Dalla guerra dei dieci anni nei Balcani ai recenti tragici fatti dell'Ucraina. Con una parola d'ordine. Allora come adesso c'è bisogno d'Europa. Un'analisi

28/02/2014 -  Michele Nardelli

L'Europa è di nuovo alla prova, tanto sul piano della capacità di elaborare la fine del Novecento nel superamento degli stati nazionali, come nel saper mettere in campo la sua forza inclusiva. Gli avvenimenti che in questi giorni stanno sconvolgendo l'Ucraina rappresentano infatti l'onda lunga della disintegrazione dell'impero sovietico (dalla quale sono nati sin qui non meno di diciotto stati riconosciuti o di fatto) e gli effetti altrettanto devastanti del turbocapitalismo che ne è seguito.

Se non ripartiamo da qui, dal formarsi nel secolo scorso di stati plurinazionali e dagli avvenimenti che sono seguiti alla caduta del muro non riusciremo a comprendere appieno il significato di quanto sta accadendo nel secondo più grande stato europeo (perché questo è l'Ucraina), con il rischio di avvallare così le descrizioni superficiali e manichee che vengono date in pasto all'opinione pubblica.

Credo faremo un pessimo servizio in primo luogo alla nostra intelligenza nell'assecondare l'idea che in Ucraina si stiano scontrando da una parte la società civile democratica e dall'altra i vecchi satrapi, rispettivamente buoni amici dell'Europa a fronte dei cattivi seguaci di Yanukovich che guardano alla madre patria russa, figli della guerra fredda e orfani di un comunismo peraltro ormai ridotto alle vecchie statue di Lenin.

La situazione è molto più complessa e richiede prudenza, a cominciare dal nome stesso di questo paese che significa “confine”. Se avessimo prestato un po' più d'attenzione alla “guerra dei dieci anni” (quella che negli anni '90 sconvolse il cuore balcanico dell'Europa) sapremo che le “krajne” sono le “terre di confine” e che da sempre queste sono abitate da popolazioni di cultura, lingua ed etnia diversa. Nel caso dell'Ucraina, un territorio che annovera al proprio interno, oltre agli ucraini, popolazioni di origine russa (nel censimento 2001 il 17,2% della popolazione), rumena, moldava, bielorussa e poi tatari di Crimea, bulgari, ungheresi, polacchi, tatari, armeni, greci, diverse popolazioni di origine caucasica, tedeschi, rom... con quel che questi popoli si portano appresso sul piano culturale e religioso (ortodossi di tre riti diversi, cattolici di tre chiese orientali, protestanti anche in questo caso di chiese pentecostali, evangeliche, calviniste..., ebrei e musulmani).

Eppure sbaglieremmo se pensassimo che questa complessità rappresenti la causa profonda di un conflitto che invece assume ogni giorno di più connotati balcanici.

Perché dietro le rivendicazioni e le identità nazionali si nascondono motivi ben più prosaici che hanno a che fare con interessi geopolitici ed economici tutt'altro che trascurabili, fortemente intrecciati al carattere postmoderno tipico dei paesi ex comunisti dove prosperano mafie, traffici illeciti di ogni tipo, deregolazione, sfruttamento selvaggio delle risorse umane ed ambientali.

Certo, i simboli che le manifestazioni di massa evocano sono quelli nazionali e religiosi, ma non era affatto così – qui come altrove – all'inizio di quelle primavere che, restando inascoltate, presto sono diventate oggetto di radicalizzazioni in balia di gruppi criminali, ultras, servizi. Basta saper toccare le corde giuste... i Balcani insegnano.

Si è detto che l'Ucraina versa oggi in una situazione di collasso economico e di indebitamento finanziario (l'ex premier Vladimir Yanukovich è accusato di aver sottratto negli ultimi tre anni 37 miliardi di dollari e di averne trasferiti 70 all'estero), ma anche in questo caso prenderemo un abbaglio nell'immaginare un paese povero ed arretrato.

Oltre alla sua collocazione geopolitica fra Europa e Russia, l'Ucraina riveste un'importanza cruciale nel rappresentare un passaggio obbligato per i principali corridoi commerciali (gasdotti e oleodotti), senza dimenticare che questo è il paese dello cernozjŏm (la terra nera) che ne fanno – nella storia – il maggior granaio d'Europa (un mercato rivolto ad oriente), ricco di molte altre risorse naturali come quelle minerarie e il legname, con quasi tremila chilometri di coste marittime. Sbocco al mare che è all'origine della dislocazione della più importante base militare della flotta russa (nucleare) sul Mar Nero a Sebastopoli (Crimea-Ucraina).

Un paese che – fra l'altro – annovera sul suo territorio quattro impianti nucleari in funzione (e undici in via di costruzione sulla base di un piano approvato nel 2011) e, fra queste, la centrale di Zaporižžja, con i suoi sei reattori il più grande impianto nucleare esistente in Europa. Per altro verso, l'Ucraina ancora sconta gli effetti del disastro di Chernobyl che pesa sull'economia nazionale per un 5-7% della spesa pubblica.

Un paese di interesse strategico, tanto per le potenze occidentali quanto per la Russia. I cui blindati sono apparsi per le strade di Sebastopoli e di Sinferopoli (la capitale della Crimea), accolti dall'acclamazione della folla e da gruppi paramilitari che hanno occupato il Parlamento e l'areoporto, suffragati dalle dichiarazioni di autorevoli esponenti del governo di Putin: “nessun governo a Kiev potrà essere ostile alla Russia”, lasciando intendere che un'eventuale adesione dell'Ucraina alla Nato verrebbe considerata da Mosca come un attentato alla sicurezza del proprio paese. E la storia si ripeterebbe tragicamente.

Insomma, si sta giocando con il fuoco. Il ruolo dell'Europa e delle sue istituzioni dovrebbe essere quello di spegnerlo, non di rinfocolarlo. Magari imparando dagli errori del passato, immaginandosi non come un super-stato che si mette al riparo da qualcuno, ma attraverso quello spirito inclusivo – come scriveva Zygmunt Bauman qualche anno fa – allergico alle frontiere, privo di finitezza, che dovrebbe essere alla base dell'identità europea. Una nuova cittadinanza, oltre le nazioni.


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