Vukovar, 1991 (Foto Peter Denton, Flickr)

Vukovar, 1991 (Foto Peter Denton, Flickr )

La sentenza della Corte Internazionale di Giustizia, che ha respinto le accuse di genocidio presentate da Serbia e Croazia, apre una nuova stagione nei rapporti tra i paesi della regione

04/02/2015 -  Andrea Oskari Rossini Sarajevo

La Corte Internazionale di Giustizia, principale organo giudiziario delle Nazioni Unite, ha ieri respinto i ricorsi presentati vicendevolmente da Croazia e Serbia per violazione della Convenzione internazionale sul genocidio. La sentenza arriva dopo 16 anni. Il primo ricorso era stato presentato il 2 luglio 1999 da Zagabria contro l'allora Repubblica Federale di Jugoslavia. Nel 2008 la Serbia, stato successore, aveva deciso di presentare la propria contro accusa nei confronti della Croazia. La sentenza è definitiva e non appellabile.

Il giudice slovacco Peter Tomka, presidente della Corte, ha iniziato a leggere il lungo dispositivo alle 10. La posizione dei giudici – 15 contro due nel primo caso, unanimità nel secondo – ha progressivamente confermato quanto atteso dalla maggior parte degli osservatori ed esperti.

La CIG ha infatti seguito in larga misura le conclusioni del Tribunale Penale Internazionale per l'ex Jugoslavia che, nel giudicare responsabilità individuali negli stessi fatti contestati da Serbia e Croazia, non ha mai emesso sentenze di genocidio. Il caso di Srebrenica resta l'unico, per quanto riguarda il decennio di guerre nei Balcani, per il quale sono stati pronunciati verdetti per genocidio. L'ultimo in ordine di tempo, con sentenza definitiva, venerdì scorso .

Il verdetto di ieri della CIG, secondo quanto riportato nel sommario già disponibile online , stabilisce tuttavia che entrambe le parti hanno commesso atti genocidari. I giudici della CIG hanno cioè stabilito l'esistenza dell'actus reus, cioè dell'elemento oggettivo del reato, sia per quanto riguarda crimini commessi nei confronti della popolazione croata nelle Slavonie e in Krajna, che nei confronti della popolazione serba durante l'operazione Oluja, condotta dall'esercito croato nell'agosto 1995. Né Belgrado né Zagabria, tuttavia, avevano l'intento di commettere un genocidio. Nessuna delle due parti, secondo i giudici, è stata cioè in grado di provare l'esistenza nell'altra del dolus specialis, cioè dell'intento di distruggere “in tutto o in parte un gruppo etnico, nazionale o religioso in quanto tale”. Nessuna delle due parti viene quindi giudicata colpevole di aver violato la Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio.

Dopo la parte letta “in punta di diritto”, il presidente della Corte è passato alla lettura delle raccomandazioni. Si è trattato, forse, della parte più significativa dell'intera vicenda. Serbia e Croazia sono infatti state invitate a “cooperare”, in particolare per risolvere la questione delle persone ancora scomparse e per offrire “adeguate riparazioni alle vittime”, consolidando così “la pace e la stabilità nella regione”. Dopo 16 anni, i giudici hanno restituito la palla.

Responsabilità

Per troppo tempo, nei Balcani, è stato demandato alle Corti il compito di fare i conti con il passato, scrivere la storia, avviare un percorso di riconciliazione. Ora quel tempo è finito. Sono la politica, la diplomazia, la società civile, le forze che possono e devono guidare il processo di normalizzazione nella regione. Fornire informazioni sugli scomparsi, arrestare i (propri) criminali, dare le riparazioni alle vittime, chiedere scusa, sono gli elementi che possono aiutare a voltare definitivamente le pagine dolorose degli anni '90.

Su questo tenore ad esempio il commento del Centro per il Diritto Umanitario di Belgrado che, in un comunicato congiunto pubblicato ieri insieme alla Iniziativa Croata dei Giovani per i Diritti Umani, sottolinea come le conclusioni legali e fattuali raggiunte dalla Corte “rappresentano un [ulteriore] motivo e un obbligo per le istituzioni di entrambi i paesi ad assumere la responsabilità storica di affrontare i crimini commessi dalle forze sotto il loro controllo, e fornire tutte le condizioni per intraprendere chiare e concrete misure volte alla riconciliazione tra le due nazioni sulla base della giustizia e della verità”, e esortano le istituzioni di entrambi i paesi a sostenere la creazione di una commissione regionale per stabilire i fatti rispetto a quanto avvenuto negli anni '90 (RECOM).

La sentenza di ieri, e la fine delle accuse incrociate tra Serbia e Croazia, riporta dunque in primo piano il ruolo della politica, e potrebbe aprire una stagione nuova. In questo senso argomenta anche Eric Gordy (University College London) che, in un commento alla sentenza , sostiene che le questioni poste da Serbia e Croazia “non erano problemi legali che richiedevano una soluzione da parte di una Corte, ma problemi politici che richiedono negoziati e accordi tra rappresentanti di governi responsabili.” I problemi legali, secondo Gordy, “sono di natura interna: entrambi gli Stati devono adempiere ai propri obblighi perseguendo e punendo quanti hanno commesso crimini, sostituendo il negazionismo e le versioni autoconsolatorie della storia con ricostruzioni accurate, e facendo fronte ai bisogni delle vittime.”

La Corte Internazionale ha infatti confermato in larga parte cose già note, in primo luogo l'ampiezza dei crimini commessi, dalla pulizia etnica agli omicidi, il fatto che pochi sono quelli che sono stati perseguiti per questi crimini, e infine la circostanza che le vittime non hanno ricevuto alcuna compensazione.

John Dalhuisen, direttore di Amnesty International per Europa e Asia centrale, pone l'accento sullo scandalo rappresentato dalle persone ancora scomparse, a 20 anni dalla fine dei conflitti, sostenendo nel comunicato pubblicato ieri dall'organizzazione che “Serbia e Croazia devono ora concentrare i propri sforzi nell'assicurare alla giustizia i responsabili di crimini di guerra e crimini contro l'umanità che – come provato dalla Corte – sono stati commessi da individui da entrambe le parti, e offrire riparazioni alle vittime.”

Fino a ieri Zagabria e Belgrado potevano demandare la soluzione di tutte queste questioni alla conclusione della causa in corso. Ora non è più così. I giudici chiedono esplicitamente agli ex contendenti di iniziare ad affrontare i crimini commessi dalle proprie forze, non da quelle del nemico, unendosi alle voci di quelle associazioni – come il Centro per il Diritto Umanitario di Belgrado o Documenta di Zagabria – che da anni lavorano in questa direzione.


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