Summit UE-Turchia

Unione europea e Turchia rilanciano le proprie relazioni con un accordo sui flussi migratori. Ma senza una visione di lungo periodo, sia la gestione della crisi umanitaria che il processo di adesione di Ankara restano problematici

01/12/2015 -  Francesco Martino

Aiuti economici per i rifugiati, apertura sui visti e rilancio della prospettiva europea di Ankara in cambio di un controllo rafforzato sui flussi migratori. Questo, riassumendo, il succo dell'accordo raggiunto da Unione europea e Turchia e siglato domenica 29 novembre a Bruxelles, durante l'incontro tra i rappresentanti dei 28 stati membri dell'UE e la leadership politica turca.

Il motore del nuovo slancio dei rapporti tra Unione europea e Turchia, estremamente travagliati nell'ultimo decennio, è diretta conseguenza della crisi rifugiati, soprattutto siriani, ma anche afgani e iracheni, esplosa nel 2015 lungo la cosiddetta “rotta balcanica” e diretta soprattutto verso la Germania. “L'obiettivo principale è arginare il flusso migratorio”, ha commentato senza troppi giri di parole il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk a chiusura del summit.

In cambio di un ruolo di Ankara nel controllare il drammatico fenomeno (secondo l'IOM da inizio 2015 sono più di 700mila i migranti, profughi e richiedenti asilo che sono entrati in Grecia dalla Turchia) l'UE ha posto sul piatto tre miliardi di euro in aiuti ai rifugiati presenti sul suolo turco (attualmente più di due milioni di persone), un'accelerazione sul processo di apertura dei visti per i cittadini turchi verso i paesi dell'Unione e la prossima apertura di nuovi capitoli negoziali nel percorso di integrazione della Turchia.

I punti dell'accordo

Sul versante del controllo del flusso migratorio, le due parti hanno sottoscritto una serie di azioni da intraprendere nel prossimo futuro. Innanzitutto, UE e Turchia chiudono le porte ai cosiddetti “migranti economici”, quelli cioè che non hanno diritto a protezione umanitaria, e che dovrebbero essere rispediti nei paesi di provenienza.

A partire dal giugno 2016 dovrebbe entrare in vigore il trattato di riammissione tra UE ed Ankara: quest'ultima, si impegna a riprendere quei migranti che, essendo entrati in territorio europeo dalla Turchia, non otterranno lo status di rifugiati nei paesi in cui l'hanno presentata.

Il governo turco deve adottare misure immediate per migliorare le condizioni di vita dei profughi siriani presenti nel paese, mentre l'UE ha dichiarato la volontà di fornire “assistenza umanitaria immediata e continua” a questi stessi rifugiati, a partire dallo stanziamento dei tre miliardi di euro citati. Per concludere, entrambe le parti concordano nella necessità di “rafforzare la lotta contro i trafficanti illegali di esseri umani”.

Anche la contropartita europea agli sforzi promessi da Ankara si articola su vari livelli. Se l'accordo di riammissione verrà giudicato positivamente implementato, l'obbligo dei visti per i cittadini turchi diretti verso i paesi Schengen dovrebbe decadere dall'ottobre 2016.

Nelle prossime settimane sarà aperto un nuovo capitolo negoziale (il 17, sulle politiche economiche e monetarie) del travagliato processo di integrazione della Turchia all'UE, di fatto bloccato da anni. Nel corso del 2016 dovrebbero seguire i capitoli 15 (energia) 26 (istruzione e cultura), 31 (politica estera, sicurezza e politica di difesa) ma soprattutto i fondamentali capitoli 23 (sistema giudiziario e diritti fondamentali) e 24 (giustizia, libertà e sicurezza).

Reazioni

Al summit di Bruxelles sono seguite dichiarazioni colme di ottimismo. “Abbiamo aperto un nuovo capitolo delle relazioni tra UE e Turchia, basato sulla fiducia reciproca”, ha twittato il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker. “E' una giornata storica nel nostro processo di adesione all'UE. Sono grato ai leader europei per questo nuovo inizio”, gli ha fatto eco il premier turco Ahmet Davutoğlu.

Non mancano però reazioni caute o apertamente scettiche, anche visto il carattere complicato e spesso burrascoso tra la Turchia guidata da Recep Tayyp Erdoğan e i principali leader europei negli ultimi anni. La “fiducia reciproca” a cui fa riferimento Juncker appare oggi più come una speranza per il futuro, che non una realtà del presente.

Controversa anche la solidità degli accordi presi. Il think-tank European Stability Initiative (ESI) ha pubblicato immediatamente un'analisi dettagliata dell'intesa, sostenendo che così com'è, questa ha poche chance di essere implementata con successo.

Per ESI, il numero dei migranti “senza diritto alla protezione” è marginale, le riammissioni non riguardano chi entra nell'UE da paesi terzi come quelli balcanici, le dichiarazioni d'intento per l'integrazione dei rifugiati in Turchia sono formulate in termini vaghi, gli aiuti umanitari rischiano di non arrivare ai rifugiati, e soprattutto di non rispondere alle due principali necessità: la possibilità di lavorare per gli adulti e di ricevere istruzione per i più giovani (sono 5-700mila, al momento, i ragazzi siriani in Turchia che non frequentano la scuola).

Per il think-tank, le misure accordate rischiano quindi di avere “un impatto molto limitato” sul controllo del flusso migratorio.

La questione dei diritti umani

Per molti commentatori, l'accordo di domenica rappresenta una vittoria della Turchia, che avrebbe estorto condizioni favorevoli all'UE grazie alla crisi dei rifugiati: l'Unione avrebbe chiuso entrambi gli occhi sul problematico stato dei diritti fondamentali in Turchia pur di ottenere maggiore collaborazione per chiudere le porte alla “rotta balcanica”.

Va letta in questa direzione la lettera ai leader europei dei giornalisti Can Dündar and Erdem Gül, recentemente arrestati con l'accusa di spionaggio e depistaggio dopo una denuncia presentata da Erdoğan. Scrivendo dal carcere, i due hanno espresso la speranza che il desiderio di risolvere la crisi migratoria “non rappresenti un ostacolo verso la promozione dei diritti umani e la libertà della stampa e di espressione come valore fondamentale dell'Occidente”.

Voci preoccupate si sono levate sul destino dei rifugiati in Turchia e del loro diritto a chiedere protezione umanitaria. Poche ore dopo la firma degli accordi, la polizia turca ha arrestato 1300 rifugiati nella regione di Çanakkale, mentre tentavano di imbarcarsi per l'isola greca di Lesbo, in una delle più grandi operazioni di questo tipo degli ultimi anni.

“L'accordo è molto preoccupante, perché ha come obiettivo primario di ostacolare il movimento di chi cerca protezione nell'UE, in aperto contrasto con i principi fondanti dell'Unione. L'accordo avrà l'unico effetto di rendere il viaggio più costoso e pericoloso per chi vuole arrivare in Europa”, ha dichiarato al Guardian Melanie Ward dell'International Rescue Committee britannico, facendo eco a preoccupazioni largamente diffuse tra le organizzazioni che difendono i diritti umani.

Matrimonio d'interesse?

La Turchia sembra aver ottenuto molto dagli accordi, potendo far leva sui timori europei sulla crisi dei migranti. Nonostante l'apertura dei nuovi capitoli e la possibile eliminazione dei visti, la prospettiva di piena integrazione di Ankara nell'UE resta però problematica ed incerta.

Difficile che gli interessi immediati sulla questione migratoria possano essere sufficienti a portare a compimento il processo, soprattutto quando il clima generale in Europa rispetto all'ingresso turco resta sostanzialmente negativo. Se la leadership europea ha rilanciato il processo col solo obiettivo di rispondere all'emergenza, senza una visione di lungo periodo, il “nuovo inizio” porterà solo a nuove incomprensioni e frustrazioni sull'asse Bruxelles-Ankara.


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