Jozip Broz Tito

Il 4 maggio 1980 morì Jozip Broz Tito. Ora, per Einaudi, "Tito e i suoi compagni", il terzo volume di una trilogia che Jože Pirjevec ha dedicato alla Jugoslavia. Uno sguardo approfondito su nascita, sviluppo e morte di un paese creato quasi per caso dalla storia e dissolto nel sangue

04/05/2015 -  Stefano Lusa Capodistria

Era arrivato al culmine della sua ascesa sociale. Era il 1972. Il contadino dello Zagorje aveva appena invitato la regina Elisabetta a fare un giro di valzer. L’elegante e provetto ballerino, si dice, abbia fatto esclamare a Sua Maestà: “Se quest’uomo è un meccanico, io non sono la regina d’Inghilterra”. Lo scenario era quello incantevole delle isole Brioni, dove Tito e la sua sfarzosa corte ricevevano i loro ospiti più prestigiosi: politici, ma anche figure del mondo della cultura e dello spettacolo. La Jugoslavia non era il centro del mondo, ma uno dei centri della terra sì; meno importante di Washington e Mosca, ma pur sempre un fondamentale punto di riferimento per quel vasto panorama dei “non allineati”, che il padre padrone della Jugoslavia aveva contribuito in maniera decisiva a creare.

Quella Jugoslavia sparì il 4 maggio del 1980, quando, alle 15.05, come disse la retorica di regime, “il grande cuore” del compagno Tito aveva smesso di battere. L’ultimo atto fu un faraonico funerale, dove sfilarono i potenti della terra. “Nonostante i trentacinque anni di dittatura – scrive Pirjevec -, sarebbe ingiusto concludere la sua storia con l’affermazione che Josip Broz sia stato un tiranno alla stregua di Iosif Vissarionovič Džugašvili: al contrario proprio perché si era ribellato al terrore staliniano, istituendo in Jugoslavia un socialismo ‘autogestito’ dal volto umano, Tito è rimasto nella memoria di molti suoi ‘sudditi’ come un uomo al quale essere grati”. Presto i Balcani tornarono ad essere quello che erano sempre stati: un’area di grande instabilità che, per dirla con Bismarck, non valevano le ossa di un solo granatiere di Pomerania.

Con “Tito e i suoi compagni” si chiude la trilogia jugoslava del professor Jože Pirjevec. Uno sguardo approfondito su nascita, sviluppo e morte di un paese creato quasi per caso dalla storia e dissolto nel sangue. Si tratta in pratica, di quello che potrebbe essere considerato il secondo volume, anche se cronologicamente scritto per ultimo, di un’attenta riflessione, che il professore triestino - uno dei più brillanti, se non il più brillante, esponente del mondo culturale sloveno della città - offre sulla Jugoslavia.

Aveva iniziato nel 1992 con “Il giorno di San Vito”, una sagace analisi della storia del paese dalla sua nascita alla sua dissoluzione, aveva proseguito con “Le guerre jugoslave”, la cronaca di una mattanza, di un conflitto combattuto da “uomini che sapevano come sgozzare agnelli”. “Tito e i suoi compagni” è la biografia politica dell’uomo che seppe dire di no a Stalin, che riuscì a far diventare il paese un punto importante per le diplomazie mondiali, ma che non seppe fare nulla o quasi per evitare la sua cruenta dissoluzione.

Fortuna, bramosia di potere, spietatezza, ma anche grande fascino e carisma, sono i tratti distintivi di un leader, morto solo, senza aver accanto nessuno in grado di decidere che era ora di staccare la spina. Venne, infatti, tenuto in vita per mesi, da una classe dirigente che senza di lui non sapeva più che fare e che era oramai alle prese con i primi pesanti segnali della crisi economica. Probabilmente, per lui, fu una fortuna andarsene proprio al momento in cui era arrivato il tempo di pagare i debiti contratti negli anni Settanta e grazie ai quali la Jugoslavia aveva fatto un enorme balzo in avanti, soprattutto per quanto riguardava il livello di vita dei suoi cittadini.

I sovietici di lui non si fidavano e avevano ragione. Negli anni Trenta fu più volte ad un passo dal plotone d’esecuzione. In guerra, tra geniali idee ed evidenti errori, sfiorò più volte la morte. Nel dopoguerra rischiò di venir schiacciato da Stalin, ma sopravvisse trovando l’aiuto dell’occidente, ma evitando di cadere tra le sue braccia. E’ stato spietato nell’immediato dopoguerra riempiendo il paese di fosse comuni, in cui trovarono riposo collaborazionisti ed anche potenziali oppositori del nuovo ordinamento. E’ stato terribile con i suoi nemici nel partito, tanto che non ha esitato ad usare metodi staliniani con i sostenitori di Stalin, all’epoca della rottura con il resto del mondo comunista. Non ha esitato a sbarazzarsi dei suoi più stretti collaboratori, quando questi non erano più d’accordo con lui. Il capo, del resto, era lui e nessuno poteva metterlo in discussione.

Non fu un teorico del comunismo, lui era un uomo pratico, e, probabilmente, considerava le dispute dottrinarie una perdita di tempo. Lasciava fare agli altri, ma era in grado di zittirli con un solo sguardo, quando a suo avviso si stavano spingendo troppo oltre. Nel paese si sviluppò un vero e proprio culto della personalità, che non gli dispiaceva affatto. Di politica interna si occupò il meno possibile, entrò nelle dispute quando non poteva proprio esimersi. Il suo palcoscenico era la politica estera ed i viaggi sulla motonave “Galeb” con cui arrivò sin nelle più sperdute parti del mondo. Capì, prima di altri, che il conflitto reale non era quello tra est ed ovest, ma semmai tra il nord opulento ed il sud povero. Fu tra i primi europei a trattare i capi di stato africani ed asiatici alla pari, tanto che ad un certo punto sembrò anche che potesse ambire al Nobel per la pace. La candidatura sfumò, soprattutto per la mano pesante usata per regolare i conti con gli oppositori interni.

Non andò per il sottile nemmeno con i “liberali”, giovani e brillanti “tecnici” che avevano assunto il potere in Slovenia, Croazia e Serbia e che sembravano poter portare su una nuova strada la Jugoslavia socialista. Lui li lasciò fare, ma quando si accorse che stavano mettendo a rischio il suo stesso potere, e quello della sua ristretta cerchia di collaboratori, li defenestrò in un battibaleno. Perse l’occasione, forse, di dare un futuro alla Jugoslavia, ma conservò sino alla fine quello che, probabilmente, gli era più caro: il potere.

Il volume di Pirjevec ci racconta questo ed altro ancora. Uscito in Slovenia nel 2011 è diventato immediatamente un vero e proprio best seller. Per settimane è stato addirittura in testa alle classifiche di vendita. Un volume di grande leggibilità che si presenta come un riflettore puntato su una figura di estrema complessità e di grande interesse storico.


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