Dopo il 2008 è buio pesto per i Balcani occidentali. La fotografia che ne fa il Fondo monetario internazionale è disarmante, le ricette proposte, sempre le stesse. Un approfondimento

15/04/2015 -  Matteo Tacconi

Una bella sgroppata, affiancata da grosse aspettative. Così è stato fino alla vigilia della grande crisi. Poi il passo s’è fatto lento, ridimensionando le attese createsi negli anni addietro. Questa la recente fotografia economica dei Balcani occidentali. L’ha scattata il Fondo monetario internazionale (Fmi) in una ricerca voluminosa, The Western Balkans, 15 Years of Economic Transition.

In termini numerici lo scenario diventa più chiaro. Tra il 2000 e il 2008, l’anno del crack di Lehman Brothers, la regione è cresciuta a tassi del 5%. Ma il 2009 ha bloccato il processo, facendo da spartiacque tra un prima e un dopo. In quell’annus horribilis, in linea con l’andamento delle economie europee e mondiali, anche i Balcani occidentali sono colati a picco. Dopodiché s’è creata una divaricazione: c’è chi è tornato a crescere (Albania, Kosovo e Macedonia) e chi fatica ancora a riprendere la via della ripresa, come Bosnia, Serbia e Montenegro.

 

Fonte dati Banca Mondiale, rielaborazione Rassegna Est

Tanti soldi, poche riforme

Il gruppetto della crescita, a ogni modo, non è impermeabile alle criticità. Si prenda il caso dell’Albania, descritta spesso, alla luce di una miscela composta da ottimismo e costi bassi, come il nuovo eldorado dell’internazionalizzazione e della voglia di fare futuro (ma non la pensa così l’intellettuale Fatos Lubonja). Il Pil albanese progredisce con costanza, è vero. Tuttavia non solo a quello e ai costi di produzione bisogna guardare. Per esempio il debito pubblico, indicatore importante, una sorta di “manifesto” dell’affidabilità di un sistema economico, ha superato il tetto del 70%, aumentando di quindici punti dal 2008.

 

Anche in Bosnia, Serbia e Montenegro il debito è schizzato verso l’alto. A Belgrado e Podgorica in modo ancora più drastico, rispetto a Tirana. Una delle ragioni, annota il Fmi, sta nel fatto che prima della depressione mondiale l’andamento incoraggiante dell’economia aveva consigliato di tenere molto basse le tasse. Al tempo stesso, erano stati offerti enormi incentivi allo scopo di favorire l’arrivo di capitali esteri. L’Albania, per esempio, ha lanciato nel 2006 il programma “Albania One Euro”. Bastava presentare un piano d’investimento serio per avere in cambio, al costo simbolico di un euro, una miniera. Lo ricorda l’agenzia Bloomberg.

Iniziative come queste sono spesso contestate. Rappresentano, si dice, la svendita di risorse e patrimoni pubblici. Critica legittima, ma è anche vero che i Balcani occidentali non hanno al momento troppe carte a loro disposizione, se non quella di calamitare investitori. Detto questo, il vero punto è che quando la crisi ha colpito e i capitali internazionali sono rifluiti, quasi alla stessa velocità in cui erano arrivati, i paesi della regione si sono ritrovati spiazzati e a corto di risorse.

Il passaggio dall’euforia da crescita allo schiaffo della crisi, è fondamentale. Costituisce la “bolla” vissuta dai Balcani occidentali prima del 2008. Anno fino al quale "la crescita nei Balcani occidentali è stata stimolata più dalla vasta liquidità a livello globale che da reali progressi a livello di riforme", scrive il Fondo monetario internazionale, spiegando che da Tirana a Belgrado, da Skopje a Sarajevo, s’è creata l’illusione che il rapido tasso di crescita fosse comunque possibile, anche senza accompagnarlo con le dovute iniezioni di riforme economiche.

Il deficit delle riforme

La crisi ha fatto molto male. Ha azionato, nella migliore delle circostanze, il freno a mano. In Bosnia ha decretato la stagnazione. La Serbia sale e scende, tra recessioni e ripresine, come l’ottovolante.

Tenuto conto del ritmo odierno, preconizza il Fmi, i Balcani occidentali, da qui al 2030, colmeranno solo una piccola parte del divario che li separa a livello di Pil pro capite dalle economie avanzate dell’Unione europea. Nel frattempo la piega devastante della disoccupazione si approfondisce, come quella dei mutui che non vengono ripagati. La pancia delle banche ne è sempre più piena.

Ma c’è modo di correggere la rotta. La cura che il Fmi prescrive è semplice. Le leadership politiche devono produrre riforme strutturali. Tra queste, figura la privatizzazione di quelle aziende di stato non produttive, divenute vere e proprie zavorre. Permetterebbe la crescita del settore privato.

Nulla di nuovo, viene da dire. Il messaggio del Fondo monetario è sempre quello. Su una cosa però i suoi analisti non hanno torto. La bolla della liquidità ha portato le classi dirigenti a rimandare l’appuntamento con le riforme (i responsabili dell’allargamento europeo potevano senz’altro incalzarli di più) . Gli investimenti dall’estero, caduti copiosamente negli anni precedenti la crisi, hanno portato lavoro e innalzato il tenore di vita, favorendo una piccola ridistribuzione. Ma, appunto, il terreno delle riforme non è stato coltivato a dovere. E farlo oggi è ancora più difficile, in ragione della magrezza dei bilanci e della contrazione dei flussi degli investimenti. Solo la Serbia è riuscita a tornare ai livelli pre-crisi. L’Albania è in procinto di farlo. Per il resto, il quadro è desolante.

Però, come detto, non tutto è perduto. Il programma della possibile riscossa viene dalla Bosnia, forse il paese più statico dello scacchiere. Da dieci anni non c’è ombra di riforma, che essa sia di natura politica o economica. Recentemente la European Stability Initiative (Esi) ha sfornato un documento in cui si propone una serie di misure, non radicali nell’attuazione, che permetterebbero al paese di cambiare in modo rapido e indolore la sua impalcatura economica, di modo che sia più flessibile e torni a far drizzare le antenne agli investitori stranieri.

I passi da attuare sarebbero pochi: quattordici. Ma, come sempre, serve una volontà politica per farlo. E il punto, alla fine della storia, è proprio questo. Le riforme economiche non nascono da sole.


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