, incidendo sul clima generale degli affari e alimentando un raffreddamento dei flussi commerciali e degli investimenti.

Slovenia e Croazia perplesse

Grafico a cura di Rassegna Est

È la tesi snocciolata dalla Camera di commercio e dell’industria della Slovenia. L’istituto ha riferito che i settori interessati dalle sanzioni generano solo un milione di dollari, a fronte del miliardo e 260 milioni del valore dell’export verso la Russia (dato 2012), per un terzo costituito da esportazioni di prodotti farmaceutici, rivela l’Osservatorio sulla complessità economica (Oec), sviluppato dal Massachusetts Institute of Technology (Tutti i dati economici citati fanno riferimento a questa fonte).

Gli imprenditori sloveni temono però che la questione delle sanzioni possa danneggiare l’impalcatura complessiva dei rapporti economici russo-sloveni, minando la fiducia e portando a un calo dell’interscambio, solo in questo anno, che potrebbe toccare i venti punti percentuali.

Stessa musica in Croazia, la cui struttura dell’export verso la Russia non è dissimile da quello della Slovenia (medicinali e telefonia le voci principali), benché valga di meno: 491 milioni di dollari.

Bucarest fa la dura

La Romania, invece, non ha prestato troppa attenzione ai possibili riverberi delle sanzioni sulla sua economia (l’interscambio con Mosca supera i quattro miliardi di dollari). Le ha sostenute senza indugi. Il presidente Traian Băsescu ha addirittura accusato Bruxelles di essere troppo blanda. Una postura dettata dal fatto che Mosca ha colpito la vicina Repubblica di Moldova con sanzioni su carni, vino e frutta, dopo la firma degli Accordi di associazione e del Deep and Comprehensive Free Trade Agreement da parte di quest’ultima, il cui percorso europeo è sostenuto senza indugi da Bucarest.

Una questione si lega all’altra, insomma. L’economia alla politica e alla sicurezza. Senza contare che la Russia, nei confronti della Repubblica di Moldova e per esteso della Romania, può anche giocare in chiave destabilizzante la carta della Transnistria.

I dubbi di Sofia e la questione del gas

È Sofia, in ogni caso, la capitale del sudest europeo dove il tema della sanzioni è più caldo. La Bulgaria, al di là del peso non così ragguardevole dell’export in Russia (746 milioni di dollari), è uno dei paesi della regione dove la presenza economica russa ha più spessore. Si estende alle banche e all’energia, principalmente, arrivando a toccare il 5% del Pil. Il paese è inoltre uno snodo chiave di South Stream, il maxi gasdotto russo progettato allo scopo di portare l’oro blu in Europa, passando dal fondale del Mar Nero e dalla dorsale balcanica, fino a giungere alle porte di Vienna.

La battaglia euro-russa sull’Ucraina si intreccia fortemente a quella dell’energia. Bruxelles ha di fatto imposto a Sofia di stoppare i lavori per la costruzione della pipeline. Sono state addotte ragioni normative, relative alla gestione opaca dei contratti. Ma i veri motivi sono di natura politica. South Stream rientra nella delicata partita internazionale in corso e allarma non solo la Bulgaria, ma tutto il quadrante balcanico. South Stream passa infatti anche dalla Serbia e dalla Slovenia.

Il tracciato, inoltre, prevede possibili ramificazioni in Croazia, Bosnia e Macedonia. A differenza del petrolio, l’Europa ha al momento escluso il settore del gas dalle misure prese verso Mosca. Ma, dato che sull’Ucraina non si trova alcuna quadratura del cerchio, non è del tutto insensato aspettarsi qualche brutta notizia su questo fronte.

I Balcani non comunitari: favorevoli e contrari

Bulgaria, Croazia, Slovenia e Romania, essendo stati membri dell’UE, hanno contribuito all’adozione delle sanzioni (in vigore fino alla fine di ottobre) o quanto meno non vi si sono opposte formalmente. Gli altri stati della regione possono invece beneficiare della facoltà di scegliere se o meno allinearsi a Bruxelles.  

Dimitar Bechev, ricercatore di politica internazionale e direttore dell'ufficio di Sofia dello European Council on Foreign Relations (ECFR) , ha recentemente tracciato il quadro dei favorevoli e dei contrati alle restrizioni verso Mosca.

Nel primo gruppo rientrano l’Albania e il Montenegro. In entrambi i casi hanno prevalso i calcoli politici, rispetto a quelli economici. Tirana, che comunque non vanta rapporti commerciali così imponenti con la Russia, ha da poco ottenuto lo status di paese candidato all’ingresso in Europa. Opporsi alle sanzioni non le gioverebbe.

Più delicata la situazione del Montenegro. L’interscambio è leggero, ma la Russia ha un peso notevolissimo nel mercato immobiliare della repubblica adriatica. Ne possiede, si dice, il 40%. Podgorica ha tuttavia scelto di adeguarsi ai provvedimenti europei, anteponendo ai rapporti con la Russia quelli con la stessa UE (il paese è candidato membro) e con la Nato. Il governo, scrive Bechev, spera infatti di ottenere la membership dell’alleanza atlantica al prossimo summit annuale della Nato. Si terrà in Galles a inizio settembre.

Il fronte dei contrari è composto da Macedonia, Bosnia e Serbia. A Skopje e Sarajevo, si ipotizza, può pesare il possibile coinvolgimento in South Stream. Permetterebbe, fermo restando l’attuale impasse, di garantire in modo più efficiente i propri bisogni energetici e di ricevere investimenti sonanti dalla Russia.

La Serbia presenta invece un’analogia con la Bulgaria. I legami con la Russia sono solidi dal punto di vista economico, con un export di 899 milioni di dollari e un import di 1,77 miliardi, composto soprattutto da energia. Il paese è inoltre una delle vertebre di South Stream. Ma l’economia non spiega tutto. Belgrado, come Sofia, ha con Mosca un rapporto che si nutre anche di storia, cultura, fede e sentimenti. La Russia ha sempre sostenuto le cause della Serbia: dalla lotta agli ottomani a quella sull’indipendenza del Kosovo.

Il governo guidato da Aleksandar Vučić è in difficoltà. Da una parte deve portare avanti il discorso dell’integrazione europea, divenuto chiaramente il principale obiettivo nazionale. Dall’altra non intende rompere con la Russia, mandare in fumo l’affare South Stream e rinunciare alla pioggia di denaro a esso legata, dispensata con certezza e senza passare dai bizantinismi richiesti dalla burocrazia comunitaria.

Vučić sta fronteggiando le crescenti pressioni europee e americane. Bruxelles e Washington comprendono le sue riserve e il conseguente tentativo di comprare tempo. Ma gli avrebbero fatto capire che sarebbe meglio se si allineasse alle sanzioni. Entro settembre.

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