Partigiani albanesi in azione - Ghetto Fighters House Archive

In Albania nel 1943 nella cittadina di Kruja prendeva il via la resistenza armata dei soldati italiani di stanza nel Paese delle aquile. A poche settimane dalla celebrazione del settantesimo della Liberazione, una riflessione che pone l'accento sulla Resistenza dei soldati italiani all'estero

08/05/2015 -  Nicola Pedrazzi Kruja

(Originariamente pubblicato per la rivista Il Mulino il 7 maggio 2015)

Ho festeggiato il nostro settantesimo 25 aprile in Albania, a Kruja, la storica cittadella medievale da cui l’invitto Skanderbeg osò dichiarare guerra ai turchi. Quella dell’eroe albanese non fu l’unica resistenza a nascere tra quelle aspre montagne, perché esattamente cinque secoli dopo (1443-1943) la Divisione “Firenze” del generale Arnaldo Azzi inaugurò proprio a Kruja la Resistenza italiana in terra d’Albania.

Nonostante una splendida memorialistica (per l’Albania consiglio anzitutto Franco Benanti, La guerra più lunga, Mursia, 2003), la Resistenza dei soldati italiani all’estero fatica a trovare spazio nei manuali, nelle cerimonie, nella memoria collettiva. Nel 1989 il ministero della Difesa istituì sul tema un’apposita commissione di studio, i cui risultati vennero pubblicati in nove cospicui volumi editi da “Rivista Militare”. Altri storici hanno poi contribuito a colmare questo assordante vuoto di memoria – si pensi al volume di Elena Aga Rossi e Maria Teresa Giusti, Una guerra a parte (2011), edito proprio da Il Mulino – ma non stupisce che ogni anno le celebrazioni ufficiali si concentrino sulla dimensione nazionale e territoriale della lotta di Liberazione.

Ciò accade, occorre dirlo, anche per la ferita che i soldati italiani all’estero incarnano di fronte alla nostra coscienza nazionale. A settant’anni dal sacrificio per la libertà, vale forse la pena ricordare i crudi numeri balcanici. L’8 settembre 1943 il Regio esercito contava 64 divisioni: delle 31 stanziate all’estero, 12 si trovavano nei Balcani continentali e 6 di queste, afferenti alla 9° Armata, in Albania. Alla firma dell’armistizio erano dunque presenti “in Balcania” circa 700.000 soldati italiani, 130.000 dei quali su suolo albanese. Non va dimenticato che nel settembre ’43 a Tirana non erano presenti divisioni tedesche: tutti i porti erano in mano italiana, e tali rimasero almeno fino alla fine del mese. Ciononostante, in sede di armistizio non fu elaborato alcun piano per il recupero delle truppe oltre Adriatico: a guerra conclusa, nell’ambito del processo cui venne sottoposto Badoglio, il generale Ambrosio dichiarò che nei Balcani il Maresciallo aveva preventivato la perdita di mezzo milione di uomini.

La mancanza di un piano di evacuazione gestito di concerto con gli Alleati – difficile ma possibile, visti i tempi e la disponibilità di navi italiane nel Nord Adriatico – segnò il destino delle centinaia di migliaia di uomini e di donne che l’imperialismo fascista aveva portato oltre il mare, vicende tragiche e disparate, poiché fuori d’Italia, più che in patria, vi fu anche chi morì fascista per lealtà e chi divenne partigiano per sopravvivere.

Per quanto concerne l’Albania, la Resistenza armata al nazifascismo fu scritta da una minoranza di combattenti (2.000-3.000 unità); il gruppo di gran lunga più consistente fu, infatti, quello degli internati: circa 75.000 soldati seguirono gli ordini-vergogna dei comandi della 9° Armata, credendo alla promessa del rimpatrio immediato e dirigendosi non verso il mare, ma a Est, verso le stazioni ferroviarie della Bulgaria, da dove i nazisti li tradussero nei campi di Germania e Polonia (più di un decimo dei 600.000 internati militari italiani in Germania proveniva dal Paese delle Aquile).

Ma non tutti gli italiani in Albania cedettero le armi al tedesco: non lo fece la Divisone “Perugia”, di stanza a Sud, ad Argirocastro, e non lo fece la Divisione “Firenze”, il cui comandante, il generale Azzi, assunse, con il benestare dei partigiani comunisti albanesi, il comando delle “Truppe italiane alla Montagna”. Sebbene, nella retorica di Enver Hoxha, l’Italia sia sempre rimasta un paese imperialista, il comune sacrificio di Kruja – primo episodio di resistenza italo-albanese nell’ex colonia del conte Ciano – non fu disconosciuto da parte albanese: lo testimonia ancora oggi un piccolo monumento in marmo e mattoni che il regime volle porre anche a memoria dell’antifascismo del “popolo italiano”. Avevo letto della sua esistenza, ma nessuno a Kruja è stato in grado di indicarmelo. Tornando in pianura, uscendo da un tornante a gomito appena fuori dal centro abitato, improvvisamente l’ho scorto, minuscolo, sulla destra. Sulla sua lapide si legge a malapena:

«Qui, il 22 settembre 1943, i partigiani dei battaglioni Kruja, Ishem, Mat e Diber, insieme ai combattenti volontari antifascisti italiani [non si legge] della Divisione “Firenze” hanno valorosamente combattuto contro le forze [non si legge] tedesche».

In Albania, più che altrove, il rapporto con la guerra di Liberazione è controverso: alla cacciata dei nazisti (29 novembre 1944) non seguì, come da noi, un virtuoso compromesso costituente, ma il più longevo e spietato regime comunista dell’Est Europa. Ciò detto, prima di essere archiviato come un mito utile al regime albanese – il quale certamente utilizzò la comune esperienza resistenziale per aprirsi varchi d’amicizia oltre cortina – e prima ancora di ammettere la relativa esiguità numerica degli uomini che a essa sacrificarono in tutta coscienza la propria vita o la propria giovinezza, la Resistenza armata dei soldati italiani in Albania meriterebbe di essere inserita a pieno titolo all’interno della narrazione dell’antifascismo nazionale.


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