di Giulio Marcon, Presidente ICSCari amici delle organizzazioni del volontariato, delle associazioni, dei gruppi per la pace, del movimento sindacale

Gentili Signori, rappresentanti delle comunità locali, delle autorità locali e regionali, onorevoli parlamentari,
Gentile Signor Sindaco,

Intanto grazie di essere venuti a Sarajevo oggi così numerosi e per aver affrontato -molti di voi- viaggi lunghi e faticosi, e spesso a vostre spese.
Grazie al Sindaco di Sarajevo, alle associazioni, della società civile, alle comunità religiose che vogliamo salutare tutte, scusandoci se arrecheremo disturbo -ci auguriamo minimo- alle funzioni e alle celebrazioni in corso in questi giorni.
Grazie per aver testimoniato in questo modo un sentimento di solidarietà e di pace verso quello che Sarajevo ha rappresentato in questi dieci anni, per i drammatici eventi che ne hanno rappresentato e segnato la storia. Ma grazie anche per fare di queste giornate non tanto una celebrazione o il ricordo di un anniversario triste, ma la testimonianza di un impegno che continua, che non finisce: un impegno per un'Europa oltre i confini, un'Europa dal basso che abbia in Sarajevo uno dei suoi luoghi simbolici.
A Sarajevo, dove l'Europa dieci anni fa ha dimostrato i limiti e i fallimenti di una politica che non ha saputo prevenire e fermare la guerra e non ha saputo difendere quei principi che essa stessa proclama di voler difendere: i principi della convivenza multietnica e della pace, del ripudio del nazionalismo. E il ripudio della guerra, qualsiasi guerra con qualsiasi aggettivo: la guerra non è mai qualcosa di umanitario, ma è sempre e comunque la principale violazione dei diritti umani, fonte di sofferenza e di ingiustizia.
Una lezione che deve continuare a valere oggi non solo verso i Balcani, ma anche verso il Mediterraneo, questo mare sul quale si affaccia l'Europa, un mare ancora attraversato da conflitti e guerre. A partire dal dramma che in queste ore si sta vivendo in Medio Oriente. L'Europa faccia la sua parte, faccia sentire alta la sua volte -anche in modo autonomo- chiedendo che le risoluzioni delle Nazioni Unite vengano immediatamente fatte rispettare nei loro principi fondamentali: lo stop al massaccro delle popolazioni civili, la fine dell'occupazione dei territori palestinesi, la lotta al terrorismo che colpisce vigliaccamente le persone inermi, la creazione di uno Stato Palestinese accanto a quello di Israele, in condizioni di sicurezza per entrambi. Da quella che qualcuno ha definito la "Gerusalemme dei Balcani" venga un forte richiamo, un significativo appello per la pace a Gerusalemme nella Terra Santa: un impegno per sostenere chi in quelle terre si batte per la convivenza, il dialogo e la riconciliazione, nel pieno rispetto dei diritti umani e dei popoli e delle risoluzioni delle Nazioni Unite. La dignità, la libertà, la sicurezza dei popoli non possono essere calpestate. Anche per questo il prossimo 12 maggio in Italia si svolgerà un'edizione straordinaria della marcia per la pace da Perugia Assisi.

L'Europa -quella che noi vogliamo- è fondata sui valori e sui principi della pace e della solidarietà, della convivenza e dei diritti umani, della democrazia e della giustizia, dell'integrazione e della cooperazione. E che proprio qui nei Balcani affronta il suo banco di prova, la sua sfida. Una sfida che interroga anche la società civile e le comunità locali: la loro capacità di essere pronte ad accettare l'impegno per un'Europa diversa fondata sulla partecipazione popolare e su una democrazia che si fonda su un modello di sviluppo sostenibile, umano e sociale, basato sulla giustizia. Un'Europa che -nell'epoca delle grandi difficoltà dell'ONU e delle importanti istituzioni multilaterali e nell'era del trionfo della geopolitica e dell'unilateralismo delle grandi potenze, tra tutte quella americana- può avere un ruolo importante.
L'Europa è una parola magica invocata da tutti in questi anni e che ha provocato talvolta delusioni, amarezze, aspettative e anche illusioni. L'Europa dei governi e dei mercati è spesso andata in direzione diversa dall'Europa dei diritti, della coesione sociale, della pace. E, oggi, le speranze della costituzione di una casa comune europea sono purtroppo ancora lontane. Dopo il 1989 molte aspettative sono andate deluse: le guerre e i nazionalismi, la miopia e la chiusura delle politiche dei governi europei, la lentezza del processo di integrazione hanno evidenziato i limiti e le contraddizioni della nuova Europa del "dopo muro di Berlino".

In realtà in questi anni -come ha ricordato in altra occasione il Sindaco di Sarajevo- si sono costruiti nuovi muri (economici, politici, istituzionali) verso molti dei paesi in transizione: impedendo la circolazione delle persone, perseguendo politiche protezionistiche ed egoistiche, imponendo un modello economico e sociale neoliberista che ha distrutto la coesione sociale ele speranze di uno sviluppo sostenibile. In questo modo l'Europa non ha saputo guardarsi "oltre i confini" e si è concepita come "fortino assediato", altre volte come pura alleanza economica e monetaria.
Noi proponiamo un'Europa diversa, fondata sulla partecipazione popolare e democratica, su un modello di sviluppo fondato sulla solidarietà e la coesione sociale, sulla presenza di articolazioni territoriali e locali, motore dello sviluppo e della democrazia dal basso. Crediamo che questo si possa fare costruendo, per l'appunto, "dal basso" l'Europa che vogliamo.

Ecco perché proponiamo la costituzione di un network eurobalcanico -"l'Europa dal basso"- che abbia al suo centro la pratica e la promozione dei diritti, della democrazia, dello sviluppo locale e sostenibile, della circolazione delle persone. Vogliamo incoraggiare e sviluppare la cooperazione tra le nostre organizzazioni, vogliamo fare un lavoro di pressione e di advocacy presso le istituzioni europee -monitorando attentamente le loro politiche- intendiamo sviluppare esperienze concrete di un'Europa dal basso" che abbia come suo perno le comunità locali e la società civile.
Per noi la società civile non è una parola magica, un feticcio. Non ci piace la retorica sulla società civile. Sappiamo però quanto sia importante in una società una democrazia che si organizza attraverso le istituzioni locali, le organizzazioni non governative, una positiva sussidiarietà. Sappiamo quanto questo -per essere efficace- significhi un trasferimento concreto di funzioni, responsabilità, poteri. Ecco perché ci aspettavamo qualcosa di più dalla Carta dei Diritti deliberata a Nizza e ci aspettiamo -come il movimento federalista e tante altre organizzazioni impegnate in questo campo- molto dalla Convenzione Europea nella speranza che non produca un accordo pasticciato, di basso profilo, tutto in una logica riduttiva sotto il ricatto dei governi e di alcuni paesi antieuropei.

La logica riduttiva è quella che mette il potere dei governi prima dell'espressione della sovranità popolare, che difende politiche protezionistiche contro le economie dei paesi in transizione, che antepone parametri fiscali e monetari a quelli della coesione sociale, dei diritti umani e della democrazia, che si sciacqua la bocca con parole come tolleranza e convivenza e poi impedisce la circolazione delle persone, tratta i richiedenti asilo come delinquenti, pensa che gli immigrati siano delle "non persone".
A noi piacerebbe un'Europa con al centro una politica di allargamento della democrazia, dei poteri del Parlamento centrale, dei meccanismi decisionali, delle sfere di consultazione e di sussidiarietà con i corpi sociali. Un'Europa con una "carta dello sviluppo locale" come bussola di economie che abbiano al centro il rifiuto del neoliberismo selvaggio, la promozione della coesione sociale e la sostenibilità ambientale e sociale di economie dentro i processi di globalizzazione. Un'Europa della convivenza e della circolazione delle persone, accogliendo i rifugiati e governando i flussi migratori, non impedendoli. Un'Europa sociale che accolga come proprio fondamento il contributo che possono dare i movimenti sociali che si sono incontrati a Porto Alegre e che si incontreranno -quelli europei- il prossimo autunno in Italia nel Forum Sociale Europeo per rilanciare le ragioni dell'impegno per un'economia di giustizia e per un'Europa democratica e sociale.

Consideriamo appunto questo appuntamento anche come un contributo al Forum Sociale Europeo che si farà a Firenze a novembre. Consideriamo questa iniziativa come parte importante di rilancio di un impegno verso i Balcani e l'Europa centro orientale. La guerra è finita, ma la pace non è effittivamente costruita. Sappiamo quante siano le contraddizioni e i limiti della situazione che c'è sul campo: l'incertezza dello status e del futuro del Kosovo, i problemi della pace di Dayton, l'incertezza del futuro politico della Serbia, l'impedimento al ritorno di centinaia di miglaiai di profughi. I Balcani non sono altra cosa dall'Europa, sono l'Europa, sono il crocevia di sfide, contraddizioni, prospettive che interessano tutto il continente.
Rilanciare un impegno in questa direzione significa misurarsi su una nuova idea di Europa che sappia pensarsi non come un'altra potenza, ma come una regione che nel suo complesso si misura con i problemi del mondo: i problemi della pace, della cooperazione, della sicurezza, dell'ambiente, della giustizia.

A questa prospettiva le comunità e le autorità locali, le organizzazioni sociali e non governative, le forze della pace, il volontariato possono dare un importante contributo. L'Europa o sarà dal basso, o non sarà. Dal basso significa ripartire dalle persone, dalle società, dalle comunità, da noi; significa ridare senso a parole come democrazia, diritti, sviluppo, benessere, a metterle prima degli interessi egoistici, del puro calcolo materiale, dei privilegi. E delle alchimie di una politica che spesso ci appare distante. Si tratta di ridare parola alle persone e a noi, a saperci farci ascoltare, a saper parlare il liguaggio della democrazia e dei diritti. Anche da questo dipenderà il futuro dell'Europa.

06/03/2002 -  Anonymous User

di Giulio Marcon, Presidente ICSCari amici delle organizzazioni del volontariato, delle associazioni, dei gruppi per la pace, del movimento sindacale

Gentili Signori, rappresentanti delle comunità locali, delle autorità locali e regionali, onorevoli parlamentari,
Gentile Signor Sindaco,

Intanto grazie di essere venuti a Sarajevo oggi così numerosi e per aver affrontato -molti di voi- viaggi lunghi e faticosi, e spesso a vostre spese.
Grazie al Sindaco di Sarajevo, alle associazioni, della società civile, alle comunità religiose che vogliamo salutare tutte, scusandoci se arrecheremo disturbo -ci auguriamo minimo- alle funzioni e alle celebrazioni in corso in questi giorni.
Grazie per aver testimoniato in questo modo un sentimento di solidarietà e di pace verso quello che Sarajevo ha rappresentato in questi dieci anni, per i drammatici eventi che ne hanno rappresentato e segnato la storia. Ma grazie anche per fare di queste giornate non tanto una celebrazione o il ricordo di un anniversario triste, ma la testimonianza di un impegno che continua, che non finisce: un impegno per un'Europa oltre i confini, un'Europa dal basso che abbia in Sarajevo uno dei suoi luoghi simbolici.
A Sarajevo, dove l'Europa dieci anni fa ha dimostrato i limiti e i fallimenti di una politica che non ha saputo prevenire e fermare la guerra e non ha saputo difendere quei principi che essa stessa proclama di voler difendere: i principi della convivenza multietnica e della pace, del ripudio del nazionalismo. E il ripudio della guerra, qualsiasi guerra con qualsiasi aggettivo: la guerra non è mai qualcosa di umanitario, ma è sempre e comunque la principale violazione dei diritti umani, fonte di sofferenza e di ingiustizia.
Una lezione che deve continuare a valere oggi non solo verso i Balcani, ma anche verso il Mediterraneo, questo mare sul quale si affaccia l'Europa, un mare ancora attraversato da conflitti e guerre. A partire dal dramma che in queste ore si sta vivendo in Medio Oriente. L'Europa faccia la sua parte, faccia sentire alta la sua volte -anche in modo autonomo- chiedendo che le risoluzioni delle Nazioni Unite vengano immediatamente fatte rispettare nei loro principi fondamentali: lo stop al massaccro delle popolazioni civili, la fine dell'occupazione dei territori palestinesi, la lotta al terrorismo che colpisce vigliaccamente le persone inermi, la creazione di uno Stato Palestinese accanto a quello di Israele, in condizioni di sicurezza per entrambi. Da quella che qualcuno ha definito la "Gerusalemme dei Balcani" venga un forte richiamo, un significativo appello per la pace a Gerusalemme nella Terra Santa: un impegno per sostenere chi in quelle terre si batte per la convivenza, il dialogo e la riconciliazione, nel pieno rispetto dei diritti umani e dei popoli e delle risoluzioni delle Nazioni Unite. La dignità, la libertà, la sicurezza dei popoli non possono essere calpestate. Anche per questo il prossimo 12 maggio in Italia si svolgerà un'edizione straordinaria della marcia per la pace da Perugia Assisi.

L'Europa -quella che noi vogliamo- è fondata sui valori e sui principi della pace e della solidarietà, della convivenza e dei diritti umani, della democrazia e della giustizia, dell'integrazione e della cooperazione. E che proprio qui nei Balcani affronta il suo banco di prova, la sua sfida. Una sfida che interroga anche la società civile e le comunità locali: la loro capacità di essere pronte ad accettare l'impegno per un'Europa diversa fondata sulla partecipazione popolare e su una democrazia che si fonda su un modello di sviluppo sostenibile, umano e sociale, basato sulla giustizia. Un'Europa che -nell'epoca delle grandi difficoltà dell'ONU e delle importanti istituzioni multilaterali e nell'era del trionfo della geopolitica e dell'unilateralismo delle grandi potenze, tra tutte quella americana- può avere un ruolo importante.
L'Europa è una parola magica invocata da tutti in questi anni e che ha provocato talvolta delusioni, amarezze, aspettative e anche illusioni. L'Europa dei governi e dei mercati è spesso andata in direzione diversa dall'Europa dei diritti, della coesione sociale, della pace. E, oggi, le speranze della costituzione di una casa comune europea sono purtroppo ancora lontane. Dopo il 1989 molte aspettative sono andate deluse: le guerre e i nazionalismi, la miopia e la chiusura delle politiche dei governi europei, la lentezza del processo di integrazione hanno evidenziato i limiti e le contraddizioni della nuova Europa del "dopo muro di Berlino".

In realtà in questi anni -come ha ricordato in altra occasione il Sindaco di Sarajevo- si sono costruiti nuovi muri (economici, politici, istituzionali) verso molti dei paesi in transizione: impedendo la circolazione delle persone, perseguendo politiche protezionistiche ed egoistiche, imponendo un modello economico e sociale neoliberista che ha distrutto la coesione sociale ele speranze di uno sviluppo sostenibile. In questo modo l'Europa non ha saputo guardarsi "oltre i confini" e si è concepita come "fortino assediato", altre volte come pura alleanza economica e monetaria.
Noi proponiamo un'Europa diversa, fondata sulla partecipazione popolare e democratica, su un modello di sviluppo fondato sulla solidarietà e la coesione sociale, sulla presenza di articolazioni territoriali e locali, motore dello sviluppo e della democrazia dal basso. Crediamo che questo si possa fare costruendo, per l'appunto, "dal basso" l'Europa che vogliamo.

Ecco perché proponiamo la costituzione di un network eurobalcanico -"l'Europa dal basso"- che abbia al suo centro la pratica e la promozione dei diritti, della democrazia, dello sviluppo locale e sostenibile, della circolazione delle persone. Vogliamo incoraggiare e sviluppare la cooperazione tra le nostre organizzazioni, vogliamo fare un lavoro di pressione e di advocacy presso le istituzioni europee -monitorando attentamente le loro politiche- intendiamo sviluppare esperienze concrete di un'Europa dal basso" che abbia come suo perno le comunità locali e la società civile.
Per noi la società civile non è una parola magica, un feticcio. Non ci piace la retorica sulla società civile. Sappiamo però quanto sia importante in una società una democrazia che si organizza attraverso le istituzioni locali, le organizzazioni non governative, una positiva sussidiarietà. Sappiamo quanto questo -per essere efficace- significhi un trasferimento concreto di funzioni, responsabilità, poteri. Ecco perché ci aspettavamo qualcosa di più dalla Carta dei Diritti deliberata a Nizza e ci aspettiamo -come il movimento federalista e tante altre organizzazioni impegnate in questo campo- molto dalla Convenzione Europea nella speranza che non produca un accordo pasticciato, di basso profilo, tutto in una logica riduttiva sotto il ricatto dei governi e di alcuni paesi antieuropei.

La logica riduttiva è quella che mette il potere dei governi prima dell'espressione della sovranità popolare, che difende politiche protezionistiche contro le economie dei paesi in transizione, che antepone parametri fiscali e monetari a quelli della coesione sociale, dei diritti umani e della democrazia, che si sciacqua la bocca con parole come tolleranza e convivenza e poi impedisce la circolazione delle persone, tratta i richiedenti asilo come delinquenti, pensa che gli immigrati siano delle "non persone".
A noi piacerebbe un'Europa con al centro una politica di allargamento della democrazia, dei poteri del Parlamento centrale, dei meccanismi decisionali, delle sfere di consultazione e di sussidiarietà con i corpi sociali. Un'Europa con una "carta dello sviluppo locale" come bussola di economie che abbiano al centro il rifiuto del neoliberismo selvaggio, la promozione della coesione sociale e la sostenibilità ambientale e sociale di economie dentro i processi di globalizzazione. Un'Europa della convivenza e della circolazione delle persone, accogliendo i rifugiati e governando i flussi migratori, non impedendoli. Un'Europa sociale che accolga come proprio fondamento il contributo che possono dare i movimenti sociali che si sono incontrati a Porto Alegre e che si incontreranno -quelli europei- il prossimo autunno in Italia nel Forum Sociale Europeo per rilanciare le ragioni dell'impegno per un'economia di giustizia e per un'Europa democratica e sociale.

Consideriamo appunto questo appuntamento anche come un contributo al Forum Sociale Europeo che si farà a Firenze a novembre. Consideriamo questa iniziativa come parte importante di rilancio di un impegno verso i Balcani e l'Europa centro orientale. La guerra è finita, ma la pace non è effittivamente costruita. Sappiamo quante siano le contraddizioni e i limiti della situazione che c'è sul campo: l'incertezza dello status e del futuro del Kosovo, i problemi della pace di Dayton, l'incertezza del futuro politico della Serbia, l'impedimento al ritorno di centinaia di miglaiai di profughi. I Balcani non sono altra cosa dall'Europa, sono l'Europa, sono il crocevia di sfide, contraddizioni, prospettive che interessano tutto il continente.
Rilanciare un impegno in questa direzione significa misurarsi su una nuova idea di Europa che sappia pensarsi non come un'altra potenza, ma come una regione che nel suo complesso si misura con i problemi del mondo: i problemi della pace, della cooperazione, della sicurezza, dell'ambiente, della giustizia.

A questa prospettiva le comunità e le autorità locali, le organizzazioni sociali e non governative, le forze della pace, il volontariato possono dare un importante contributo. L'Europa o sarà dal basso, o non sarà. Dal basso significa ripartire dalle persone, dalle società, dalle comunità, da noi; significa ridare senso a parole come democrazia, diritti, sviluppo, benessere, a metterle prima degli interessi egoistici, del puro calcolo materiale, dei privilegi. E delle alchimie di una politica che spesso ci appare distante. Si tratta di ridare parola alle persone e a noi, a saperci farci ascoltare, a saper parlare il liguaggio della democrazia e dei diritti. Anche da questo dipenderà il futuro dell'Europa.


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