Dimitri Bettoni 14 aprile 2014

Si accende con l’approssimarsi delle elezioni europee il dibattito sui Diritti digitali, lanciato dalla campagna di sensibilizzazione WePromise.eu dove viene chiesto ai cittadini di votare a favore di candidati sensibili al tema, in modo che diventi parte integrante dell’agenda del futuro parlamento

L’iniziativa WePromise.eu si fonda su una Carta, un decalogo che include temi quali l’accessibilità dei documenti comunitari, la protezione della privacy dei cittadini, la tutela della neutralità della rete, la revisione della legge sul copyright, la promozione del software libero e l’astensione dalla diffusione di una cultura e tecnologie di sorveglianza e censura.

Il cittadino che promette di votare per un candidato impegnato sul tema riceverà, a pochi giorni dalle elezioni, i nominativi dei candidati della propria regione che hanno firmato la Carta e intendono promuoverne il dibattito parlamentare.

Quello dei Diritti digitali è un argomento che il Parlamento Europeo non ha ancora affrontato appieno e che sarà invece dominante nel corso della prossima legislatura, come ha sottolineato l’europarlamentare Josef Weidenholzer: “La tutela delle libertà digitali dovrà essere uno degli aspetti prioritari del nuovo Parlamento. Diversamente dalla Commissione europea, esso non ha ancora maturato un’agenda sul tema.”

La campagna è stata avviata dall’European Digital Rights (EDRi), un network di 36 associazioni civili europee, tra le quali Asociația pentru Tehnologie și Internet (Romania), Alternatif Bilişim Derneği (Turchia), Internet Society (Bulgaria), Metamorphosis (Macedonia).

Che l’argomento sia scottante lo ha reso palese anche la Corte di giustizia europea, che lo scorso 8 aprile ha emesso una storica sentenza di condanna nei confronti della direttiva europea in materia di conservazione dei dati digitali, che imponeva agli operatori delle telecomunicazioni europee l’obbligo di registrare e conservare dati per due anni e renderli disponibili alle autorità.

La Corte ha considerato il monitoraggio non mirato di un’intera popolazione inaccettabile in una società democratica moderna e in contrasto con la Carta Europea dei Diritti Fondamentali. Ora che la direttiva è stata condannata, i paesi membri dovranno adeguare i propri impianti legislativi alle nuove disposizioni.

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