Foto di Ps.INL /Shutterstock

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Il Kosovo non riesce a diventare membro dell’Interpol, la Serbia esulta ma Pristina reagisce con un’azione di polizia volta a far luce sull’omicidio Ivanović e, soprattutto, con l’aumento del 100% dei dazi doganali

27/11/2018 -  Dragan Janjić Belgrado

La leadership politica serba e i media ad essa vicini si erano da poco lasciati andare all’euforia per la decisione dell’Assemblea generale di Interpol di non ammettere il Kosovo tra i propri membri, che subito è arrivata una doccia fredda da Pristina. Nella prima mattinata di venerdì 23 novembre la polizia kosovara ha infatti arrestato tre persone di nazionalità serba sospettate di essere coinvolte nell’omicidio del leader politico serbo-kosovaro Oliver Ivanović.

Ivanović è stato ucciso nel gennaio di quest’anno e i suoi sostenitori attribuiscono la responsabilità del suo omicidio alla criminalità organizzata che controlla il territorio dell’enclave serba al nord del Kosovo.

Le autorità kosovare hanno emesso un mandato di arresto anche nei confronti di Milan Radoičić, considerato il “padrone della situazione” nel nord del Kosovo con forti legami sia con la leadership di Belgrado sia con quella di Pristina, ma al momento dell’intervento Radoičić non era rintracciabile nel nord del Kosovo e la polizia kosovara lo sta ancora cercando.

Le autorità di Belgrado sostengono che Radoičić non sia in territorio serbo e che l’operazione della polizia kosovara non abbia nulla a che fare con l’omicidio di Ivanović, ma che piuttosto sia stata organizzata allo scopo di intimidire la popolazione serba del Kosovo.

I media serbi che non sono sotto il controllo del governo descrivono Radoičić come “un controverso uomo d’affari” legato alla leadership di Belgrado.

Nello stesso giorno in cui ha avuto luogo l’intervento della polizia kosovara, il presidente serbo Aleksandar Vučić ha incontrato alcuni ministri del governo di Belgrado. “Si ingannano coloro che credono di poter intimidire la Serbia con le forze armate e di polizia. Siamo un piccolo paese e dobbiamo pensare al nostro popolo che ha vissuto molte guerre e ha fatto grandi sacrifici, dobbiamo pensare ad ogni singola persona, pertanto rispondiamo con calma alle provocazioni e non ci comportiamo in modo arrogante; chiediamo pace e stabilità e non minacciamo nessuno”, ha dichiarato il presidente Vučić al termine dell’incontro.

I media mainstream serbi hanno riportato di presunte minacce provenienti dal Kosovo, pubblicando, tra l’altro, la notizia (successivamente smentita dalla KFOR) che le unità speciali della polizia kosovara si erano dirette verso il confine con la Serbia. Sullo schermo si sono susseguiti funzionari del governo e analisti ad esso vicini, nel tentativo di fomentare sentimenti patriottici.

A giudicare da come le autorità di Belgrado si sono comportate finora, sembra che dietro a questo clamore mediatico non vi sia alcuna intenzione di compiere un’azione concreta, bensì il tentativo di guadagnarsi le simpatie degli elettori ricorrendo alla retorica populista.

Dazi doganali

L’intervento della polizia kosovara nell’enclave serba al nord del paese è avvenuto alcune settimane dopo la decisione del governo di Pristina di imporre tariffe doganali del 10% sui prodotti provenienti dalla Serbia e dalla Bosnia Erzegovina. Nello stesso giorno in cui è stata respinta la richiesta del Kosovo di aderire all’Interpol le autorità di Pristina hanno però nuovamente alzato i dazi, questa volta al 100%, violando le regole di libero scambio stabilite dall’accordo CEFTA, sottoscritto da tutti i paesi della regione.

L’introduzione di dazi doganali può essere vista come una risposta di Pristina all’esito negativo della votazione sull’adesione del Kosovo all’Interpol, e la maggior parte degli analisti di Belgrado ritiene che le autorità kosovare non avrebbero intrapreso tale azione se non fossero sostenute dall’estero, probabilmente da Washington.

A prescindere dal fatto che siano state suggerite e sostenute da qualche potenza mondiale o intraprese autonomamente dalle autorità kosovare, entrambe le azioni – sia l’introduzione di dazi doganali sia l’operazione della polizia kosovara – rappresentano un chiaro messaggio rivolto a Belgrado che i suoi tentativi di bloccare l’ingresso del Kosovo nelle organizzazioni internazionali non sono visti di buon occhio. È emerso ancora una volta che la situazione nella regione, compresa quella del Kosovo, si sta evolvendo nella direzione voluta da Bruxelles e Washington, e che la posizione della Serbia è alquanto vulnerabile e rimarrà tale finché le autorità di Belgrado non cambieranno l’approccio alla questione del Kosovo.

L’introduzione di dazi doganali da parte delle autorità kosovare è stata una delle principali questioni discusse durante l’incontro tra il presidente Vučić e i ministri. Al termine dell’incontro Vučić ha dichiarato che la Serbia non si piegherà alle minacce e che non proseguirà il dialogo con il Kosovo finché le autorità di Pristina non revocheranno i dazi introdotti.

Dal momento che si tratta di una misura in contrasto con l’accordo di libero scambio nella regione, e che anche dall’estero arrivano sollecitazioni affinché venga revocata, non ci sarebbe da stupirsi se Pristina facesse retromarcia. Se ciò dovesse accadere, il negoziato tra Serbia e Kosovo sarà riaperto, ma le autorità di Belgrado non potranno sfuggire all’impressione che la posizione della Serbia ne sia uscita ulteriormente indebolita.

L’export serbo di beni e servizi in Kosovo ammonta a circa 500 milioni di euro all’anno, e i dazi imposti dal governo di Pristina danneggiano sia l’economia serba sia i serbi del Kosovo che già vivono in condizioni precarie. I valichi di frontiera con la Serbia sono controllati dalle autorità kosovare, e i comuni a maggioranza serba nel nord del Kosovo non possono intraprendere alcuna azione per evitare di pagare i dazi sui prodotti serbi. Il volume delle esportazioni dei prodotti kosovari in Serbia è trascurabile, per cui la Serbia vanta un notevole surplus commerciale nei confronti del Kosovo.

Reazioni

Nello stesso giorno in cui si è svolta l’operazione della polizia kosovara, il presidente serbo ha incontrato gli ambasciatori di Russia e Cina a Belgrado. Con questa mossa Vučić ha probabilmente voluto dimostrare che la Serbia ha alleati su cui può contare, ma finora né Mosca né Pechino hanno intrapreso alcuna azione concreta. Le autorità serbe potrebbero decidere di rafforzare le relazioni con la Russia per “mostrare i denti all’Occidente”, ma sarebbe una mossa disperata con scarsa probabilità di successo, per cui è poco probabile che Vučić decida di intraprendere questa strada.

Un eventuale rafforzamento dei rapporti tra la Serbia e la Russia sarebbe inaccettabile per Bruxelles e Washington perché inevitabilmente porterebbe all’espansione dell’influenza russa nella regione. Le potenze occidentali farebbero di tutto per evitare un tale scenario, ed è chiaro che hanno a disposizione tutta una serie di meccanismi a cui ricorrere.

Prima di tutto bisogna tenere presente che quasi l’80% del commercio estero serbo avviene con i paesi della regione, con l’UE e con altri paesi occidentali che hanno una grande influenza sulla vicende politiche, e non solo, della Serbia. Se Vučić dovesse scegliere la strada della “disobbedienza” all’Occidente, la Serbia potrebbe subire misure che metterebbero a repentaglio la stabilità economica e sociale del paese.

E la Serbia non potrebbe fare nulla per riconquistare l’influenza in Kosovo. Al contrario, il sostegno internazionale all’indipendenza del Kosovo aumenterebbe, le autorità di Pristina procederebbero alla formazione dell’esercito del Kosovo e cercherebbero di ottenere lo status di osservatore all’Onu.

Così la Serbia subirebbe una doppia perdita: l’economia e la popolazione sarebbero ulteriormente impoverite, mentre la posizione internazionale del Kosovo ne uscirebbe rafforzata. Le autorità serbe potrebbero, usando i media sotto il loro controllo, cercare di propugnare la tesi secondo cui la Serbia sarebbe vittima di un’enorme ingiustizia, ma questo non potrebbe durare a lungo perché i cittadini sarebbero sempre più insoddisfatti, mentre l’opposizione probabilmente godrebbe di un sempre maggiore sostegno delle potenze occidentali.

Quindi, a Vučić conviene cercare la soluzione della questione del Kosovo nell’ambito dell’Accordo di Bruxelles e impegnarsi nei negoziati sulla normalizzazione delle relazioni con Pristina, pur essendo probabilmente consapevole di godere di un sostegno sempre più debole da parte di Bruxelles e Washington.

Ed è proprio per questo che, oltre a ricorrere a una retorica patriottica destinata ai suoi sostenitori ed elettori, continua a ripetere che la Serbia deve negoziare e che non intende intraprendere alcuna contromisura nei confronti del Kosovo.


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