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Il racconto di un sodalizio durato oltre sessant'anni, tra due intellettuali che non solo hanno condiviso l'Adriatico ma anche l'impegno per contrastare i nazionalismi che hanno lacerato i territori in cui vivevano

05/02/2018 -  Vittorio Filippi

Difficile definire questo libro. Potremmo dire che è il ricordo palpitante ed impegnato di un grande scrittore scomparso esattamente un anno fa. Ma sono anche quasi trecento pagine di testimonianza di un sodalizio profondo tra due amici, suggello affidato alle parole ed alla carta di un legame tra i due durato oltre sessant’anni ed iniziato a Fiume, dove Scotti viveva e dove Matvejević si trovò a fare il servizio militare.

“Due marinai”, dice il titolo, che non solo hanno condiviso un mare, l’Adriatico, che è storicamente fonte di legami e di culture. Ma anche due marinai che hanno metaforicamente attraversato il mare – ultimamente infido e procelloso – della loro patria, o meglio di quella che fu la loro patria, la Jugoslavia: nel 2003, quando ne scomparve il nome, Matvejević disse alla televisione svizzera che “Non soltanto è sparito uno stato, ma si sono dileguati anche l’esperienza e il significato che quell’esperienza ha avuto”.

Pur venendo da due storie personali assai diverse quanto entrambe estremamente complicate, per così dire, e al di là della misteriosa ed insondabile alchimia che sempre costituisce le umane (e durature) amicizie, è facile rintracciare tra Scotti e Matvejević un inossidabile idem sentire (un idem sentire de republica, per dirla tutta) che li accomunerà ad esempio nello jugoslavismo già quando l’idea andava pericolosamente contro corrente. E’ infatti dell’82 il libro di Matvejević “Lo jugoslavismo oggi” (Jugoslavenstvo danas) in cui mostrava il suo pessimismo sul sorgere dei nazionalismi nel dopo Tito. Il pensiero teorico si fece impegno concreto quando nell’89, in piena decomposizione del paese (la Lega dei comunisti sparirà l’anno dopo), Scotti e Matvejević parteciparono all’avventura dell’Ujdi, l’Associazione per l’iniziativa democratica jugoslava, per tentare di salvare l’unità del paese in chiave confederale ed evitare il conflitto incombente. Nel 1992, a guerra già in corso, furono entrambi candidati in Croazia dell’Unione socialdemocratica. Non vennero eletti: anzi, contro di loro si avviò una campagna di odio nazionalistico che ebbe episodi di vera e propria violenza e li costrinse – soprattutto Matvejević – ad andarsene all’estero, tra “asilo ed esilio”, come titolò efficacemente il suo amaro romanzo epistolare nel 1998.

Scrive Matvejević: “Con Giacomo Scotti mi sono incontrato anche fuori della letteratura. Ambedue ci siamo sentiti in minoranza: egli quale appartenente alla minoranza italiana di Fiume e dell’Istria, io come utopista nato in Bosnia, figlio di padre russo e madre croata, che ha sempre cercato di difendere le minoranze. I nazionalisti non amano né lui né me. Giacomo, come italiano, se l’è passata peggio di me. Io sono stato costretto ad andarmene in Italia. Ma non ci siamo divisi: anche stando lontani, siamo rimasti l’uno accanto all’altro, i libri hanno superato le lontananze. La poesia non è soltanto quella che si scrive”.

Scotti, al termine del suo libro, pone alcune foto dell’amico scomparso ed in particolare la copertina del lungo lavoro sulla civiltà del pane di Matvejević (Kruh naš) in cui l’autore gli dedica la copia definendolo “mio fratello gemello”. E a sottolineare il tutto scrive sotto “Zagreb, 7.10.2009 (giorno del mio compleanno – 77)”. Se ricordare (etimologicamente: richiamare al cuore) è ancor oggi l’unico modo per tenere in vita chi si ricorda, allora il libro di Scotti non è solo un tributo, un hommage ad una lunga amicizia, ma anche un ottimo modo per onorare la figura di Matvejević “nonostante” la morte. Anche così il rodato viaggio dei nostri “due marinai” può continuare.


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