A Faenza si sono ritrovate le comunità Emmaus dell'est e dell'ovest dell'Europa. Per incontrarsi, confrontarsi e discutere su quale integrazione dei paesi dell'est in Europa.

04/05/2002 -  Anonymous User

L'Abbé Pierre sale faticosamente sul palco dei relatori, si siede in centro e saluta leggermente. Poi aspetta in un'immobile attenzione il suo momento per intervenire. Di fronte a lui circa 200 persone provenienti da 27 diversi paesi, 16 dei quali dell'est Europa. Molti di loro fanno parte delle Comunità Emmaus o di gruppi che collaborano con esse.
"Dall'est, una sfida per l'Europa" il titolo del convegno che si sta tenendo in questi gioni (2-3 maggio) a Faenza. Un'occasione per confrontarsi sul futuro dei paesi dell'est e dei Balcani nell'Unione Europea ma soprattutto un'occasione, per la prima volta, delle Comunità Emmaus dell'est di incontrarsi ed affrontare temi quali il lavoro in rete, la cooperazione tre città, lo sviluppo locale, tutti interpretati alla luce del rapporto tra "l'est e l'ovest dell'Europa".
Tra le voci più autorevoli quella dell'Abbé Pierre che ha auspicato un consolidamento di un'Unione europea che non dimentichi i paesi dell'est. Anche per evitare le tragedie dell'ultimo secolo. E se quello dell'integrazione è un percorso che può sembrare difficile "... occorre essere coscienti che la vita deve credere alla disillusione entusiastica, alla disillusione occorre cioè aver la forza di far seguire l'entusiasmo". L'Abbé Pierre ha poi concluso facendo una dichiarazione di voto per l'imminente secondo turno delle elezioni presidenziali in Francia: "...la mia generazione ha troppo sofferto per stare zitta o per farsi ingannare ... votate Chirac ... ".
Vicine, le sue parole, a quelle del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi che ha inviato una lettera ai partecipanti del convegno per augurare un buon lavoro. Ciampi, uscendo dalla mera formalità, ha sottolineato come "... costruire insieme una società in cui il progresso e lo sviluppo siano opportunità offerte ad ognuno è il solo modo per realizzare un'Unione europea che rilanci e rafforzi la garanzia della libertà, della dignità, della cittadinanza e della giustizia....".
Anche Ciampi, come l'Abbé Pierre, è stato un attivo testimone della storia della seconda metà del '900 e più volte, nei suoi viaggi e visite in Italia e all'estero ha ricordato come, all'indomani della fine della seconda guerra mondiale, con i suoi coetanei originari dei vari paesi europei si fosse ripromesso di non trovarsi mai più obbligati su fronti opposti dalla guerra. Queste le ragioni più intime ed ideali alla base di un'Europa unita.
La consapevolezza della necessità di procedere senza esitazioni verso l'integrazione dell'est nell'Unione europea è emersa da più interventi. Jean Francois Deniau, tra i negoziatori del trattato di Roma del '57, ha ricordato in un intervento video come abbia "..sempre parlato di est dell'Europa e ovest dell'Europa e mai di Europa dell'est e dell'ovest. Perché non esistono due Europe e l'Europa è una sola".
Con la stessa forza e chiarezza è anche emersa la convinzione che ci sia bisogno anche di "un'altra Europa". Monsignor Italo Castellani, vescovo di Faenza, ha affermato che "...l'unificazione di quest'Europa ha bisogno di un'anima..". Gli ha fatto eco anche Renzo Fior, Presidente di
Emmaus Internazionale, quando ha sottolineato come "..l'integrazione dei paesi dell'est in Europa deve nascere dal basso, partendo dalle persone che formano gli stati. Una vera integrazione non può che basarsi sul rispetto, sulla conoscenza e sulla valorizzazione delle risorse locali" e quando non ha taciuto sul fatto che "... non si vuole un allargamento europeo che costringa l'est ad aggiustamenti durissimi che hanno spesso già causato enormi disastri sociali".
Il senso del dibattito sull'allargamento dell'UE e delle altre istituzioni europee si può tentare di riassumere con una metafora coniata dall'Abbé Pierre in riferimento alle Comunità Emmaus ma che può essere anche trasposta alla "casa comune europea": è necessario vi sia, in questa casa, qualche vetro rotto. Per continuare a vedere, capire ed essere contaminati dal mondo all'esterno, per capire che l'emarginazione nel mondo è profonda.
Ed il clown Miloud che da oltre dieci anni lavora nei Balcani con i bambini di strada, presente anche lui a Faenza, ha dimostrato di non essersi ancora stancato di ferirsi i piedi su quei vetri rotti. Nella consapevolezza che "non vi è nulla da insegnare e nessuno da salvare. L'unica cosa che forse si riesce a fare è garantire degli spazi nei quali i giovani di tutta Europa possano conoscersi, esprimersi e confrontarsi .... Ma difficile farlo in un'Europa che si barrica, in un'Europa dove la sera le stazioni ferroviarie vengono chiuse per non permettere ai disperati di dormire con un riparo sopra la testa". E si chiede ancora Miluod: quale Europa proponiamo? Spesso non abbiamo fatto altro che imporre un modello culturale che ha creato dei bisogni senza garantire la possibilità di soddisfarli.
Occorre partire, a suo avviso, dall'esempio dato dall'Abbé Pierre che in Francia negli anni 50 è riuscito a far aprire le stazioni della metropolitana per dare almeno un sommario riparo ai senza tetto" e poi aggiunge Miloud "Non servono le fette spalmate di cioccolata, dobbiamo affrontare la realtà. Parlavo con uno dei ragazzi di Emmaus provenienti dall'Albania. La madre, prima di partire gli ha detto resta in Italia, non ritornare. Occorre aprire queste frontiere in modo che la gente viaggi ma poi ritorni a casa, perché ciascuno è legato alla propria casa".


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