Secondo la Corte costituzionale è tutto da rifare. Janez Janša, ex premier e tra i fondatori della Slovenia indipendente, si vede così cancellata la pena comminatagli nell'ambito del caso Patria, i blindati finlandesi venduti all'esercito sloveno. E torna sulla scena politica da martire

27/04/2015 -  Stefano Lusa

E’ finita con una Caporetto per la magistratura slovena. La Corte costituzionale ha cancellato la sentenza di condanna per corruzione contro l’ex premier Janez Janša ed altri due condannati per la vicenda della fornitura dei blindati finlandesi Patria all’esercito sloveno. Unanime la decisione con cui i giudici della Corte costituzionale hanno rimandato il caso in primo grado. Nella sentenza le accuse non sarebbero state sufficientemente circostanziate (provate).

Come se ciò non bastasse la Corte costituzionale ha anche constatato che a Janša non è stato garantito un equo processo, visto che il presidente del Tribunale supremo Branko Masleša, era tra i giudici che hanno preso in esame il suo ricorso, dopo che lo stesso Masleša non aveva mancato di lanciare strali su Janša, per le accuse che quest’ultimo aveva rivolto all’indirizzo magistratura slovena. Gli avvocati di Janša avevano immediatamente chiesto la sua ricusazione, ma lui ha pensato bene di rimanere al suo posto, proprio come intende fare ora, visto che non sembra aver nessuna intenzione di rassegnare le proprie dimissioni.

Ora prescrizione?

Ora tutto l’incartamento è stato consegnato ad un nuovo giudice che dovrà decidere se iniziare un nuovo processo o se archiviare il caso, scagionando definitivamente Janša e compagni. Il tempo stringe e non è detto che si arrivi ad un epilogo giudiziario. Il caso potrebbe cadere in prescrizione il prossimo agosto o secondo alcune interpretazioni tra due anni. Sulla questione si sta già litigando.

La vicenda delle tangenti per la fornitura dei blindati Patria sta avvelenando il clima politico sloveno da quasi un decennio. Il caso era scoppiato quando la televisione finlandese aveva trasmesso un documentario in cui parlava delle presunte tangenti pagate dall’azienda di Helsinki. Nell’inchiesta si puntava, alquanto direttamente, il dito su Janša, che allora guidava il governo sloveno. Il premier non mancò di respingere rabbiosamente le accuse.

I suoi uomini hanno subito bollato il tutto un complotto ordito, in Slovenia, dalle forze oscure che muovono la sinistra, mentre quando la questione è passata in mano alla magistratura hanno tuonato contro le toghe rosse. I democratici, del resto, è dal 1994, ovvero dal momento in cui Janša venne cacciato dal governo, dove ricopriva la carica di ministro della Difesa, accusato di fare un uso troppo spavaldo dei servizi segreti militari, che continuano a denunciare un’intollerabile e ingiustificato accanimento contro il loro leader: uno dei più importanti, se non il più importante, tra i padri fondatori della Slovenia democratica.

In ogni modo, Janša, che in passato era stato accusato dai suoi detrattori di essere un mercante d’armi ed un profittatore di guerra, questa volta doveva rispondere alle accuse davanti ad un tribunale della Slovenia indipendente, tornando sul banco degli imputati, come era accaduto alla fine degli anni Ottanta, quando a giudicarlo ed a condannarlo fu un tribunale militare dell’armata jugoslava. Per lui si era aperto un periodo burrascoso, proprio quando sembrava finalmente arrivato il suo turno di gestire il paese, dopo anni di dominio del centrosinistra. Si era seduto sulla poltrona di premier nel 2004 e sembrava essere destinato a rimanerci a lungo.

2008, scoppia il caso Patria

Proprio alla vigilia del voto politico nel 2008, quando la vittoria pareva certa, scoppiò il caso Patria. Perse per un pugno di voti, contro gli ex comunisti di Borut Pahor.

Non gli restò che andare all’opposizione, cercando di minare in tutti i modi, il raffazzonato ed inefficiente governo di centrosinistra. Dopo tre anni, alle elezioni anticipate del 2011, sembrava nuovamente toccasse a lui, ma alla fine vinse il sindaco di Lubiana, Zoran Janković, con un partito messo su in poche settimane. Janković non riuscì a formare il governo e la palla passò a Janša, che alla fine venne defenestrato da un rapporto della Commissione anticorruzione che lo accusò di non aver chiarito da dove arrivassero 210.000 euro del suo patrimonio. Poche settimane fa i giudici hanno invalidato anche questo documento per una serie di vizi di forma. Intanto, però, la magistratura gli ha chiesto di rendere conto di altri 500.000 euro del suo patrimonio.

Mai al capolinea

La sua carriera, dopo la condanna definitiva a 24 mesi, sembrava giunta al capolinea. Una consistente fetta del paese gioiva all’idea che quello che veniva considerato un losco personaggio sarebbe effettivamente finito in carcere; i suoi sostenitori, invece, si chiedevano come fosse possibile che, a 25 anni dal crollo del comunismo, gli uomini ancora legati al vecchio regime avessero così tanta influenza e potere da incarcerare un eroe dell’indipendenza, con un processo montato.

Lui, va detto, ha fatto poco o nulla per evitare il carcere. Non ha chiesto rinvii ed ha aspettato che la “giustizia” facesse il suo corso. A poche settimane dalle ultime elezioni politiche, nel giugno scorso, Janša, accompagnato da una folla di suoi sostenitori e dalla moglie in lacrime, ha varcato le soglie del carcere di Dob, il carcere di massima sicurezza nel circondario di Lubiana, dove scontano le loro condanne i peggiori criminali del paese. Ciò non ha impedito al Partito democratico, di cui anche dal carcere è rimasto leader unico e indiscusso, di candidarlo alle politiche. E’ stato il deputato più votato, ma i democratici le elezioni le hanno nuovamente perse.

Si è presentato alla seduta inaugurale del parlamento con un permesso speciale. In quell’occasione non è passata inosservata la fugace stretta di mano scambiata con il presidente della repubblica Borut Pahor. Da quel momento, contrariamente a quanto accaduto in passato, è stato un assiduo frequentatore delle sedute del parlamento, almeno sino al 12 dicembre, momento in cui la Corte costituzionale ha sospeso la sua condanna in attesa di pronunciarsi in via definitiva sul suo ricorso. I suoi colleghi avevano mal tollerato quella presenza ed ancor meno il proposito del suo partito di farlo diventare membro della Commissione di vigilanza dei servizi segreti. Ad un certo punto hanno anche tentato di revocargli il mandato parlamentare, manovra, questa, scongiurata dalla scarcerazione decisa dalla Corte costituzionale.

Ora Janša torna sulla scena politica con una nuova aureola da martire, che i giudici della Slovenia democratica gli hanno consegnato. Lui comunque è quello di sempre: amato dai suoi sostenitori ed odiato dai suoi avversari. Una polarizzazione che lui non ha mai cercato di superare e che probabilmente gli è costata più di qualche vittoria elettorale. .


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