Taksim moschea (foto di Mark Lowen)

Taksim moschea (foto di Mark Lowen)

La costruzione in piazza Taksim a Istanbul di una moschea e del nuovo Centro culturale Atatürk riaccendono il dibattito sul significato della trasformazione degli spazi pubblici e dei monumenti nella "Nuova Turchia" dell'AKP.

28/02/2018 -  Fazıla Mat

Piazza Taksim, considerata il cuore pulsante di Istanbul, da alcune settimane è tornata ad essere teatro di una febbricitante attività edilizia. Da una parte si assiste alla rapida costruzione di un’enorme moschea, dall’altra alla demolizione del Centro culturale Atatürk (AKM), al cui posto ne verrà eretto uno nuovo. Due progetti che, al di là delle valutazioni funzionali ed architettoniche, rimettono al centro del dibattito il loro valore prettamente simbolico.

La costruzione di una moschea a Taksim è un’ipotesi di cui si discute da 50 anni. Nel 1983 una decisione del Consiglio di Stato ha impedito che vi fossero edificate moschee, centri commerciali e parcheggi, ritenuti privi di utilità pubblica. Il dibattito si è però riacceso negli anni ‘90, e nel 2015 la decisione è stata annullata dallo stesso Consiglio, secondo il quale la trasformazione demografica della zona aveva reso la costruzione della moschea una “evidente necessità”. Il progetto, fortemente voluto dal governo AKP (Partito della giustizia e dello sviluppo), è opera degli  stessi architetti che hanno edificato ad Ankara il nuovo palazzo presidenziale del capo di Stato turco Recep Tayyip Erdoğan. L’apertura del luogo di culto è prevista tra maggio e giugno, in coincidenza con il prossimo mese del Ramadan.

A Taksim, all’imbocco di viale Istiklal, esiste già una moschea. Ma a causa delle piccole dimensioni i fedeli si trovano spesso a pregare per strada. La stampa turca ha fatto notare che il distretto di Beyoğlu conta circa 100 moschee e che sullo stesso viale Istiklal ci sono altre due moschee. Secondo alcuni basterebbe quindi spostarsi un po’ per trovare un luogo dove pregare. Altri osservatori non contestano la costruzione della moschea in sé, ma temono che la sua edificazione possa riflettersi negativamente sulla vita dei locali e dei ristoranti circostanti che servono bevande alcoliche, messi già in seria difficoltà dall’aumento delle tasse sull’alcol e sul divertimento, nonché dalla carenza di turisti europei degli ultimi mesi.

Secondo il sindaco di Beyoğlu, Ahmet Misbah Demircan, la nuova moschea - che al pian terreno dovrebbe ospitare anche un centro di arti islamiche - risponderà alle necessità dei fedeli fungendo al tempo stesso da luogo “che attira la curiosità dei visitatori stranieri”. Riferendosi alla chiesa greco-ortodossa della Santa Trinità (XIX secolo) direttamente visibile da piazza Taksim all’imbocco del viale Istiklal,  Demircan ha affermato che sarà “un messaggio importante” poter collocare questa accanto alla nuova moschea “perché il mondo vuole vedere una tale unione”, aggiungendo poi che “Beyoğlu è un luogo cosmopolita, il cui stile di vita non può essere di un solo tipo”.

Il dibattito sulle costruzioni di Taksim/Beyoğlu vede però apertamente contrapposti gli stili di vita menzionati dal sindaco. Da una parte una cultura affacciata all’Occidente che in Beyoğlu-Pera ha storicamente trovato il suo fulcro - anche per via dei numerosi residenti levantini, europei e minoranze non-musulmane - diventando, con tutte le sue contraddizioni, il modello di modernità della Turchia repubblicana; dall’altra la cultura della “nuova Turchia” promossa dall’esecutivo turco. Una cultura moderna, neoliberista, conservatrice e musulmano-sunnita al contempo, che dà nuova forma e significato allo spazio pubblico. E Taksim, al cui centro si colloca un importante monumento alla Repubblica, è considerato spazio pubblico per eccellenza. Non a caso, sebbene vietata negli ultimi 4 anni alle manifestazioni per il primo maggio, è stato luogo di raduno per le veglie della democrazia indette dall’esecutivo turco dopo il tentato golpe del 15 luglio 2016.

Ma questa riappropriazione dei luoghi sta avvenendo anche attraverso la rielaborazione di edifici-simbolo della cultura repubblicana. Come il Centro culturale Atatürk rimasto attivo - tra incendi e interruzioni - per 40 anni, per poi essere chiuso nel 2008 con l’idea di ristrutturarlo. La ristrutturazione è stata continuamente rimandata e nel 2013, quando l’edificio è diventato uno dei simboli delle manifestazioni di Gezi Park, il presidente Erdoğan ne ha annunciato la demolizione perché irrimediabilmente danneggiato. Al suo posto si sarebbe costruito un nuovo “progetto di cui essere orgogliosi”.

Il piano del nuovo centro illustrato lo scorso novembre da Erdoğan evidenzia chiaramente la volontà dell’esecutivo turco di mantenere la continuità con il retaggio repubblicano, a partire dalla scelta del capo architetto. “Il progetto verrà realizzato da Murat Tabanlıoğlu, figlio di Hayati Tabanlıoğlu che fu l'autore del primo centro”, ha spiegato il presidente, sottolineando che questa scelta dimostra “che si sta procedendo prendendo forza dal passato”. Ma secondo Erdoğan in passato sono stati fatti anche degli errori a cui ora, seppur in ritardo, si sta ponendo rimedio.

“Dopo la fondazione della Repubblica si è scelto di abbandonare le tre politiche [ottomanesimo, islamismo e nazionalismo turco] scegliendo categoricamente la modernizzazione. Il problema è che questa scelta è rimasta priva di contenuti”, ha affermato il presidente. Questo è il motivo per cui, secondo il capo di stato, la Turchia è stata costretta a produrre “una cultura dell’imitazione”. “A quanti ogni volta che aprono la bocca parlano di Occidente, modernità e progresso, vogliamo chiedere: quali opere d’arte di livello mondiale hanno mai prodotto?” ha detto Erdoğan secondo il quale “la meta della Repubblica era giusta”, ma “a causa dei metodi sbagliati l’obiettivo è stato mancato”.  

“Che la produzione artistica della Turchia sia rimasta a livello di imitazione è in parte vero”, afferma lo scrittore e cineasta Ümit Kıvanç, commentando le parole del presidente. “Ciò è dovuto al fatto che la cultura è stata ridotta, limitata, ricoperta di tabù e divieti e messa al servizio dello stato”, aggiunge Kıvanç, ricordando come “in passato questo stato ha fatto attività di lobby affinché Yaşar Kemal, un suo grande e autentico scrittore, non ricevesse il Nobel perché era comunista”. Per l’intellettuale la continuità perseguita dall’AKP sta propriamente in questa visione ed è bene esemplificata dalla scena della video-simulazione del progetto in cui la popolazione raccolta in piazza guarda la bandiera turca proiettata sulla facciata del Centro di cultura.

Il nuovo AKM, che secondo i piani verrà inaugurato nel 2019,  diverrà un centro culturale a tutto tondo, comprendendo anche delle sale per spettacoli teatrali, conferenze, mostre e una biblioteca. Si prevede addirittura che gli spettacoli e i concerti che si terranno nella principale sala da 2500 persone vengano proiettati sul mega-schermo della facciata dell’edificio. La video-simulazione del futuro centro illustra bene l’intero progetto, popolato da figure che nell’abbigliamento e nei modi sono estremamente “moderni” - incluse le donne in abiti da sera con ampi décolleté sulla schiena - tanto da creare un certo contrasto con il modello conservatore dell’AKP.

La questione però, ancora una volta, sembra un’altra. “Nell’ambito pubblico ciò che emerge sono i condizionamenti ideologici che portano l’architettura e la cultura alla paralisi”, afferma l’architetto Korhan Gümüş. Che poi aggiunge: “La questione viene percepita e presentata come se il problema fosse quello di trovare il design migliore per il centro. Ma l’AKM è soprattutto un luogo della memoria e per questo dovrebbe essere preservato. Simili questioni sono la cartina di tornasole di un problema più complesso che va oltre la gestione dello spazio pubblico e che riguarda la democrazia”, aggiunge l’architetto.


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