Donetsk, foto di Danilo Elia

Donetsk, foto di Danilo Elia

La crisi nell'Ucraina orientale e l'atteggiamento di Mosca fanno sorgere più di un parallelo con il conflitto in ex Jugoslavia degli anni novanta. L'Ucraina orientale potrebbe finire come la Krajina serba, con una sconfitta militare e politica. L'analisi del nostro corrispondente

14/08/2014 -  Dragan Janjić Belgrado

La Serbia non partecipa al conflitto in Ucraina e i cittadini serbi che vi combattono su ambo i fronti recano solo danno alla Serbia, afferma il premier Aleksandar Vučić. Con questa dichiarazione il governo serbo ha preso nettamente le distanze dai volontari serbi filo russi impegnati nell’Ucraina orientale. Alcuni di questi soldati hanno già avuto esperienze belliche in Croazia e in Bosnia Erzegovina, dove negli anni novanta erano volontari o membri di truppe regolari dell’esercito formato dal potere serbo locale, con l‘aiuto di Belgrado.

L’ultranazionalista Partito radicale serbo (SRS), di cui Vučić era un alto funzionario, era uno dei principali organizzatori della raccolta e dell’invio al fronte di volontari in Croazia e in Bosnia Erzegovina con l’intento di difendere “le terre serbe” (termine che veniva usato per quelle zone della ex Jugoslavia abitate dai serbi). Oggi Vučić è il leader del Partito progressista serbo (SNS), sorto dalla scissione dell’SRS, e ufficialmente ha preso le distanze dall’ultranazionalismo.

Il concetto su cui si basava lo sforzo della Serbia per mantenere il dominio su parti della Croazia e della Bosnia Erzegovina, mediante entità parastatali create con l’impiego delle armi, alla fine è fallito sia politicamente che militarmente. La Repubblica serba di Krajina (RSK), come si chiamava il parastato creato in Croazia, non esiste più e nei media si usa il termine colloquiale Krajina. Vučić si sforza di condurre una politica che sia in accordo con le richieste occidentali, e con la critica pubblica ai volontari serbi che vanno in guerra in Ucraina, ha voluto sottolineare che questo orientamento filo-occidentale ha basi solide.

Senza un’opzione di riserva

I volontari e i mercenari serbi in Ucraina non sono l’unico collegamento possibile tra l’attuale conflitto nell’est ucraino e le guerre nella ex Jugoslavia degli anni novanta. La Serbia, ossia la Repubblica federale di Jugoslavia (SRJ), che era composta da Serbia e Montenegro, allora aveva incoraggiato e aiutato la rivolta armata dei serbi di Croazia, che avevano formato il loro parastato RSK, cioè la Krajina. Quando la Croazia riuscì a rinforzarsi e a lanciare l’offensiva sulla Krajina, la Serbia non fu in grado di difenderla dalla sconfitta militare e politica, e circa 200.000 serbi dovettero fuggire.

Nell'Ucraina orientale i russi hanno proclamato la Repubblica popolare di Donetsk, andando alle armi contro le forze ucraine. Ora è in corso una dura offensiva delle forze ucraine mentre la Russia, che appoggia le azioni della popolazione russa di Ucraina volte a stabilire un’autonomia militare e politica, non può far niente per impedire l’avanzata delle forze ucraine. Ecco che, 20 anni dopo la sconfitta militare dei serbi in Croazia, la storia in un certo senso si ripete. I ribelli russi in Ucraina devono fare i conti con la possibilità di essere sconfitti militarmente e politicamente, nel frattempo le famiglie sono divise e ci sono centinaia di profughi, mentre ancora non c’è l’ombra di una soluzione politica del conflitto.

Per come stanno le cose adesso, i russi nell’Ucraina orientale e Mosca non hanno pensato ad una valida opzione di riserva, nel caso in cui la rivolta fallisse. L’impressione è che, dopo la relativamente facile presa della Crimea da parte della Russia, è regnata la convinzione che l’Ucraina fosse debole e che le cose sarebbero presto terminate anche nelle altre parti orientali del paese. La stima sulla debolezza dell’Ucraina probabilmente è esatta, ma la stima sulla prontezza dell’Occidente ad impegnarsi per mantenere l’integrità territoriale dell’Ucraina e impedire alla Russia di rinforzare la sua influenza era errata.

Nemmeno i serbi in Croazia avevano una qualche opzione di riserva. All’inizio degli anni novanta furono proposti piani internazionali che prevedevano un alto livello di autonomia della Krajina all’interno della Croazia, ma furono rigettati. Slobodan Milošević all’epoca si sentiva potente e aveva motivo di credere che abbandonare la Croazia avrebbe indebolito il suo rating politico tra gli elettori. Motivo per cui incoraggiò le correnti radicali tra i serbi della Krajina per fare in modo che rimanessero fermi sull’idea di una Krajina come stato indipendente senza alcuna relazione con la Croazia e organizzò le destituzioni di quei funzionari locali della Krajina che non sostenevano questa idea.

Il sostegno internazionale

Un altro importante tratto comune tra l’attuale situazione in Ucraina e l’allora Krajina di Croazia riguarda le alleanze sul piano internazionale. I serbi della Krajina e Belgrado avevano contato sull’appoggio della Russia, così come oggi fanno i russi dell’Ucraina orientale. L’aiuto alla Krajina non arrivò né da Belgrado né da Mosca, e la Russia non ebbe le forze per influire sui paesi occidentali al fine di impedire la sconfitta politica dei serbi di Krajina. Alla Russia, ovviamente, non venne in mente di intervenire militarmente per difendere i ribelli in uno stato internazionalmente riconosciuto.

La Serbia durante il conflitto in ex Jugoslavia affermava di non essere in guerra e di offrire principalmente sostegno politico ed economico ai serbi che vivevano fuori dalle sue frontiere, in lotta  per i loro diritti. Milošević capì presto che se avesse impegnato direttamente la JNA (esercito jugoslavo) nel conflitto in Croazia dichiaratasi indipendente, avrebbe compiuto un gesto che sarebbe stato interpretato come un intervento militare diretto, quindi la JNA si ritirò, lasciando parte delle armi, equipaggiamenti e personale al potere serbo locale. Fu rinforzata e organizzata la mobilitazione dei volontari, e proseguì l’aiuto economico e l’invio di armi e munizioni.

L’aiuto ricevuto dai serbi di Krajina da Belgrado non fu sufficiente perché nel frattempo la Croazia ricevette un forte sostegno e aiuto dall’Occidente. Accadde così che la guerra in Croazia finì con la netta sconfitta militare e politica dei serbi. Le relazioni tra Serbia e Croazia iniziarono a migliorare dopo la guerra, nonostante le centinaia di migliaia di profughi che, fidandosi del sostegno della Serbia, rimasero senza casa e in miseria. La ex SRJ riconobbe ufficialmente la Croazia il 9 settembre 1996, ma prima ci furono vari accordi di normalizzazione delle relazioni e l’apertura delle rappresentanze statali.

L’idea della Krajina per un certo periodo godette di un debole sostegno, ma alla fine fu ridotta alle temporanee dichiarazioni di alcuni ultranazionalisti che non riuscirono ad influire sulla politica di Belgrado. Al regime di Milošević interessava che quella sconfitta finisse in fretta nel dimenticatoio, mentre l’obiettivo del leader di Belgrado era di far diminuire o fermare le pressioni occidentali sul suo governo.

Oggi Mosca, nonostante la possibilità di sconfitta delle forze nell’Ucraina orientale, non spinge le sue truppe verso un intervento armato ed è molto probabile che non lo farà mai. La Russia, a quanto pare, per ora si accontenta del fatto che la Crimea, dove ha importanti basi militari, viene di rado nominata a livello internazionale. La Russia tempo fa ha già riconosciuto l’integrità territoriale dell’Ucraina e, in sostanza, può essere soddisfatta se la Crimea manterrà lo status quo. Mentre l’Ucraina orientale potrebbe finire come la Krajina: sconfitta militarmente e costretta a sciogliere il potere costituito e ad adottare una qualche forma di integrazione all’interno dell’Ucraina.


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