Ancora drammatica la situazione nella Serbia alluvionata. Arrivano i primi dati ufficiali sul numero di vittime e dispersi, ma anche severe critiche sull’operato del governo. Resta da vedere se il populismo del premier Vučić pagherà anche questa volta

22/05/2014 -  Dragan Janjić Belgrado

I bar di Obrenovac, città che sorge dove si incontrano i fiumi Kolubara e Sava, giovedì scorso sono rimasti aperti fino a mezzanotte. Ma già dalle prime ore del mattino la città era sott’acqua. L’epilogo è di almeno 14 morti (secondo i dati ufficiali finora resi disponibili), case, appartamenti e fattorie distrutte … il caso di Obrenovac e di alcune altre città che hanno subito la stessa sorte, mostra tutta la forza distruttiva della massa d’acqua che ha invaso la regione, ma desta anche una certa preoccupazione per l’incapacità dimostrata dallo stato e dalle sue istituzioni nel far fronte ad una sfida di queste dimensioni.

Si ha infatti l’impressione che i cittadini auto-organizzatisi siano stati più veloci ed efficaci dello stato. A seguito delle prime notizie sulle catastrofiche alluvioni i cittadini, tramite e grazie ai social network, hanno iniziato a raccogliere aiuti e volontari si sono organizzati per riempire sacchetti di sabbia e rinforzare gli argini. “Pensavo che mio figlio fosse molto egoista, ma adesso sta dando tutto quello che ha, dai giocattoli ai vestiti”, afferma una funzionaria di Belgrado.

E' chiaro che le istituzioni preposte non sono state in grado di arrestare le forti inondazioni perché le precipitazioni sono state veramente eccezionali. Quello che viene loro rimproverato però sempre più duramente è di non aver reagito in modo tempestivo e di non aver assicurato per tempo l’evacuazione della popolazione dalle regioni colpite.

Questo molto probabilmente non è stato possibile farlo del tutto in zone montane come Krupnja, dove in poche ore i torrenti si sono trasformati in una massa d’acqua inarrestabile che ha spazzato via tutto quello che incontrava sul suo cammino. Tuttavia, la maggior parte delle persone è morta a Obrenovac, in pianura, e lì vi è stato di sicuro più tempo per allertare la popolazione.

Finora si contano 27 morti, ma si teme che la cifra non sia definitiva. Sino a ieri, a cinque giorni dopo l’inizio delle alluvioni, non vi erano dati ufficiali o quanto meno una stima del numero dei dispersi. Solo mercoledì 21 maggio la polizia ha reso noto che sono state dichiarate scomparse in questi giorni 798 persone e nel frattempo 215 di loro sono state ritrovate. Se il governo non ha rilasciato stime ufficiali perché proprio non le aveva è chiaro che il sistema ha funzionato piuttosto male e non si è riusciti a tenere conto nemmeno dei dati sulle persone coinvolte nella tragedia. Se invece le informazioni sono state intenzionalmente nascoste, il governo dovrà a breve fare i conti con le conseguenze di questa censura, soprattutto se dovessero avverarsi le cupe previsioni sul numero dei morti.

Populismo

Il governo, guidato dal premier Aleksandar Vučić e dal suo Partito progressista serbo (SNS), ha reagito alla crisi con la solita ricetta populista, continuando a spingere molto sull'emozionalità. Ma l’impegno concreto è stato del tutto insoddisfacente. Il sistema creato da Vučić e dall’SNS negli ultimi due anni, da quando sono al potere, si è dimostrato non funzionale e poco efficace. Le istituzioni, il cui funzionamento in queste circostanze è molto importante, sono rimaste bloccate dalla volontà politica e dal desiderio della coalizione di governo di autopromuoversi.

Una volta chiaro che le alluvioni sarebbero state di dimensioni bibliche e che le vite e le proprietà di migliaia di persone erano in pericolo, il premier Vučić ha deciso di mostrare una reazione energica: ha riunito il governo in una seduta trasmessa in diretta televisiva durante la quale il premier in persona ha preso decisioni e impartito ordini con toni imperativi ai ministri e ai responsabili dei diversi servizi. Nei giorni successivi sono state messe in onda anche alcune parti di una seduta del Comitato di crisi della Repubblica durante la quale il premier è intervenuto con atteggiamenti simili.

In primo piano, quindi, vi era il suo personale impegno e desiderio di far sapere ai cittadini che l’intero sistema faceva tutto quello che era possibile fare. Ma il "sistema" poi non si è proprio visto. In questi anni tutte le strutture dello stato e i vari servizi operativi sono stati "annessi" dalla politica e si è data scarsa attenzione alle effettive competenze professionali.

Istituzioni

Oggettivamente, la dimensione delle alluvioni era tale che non si sarebbe potuto fare molto di più, quanto meno per quel che riguarda i tentavi di fermare le esondazioni dei corsi d’acqua. Gli argini e i canali di scorrimento in Serbia non sono stati progettati per contenere le enormi precipitazioni cadute in così breve tempo. E' però probabile che se le istituzioni preposte si fossero dimostrate più competenti, le conseguenze delle alluvioni sarebbero state minori. La Serbia ha un’ottima legge in materia di reazione alle emergenze di questo tipo, che prevede esattamente i passi da fare in simili situazioni con la messa in campo di una rete di corpi di primo intervento e unità d'emergenza. Ma il sistema non ha funzionato a dovere e in tempo. I motivi di questo vanno cercati nel continuo immischiarsi della politica negli affari pubblici, cosa che non riguarda solo l’attuale governo ma anche i precedenti.

Come se non bastasse la drammatica crisi è stata affiancata da tensioni politiche. Una sorta di guerra fredda si conduce senza sosta tra il potere nazionale e il Comitato di crisi della provincia della Vojvodina, che ha difeso la sponda sinistra della Sava. In Vojvodina al potere c’è ancora una coalizione guidata dal Partito democratico (DS) e a capo del Comitato di crisi vi è un funzionario del DS, Goran Ješić. La zona difesa dal Comitato ha avuto danni nettamente inferiori al resto delle regioni colpite e le città in quella zona non sono state allagate, ma i media molto di rado hanno citato Ješić.

Conseguenze

Il modo in cui il governo ha reagito alle alluvioni aiuterà di sicuro a consolidare il rating personale di Vučić perché la prima conclusione del cosiddetto uomo della strada sarà che il premier si sta preoccupando dello stato e della nazione in modo efficace. Il tono imperativo usato da Vučić nelle comunicazioni coi ministri e altri funzionari sarà anch’esso accolto come un chiaro segnale che finalmente c’è un politico che è pronto a prendere la situazione “nelle sue mani”, compie azioni energiche e aiuta il popolo.

Creando una mobilitazione generale nella lotta alle alluvioni mediante la seduta del governo trasmessa in diretta, durante la quale ha dato ordini e ha avvertito dell'estrema gravità della situazione, Vučić ha creato un precedente con cui proteggersi da eventuali critiche sul fatto che il governo abbia esitato troppo e non sia stato in grado di impedire la catastrofe. A tali critiche può tranquillamente rispondere che l’intero paese ha potuto vedere che lui, in persona, agiva ed ha messo in campo tutte le risorse a disposizione.

Al momento le persone delle zone colpite dalla alluvione sono impegnate nel soccorrere vite umane e salvare le proprie proprietà. Le conseguenze tragiche dell'alluvione non sono ancora completamente davanti ai loro occhi. Tra qualche settimana o mese i cittadini che sono rimasti senza casa e senza proprietà dovranno fare però i conti con enormi problemi e con la miseria: e si aspetteranno che il governo intervenga. Tenendo però presente del budget limitato di cui dispone il governo è inevitabile che vi sarà un aumento della insoddisfazione.

C’è inoltre da aspettarsi che l'opposizione cerchi di sfruttare la situazione, ma nella sua fragilità è difficile riesca a farlo con successo. Anche perché lo stretto controllo governativo sui media fa sì che sino ad ora si siano poste poche domande sulle falle dimostrate nel reagire all'evento catastrofico, come poche domande sull’eccessiva influenza della politica sul lavoro delle organizzazioni di pronto intervento.


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