Yerevan (flickr/Shaun Dumpphy)

Un viaggio in Armenia e il racconto del perché valga proprio la pena visitarla. Riceviamo e volentieri pubblichiamo

19/05/2014 -  Max Smaniotto

Abitualmente, quando uno torna da un paese lontano, la gente pone una domanda dal sapore generale : “Com'era il/la … ?”. L'Armenia non fa eccezione, e dunque la gente normalmente mi domanda “Com'è l'Armenia?” accompagnando la questione con particolari sguardi e intonazioni della voce che sottolineano domande sottintese che vanno da “Ma che ci sei andato a fare in Armenia ?” a “Dov'è l'Armenia ?”.

Alla questione “Perché l'Armenia?” posso rispondere facilmente: ci sono andato per visitare un paese che non è stato ancora stato invaso dal turismo di massa.

L'Armenia confina a est con la Turchia, con la quale ha recentemente fatto passi in avanti nella normalizzazione dei rapporti diplomatici e economici (gli accordi per riaprire la frontiera tra i due paesi sono ancora in corso), a sud con l'Iran (gli iraniani viaggiano spesso in Armenia per potersi finalmente bere una birra in santa pace e tentare di rimorchiare una ragazza senza essere obbligati a sposarsela, ma pare che a molti armeni gli iraniani non piacciano granché, tuttavia gli accordi economici tra i due paesi vanno a gonfie vele, dunque a Yerevan si chiude un occhio), a ovest con l'Azerbaijan (questione ancora complicatissima per via della guerra del Nagorno-Kharabakh, la frontiera tra i due paesi è chiusa e zeppa di presidi militari, e se un aereo passa nello spazio aereo della regione separatista, gli azeri promettono di incenerirlo) e a nord con la Georgia (con cui sono in rapporti decisamente amichevoli ).

Giungiamo così alla prima domanda. “Com'è l'Armenia ?”. Ammetto di avere delle difficoltà a rispondere con un “bella” o un “brutta”. Se la si guarda con lo sguardo del turista desideroso di vedere belle città, particolarità storiche, novità e quant'altro, la risposta sarà invariabilmente “orrida”. Se invece la si osserva (e, soprattutto, la si vive) con gli occhi del viaggiatore, risponderò “interessante, e molto”.

Ho avuto l'enorme fortuna di poter visitare questo paese per due settimane assieme a ragazzi e ragazze armeni che abitano a Yerevan, la capitale, e che mi hanno fatto da guida e interprete. Sono stato alloggiato a casa loro, ho conosciuto i loro amici, parlato di politica e vita di tutti i giorni, frequentato i loro locali preferiti. È un tipo di esperienza che consiglieri a chiunque ne avesse la possibilità, perché l'Armenia è uno di quei paesi dove ad un certo punto puoi esclamare “Ah! Questa non me l'aspettavo proprio!”, e non è davvero cosa da poco.

Per cominciare: non si va in Armenia con l'intenzione di visitare solamente le città del paese. Rimarrete delusi per due ragioni. Innanzitutto in Armenia ci sono solamente due città degne di questo nome, Yerevan, dove abita circa un terzo della popolazione, e Gyumri, città dieci volte più piccola della capitale e in cui la metà degli edifici sono ancora diroccati a causa del tremendo terremoto del 1988. In secondo luogo non troverete molti edifici storici, ma molti orridi mostri sovietici, il che può tuttavia essere un punto d'interesse per il viaggiatore europeo, che non è nato e cresciuto nella periferia dell'URSS. Edifici immensi e di cattivo gusto costellano le città, e la metà cadono a pezzi.

Per visitare luoghi celebri e storici si deve uscire in campagna, verso Sevan, Geghard o Khor Virap, dove sorgono splendidi monasteri incastonati tra le valli. La povertà urla ad ogni angolo di questo paese, ma non è disturbante. Francamente, ho visto e sentito sulla pelle molta più miseria nelle periferie di Marsiglia e Genova, città nella quali ho vissuto, che non in quelle di Yerevan o Sevan. Pure rientrando tardi la sera non ho mai visto una scazzottata, nessuno mi ha importunato chiedendomi sigarette e soldi, nessuno ha insistito con richieste assurde o mi ha aggredito.

Ad un certo punto mi sono detto che mancava qualcosa nel decoro cittadino, poi ho realizzato che in effetti non avevo ancora trovato un solo alcolizzato che usasse i parchi pubblici come orinatoi e le panchine come cassetto dell'immondizia. Chiedo alla mia guida : “Dove sono i barboni ? E gli alcolizzati nei parchi pubblici?”. Al che mi risponde: “Ci sono poliziotti ovunque” e in effetti l'Armenia è un paese pressoché militarizzato. I soldati e i poliziotti si confondono con il decoro cittadino, ci si fa presto l'abitudine.

In un paese di circa tre milioni e duecentomila abitanti, sono trecentosettantamila coloro che compongono l'esercito armeno, tra soldati in attivo, forze di sicurezza e riservisti. Il servizio militare è obbligatorio, dura due anni ed è molto intenso, si impara a sparare davvero e si viene inviati a pattugliare i confini più “caldi”. Le loro uniformi sembrano uscite da una parata militare sovietica e, se si osserva per bene il cappello a parabola degli ufficiali, si potrà notare un'anacronistica stella rossa.

E di anacronistico in Armenia ci sono molte cose. Qua e là sono ancora presenti busti e ritratti di Lenin, orrende statue con titoli del tipo “Alla gloria imperitura del compagno Tizio”, falci e martelli decorano ristoranti e discoteche... il tutto convive con giganteschi cartelloni pubblicitari della Coca Cola, annunci di blockbusters hollywoodiani appena usciti al cinema e confezioni della Barilla al supermercato. No, in effetti l'Armenia non è un paese anacronistico. Sarebbe invece più giusto parlare di un paese di paradossi, perfetto esempio di quelle contraddizioni economiche e sociali che hanno caratterizzato (e che tutt'ora continuano a caratterizzare) molti paesi (ri)nati dalle ceneri dell'URSS.

L'Armenia è un paese dove un sociologo andrebbe in estasi mistica. Come potrebbe essere altrimenti per un paese che da un lato è nostalgico dell'epoca sovietica ma dove allo stesso tempo la gente fa la fila per battezzare il proprio pargolo a Khor Virap e dove le chiese spuntano come funghi? E a proposito di chiese: io e la mia guida giungiamo a Sevan, triste città industriale che sorge non troppo lontano dall'immenso e magnifico lago Sevan, un bestione di 500 km posizionato a 1500 metri d'altitudine e che ospita uno dei siti più suggestivi e conosciuti dell'Armenia, i monasteri di Sevanavank, attorniati a decine di khachkar, le tipiche croci in pietra armene simili a stele. Faccio notare alla mia guida che le strade sono dissestate, gli edifici cadono a pezzi, la vita è monotona, tuttavia costruiscono delle chiese (tutte uguali, tra l'altro). Dunque domando : “Ma perché anziché costruire delle chiese, non asfaltate piuttosto le strade e ristrutturate le case ?” domanda da tipico europeo, la mia, ma volevo una risposta. La risposta : “Non ne ho idea. Probabilmente costruiscono le chiese per poi metterci dentro la gente a pregare che il buon Dio faccia i miracoli e rimetta a posto le strade.” Rido all'arguzia della risposta mentre mi aggrappo saldamente al bracciolo della poltrona per evitare di battere la testa contro il tettuccio del minibus che, correndo per le vie di Sevan, incappa in una buca ogni cinque metri, rischiando di sbandare nella corsia opposta.

L'Armenia è un paese bizzarro sotto diversi punto di vista. Ogni tanto pare di essere in uno di quei racconti strambi e grotteschi tipici degli scrittori del centro e est Europa, come Gogol', Hrabal o Bulgakov, oppure di guardare un film di Fellini, Pasolini o... Parajanov, per l'appunto. Serjei Paradjanov è conosciuto per essere con ogni probabilità il più interessante regista armeno del XX secolo, e non a torto. Artista poliedrico sovente inviso al sistema sovietico, Paradjanov intratteneva, non senza enormi difficoltà, rapporti di corrispondenza con artisti del calibro di Pasolini, Mastroianni, Tarkovsky e Fellini. Consiglio di visitare la sua casa-museo, sita a Yerevan non lontano dall'ambasciata del Libano.

Nonostante sia un paese relativamente isolato, in conflitto col vicino azero, controllato da una cerchia di beceri oligarchi, Stato-satellite della Federazione Russa e dove la security nelle discoteche è costituita per la maggior parte di poliziotti in uniforme grossi come armadi, si deve ammettere che la vita culturale dei giovani armeni è molto gaia e dinamica, e questo grazie soprattutto al rientro di molti giovani provenienti dalla diaspora.

Spesso questi ragazzi, nati da famiglie installatesi all'estero (circa sei milioni di armeni, per la maggior parte provenienti dalla diaspora provocata dal genocidio del 1915, vivono e lavorano fuori dall'Armenia), tornano in Armenia e, coi soldi raccolti, aprono locali e ristoranti, portano nuove idee, nuove mode, nuove tendenze. Gli armeni sono gente fiera della propria storia e di coloro che si sono distinti nel campo della cultura e dello spettacolo nel resto del mondo. Riuscire all'estero è motivo d'orgoglio e emancipazione intellettuale per un intero paese e per un intero popolo. Tutti sanno che Aznavour e Cher hanno origini armene, i giovani portano un'adorazione sterminata per il gruppo System of a Down e, più recentemente, per Tigran Hamasyan, compositore jazz di eccezionale talento.

La vera forza dell'Armenia è rappresentata dai giovani, soprattutto quelli nati e cresciuti da quella classe media di epoca sovietica che furono i loro genitori e che si trovarono in gravi difficoltà economiche e sociali a metà degli anni novanta. Essi guardano al passato con indifferenza, al presente con disgusto e al futuro con ottimismo. Sono aperti al mondo, desiderano conoscere, cambiare le cose nel loro paese e nella testa della gente. Se mai ci sarà un futuro positivo per l'Armenia, quel futuro apparterrà a loro.

In conclusione: andare in Armenia? Sì, lo consiglio. È un paese particolare, dotato di un fascino raro, non bello, ma affascinante. È un paese che non cerca di incantare con orpelli e miraggi adatti ai turisti, ma è più che altro diretto, concreto. Lo si deve prendere così com'è, esattamente come i suoi splendidi paesaggi naturali, a mio avviso la reale ricchezza di questo posto incastrato tra le immense montagne del Caucaso.

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