...ipse dixit...

In questo caso,locuzione più che appropriata! Non perché l'ha semplicemente detto, ma ha detto argomentando in maniera tale che nessuna obbiezione vi si possa sollevare a quanto da lui detto.
Il punto cruciale, professor Devole, per me personalmente rimane il come cancellare dalla propria pelle le stigmate dell'emigrante . Di colui il quale, in tenera età, ha seguito la sua famiglia sulla via obbligata dell'emigrare, spinta da questioni di contingenza storica e sociale, i quali mettevano in dubbio perfino la propria esistenza.
Ciò che a me interessa del suo discorso è rappresentato dal fatto che lei chiarisce quanto era rimasta per me una sensazione, una percezione. Il fatto che noi, emigrati, siamo divenuti in qualche modo degli apolidi. Non veniamo considerati in patria, se non sotto la voce del bilancio "Remittenze" . Voce al quanto importante per un'economia come quella albanese, poco lontana da quella di una semplice fattoria, oppure piccola impresa famigliare.
Come si fa a tornare? Per cosa dobbiamo tornare? Gente come me e tanti altri. Gente che ha studiato e lavorato fin da tenera età, e continua a farlo anche adesso mentre prosegue i suoi studi universitari. Il tempo scorre, ci si perde un po' lunga la via, ma poco importa. Oramai ci si è fatto le ossa. Siamo piccoli velieri, pronti a nuovi naufragi su sponde ancora più lontane, se necessario.
L'unica ragione che potrebbe (il condizionale è al quanto superfluo nel mio caso) spingere gente come me a tornare è l