Irakli Garibashvili, premier georgiano, e il segretario generale ella NATO Jens Stoltenberg

Irakli Garibashvili, premier georgiano, e il segretario generale ella NATO Jens Stoltenberg

La Georgia guarda con amarezza l'invito della NATO a far entrare il Montenegro nell'Alleanza,Tbilisi sa di essere meglio posizionata di Podgorica ma "l’adesione all’alleanza atlantica è una decisione politica, non di merito”

04/12/2015 -  Monica Ellena Tbilisi

La Nato formalizza l’invito a entrare nell’Alleanza a Podgorica, provocando la dura reazione di Mosca e lasciando Tbilisi in bilico tra rassegnazione e speranza. Parlando del processo di adesione per Bosnia-Erzegovina, Georgia e Macedonia, il segretario general Jens Stoltenberg ha sottolineato che il via libera a Podgorica è il chiaro segnale che “le riforme pagano.”

Spesso, ma non sempre, questo sembra essere il pensiero dalla repubblica caucasica. Tbilisi è  in paziente attesa dello status di paese pre-aderente –  l’agognato membership action plan (MAP) – dalla primavera del 2008, quando al summit di Bucarest i vertici dell’alleanza delinearono la politica “della porta aperta”, trovandosi d’accordo sulla futura adesione della Georgia senza concordarne però la data. I ministri degli Esteri riuniti a Bruxelles hanno confermato quella posizione, ribadendo che MAP è “parte integrante del processo di adesione” e lodando i “significativi” progressi compiuti.

Le carte sono in regola. Dal 2004 un’ondata di riforme ha cambiato il volto del paese che oggi spunta (quasi) tutte le caselle per democrazia e trasparenza. È parte integrante del partenariato orientale dell’Unione europea e nel giugno del 2014 ha firmato l’accordo di associazione e l’accordo di libero scambio con i paesi membri. Le forze militari georgiane sono in prima linea nelle missioni Nato e la lotta alla corruzione ha portato il paese al 50° posto dell’indice annuale di Transparency International nel 2015 (era al 99° nel 2006). Il Montenegro è oltre venti tacche sotto, al 72°. L’ultimo rapporto di Transparency International (TI) sulla corruzione nel settore difesa e sicurezza promuove la Georgia nel gruppo di “rischio moderato” alla stregua di paesi come Italia, Austria, Spagna, e Francia.

Tbilisi guarda con speranza al vertice di Varsavia del prossimo luglio, ma senza trattenere troppo il fiato.

“Tecnicamente la Georgia è più compatibile, ma dobbiamo essere realisti, l’adesione all’alleanza atlantica è una decisione politica, non di merito”, spiega a Osservatorio Balcani Caucaso Tornike Sharashenidze docente di relazioni internazionali al Georgian Institute for Public Affairs (GIPA). “Del resto, la geografia non ci aiuta.”

Non è il Mar Nero a rallentare l’onda lunga delle aspirazioni georgiane, quanto i rapporti costantemente sul filo del rasoio con Mosca. “Dobbiamo avere pazienza,” aggiunge Sharashenidze, “abbiamo un vicino ostile e belligerante e gli alleati ne sono consapevoli.”

Dalla sua nomina avvenuta lo scorso maggio, il ministro della Difesa Tinatin Khidasheli si è impegnata di una spola diplomatica tra Bruxelles e Washington per perorare la causa georgiana – nel gennaio del 2008 un referendum non vincolante rivelò che il 77% dei votanti erano favorevoli all’eventuale adesione alla Nato.

Se è vero che il semaforo verde a Podgorica segnala a Mosca che nessun paese terzo ha diritto di veto sull’allargamento, è anche vero che Tbilisi è un nodo decisamente più problematico del paese balcanico. La Georgia ha un valore strategico di gran lunga maggiore e la sua posizione nello spazio post-sovietico - che il Cremlino considera la sua sfera d’influenza - non rende facile la decisione. E divide gli alleati. Washington sostiene Tbilisi, in linea con le repubbliche baltiche che hanno in comune con la Georgia i problemi frontalieri con la Russia, ma pesi massimi come Germania e Francia rallentano.

Per Sharashidze il governo dovrebbe concentrarsi di più sui singoli stati e “lavorare con i governi che resistono all’adesione georgiana: incontri a Bruxelles sì, ma è tempo di andare a convincere Berlino.”

Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha chiaramente detto che il Cremlino reagirà  duramente ad un ulteriore allargamento a est dell’alleanza a includere la Georgia, una mossa considerata una minaccia alla sicurezza della Federazione russa.

Dal canto suo Tbilisi, che dopo anni di scontro aperto sotto la presidenza di Mikheil Saakashvili ha riaperto il dialogo con Mosca, ribadisce che l’adesione alla Nato non significa aprire un fronte di guerra, ma rafforzare la sicurezza di un paese in un’area complessa.

La lunga anticamera

Al collasso dell’Unione Sovietica, l’alleanza dischiuse la porta alla Georgia, offrendole l’opportunità di aprirsi al mondo oltre la cortina ormai caduta.

In un’intervista nel luglio 2014, alcune settimane prima del vertice in Galles, l’allora ministro della Difesa Irakli Alasania ricordò con rammarico come Tbilisi non seppe cogliere quell’occasione rimasta, ad oggi, unica.

“Invece di consolidarci come paese indipendente, sull’esempio delle repubbliche baltiche, cominciammo a spararci l’uno con l’altro,” disse. “Fu un errore, dimostrammo di non essere in grado di gestire né uno stato né le relazioni internazionali.” Alasania fu colpito in prima persona – il padre Mamia, colonnello delle forze armate georgiane, era nel gruppo di ufficiali che nel settembre 1993 rifiutò di abbandonare Sukhumi o arrendersi quando la città abkhaza cadde nelle mani delle forze separatiste e fu ucciso nel palazzo del Parlamento.

Passati gli anni di piombo che lasciarono la Georgia orfana del 20% del proprio territorio – con Abkhazia e Ossezia del sud di fatto indipendenti – e una famiglia allargata con un quarto di milione di sfollati risultato di due guerre civili, la leadership Georgiana della Rivoluzione delle rose si volse a Occidente. Ma rimase a guardare. Nonostante il motore delle riforme procedesse a tutta forza, a Bucarest Tbilisi mancò l’obiettivo della MAP – alcuni analisti indicarono che fu uno smacco dovuto alla violenta repressione del novembre 2007 delle marce di protesta contro l’allora governo. La guerra contro la Russia per il controllo dell’Ossezia del sud diede il colpo di grazia alle aspirazioni di Tbilisi. Mosca ha riconosciuto come stati indipendenti le due repubbliche separatiste georgiane e Tbilisi considera le truppe russe in Ossezia e Abkhazia come “occupanti.”

Il vertice di Lisbona del 2010 riaprì lo spiraglio, ma al momento entrare nel circolo dei 29 rimane un’aspirazione.

Non solo adesione formale

Le relazioni tra Tbilisi e Bruxelles non si limitano però al solo bussare alla porta. Il vertice in Galles ha accordato un significativo pacchetto di sostegno – significative Nato-Georgia package (SNGP) – che si aggiunge a una serie di strumenti dei quali la Georgia è parte attiva come la partecipazione al programma nazionale annuale, a esercitazioni congiunte e alla Nato Capacity Building Initiative. I critici vedono il pacchetto come un premio di consolazione per la mancata adesione, ma le misure di sostegno hanno incrementato la preparazione delle truppe, aumentato le attivita’ di difesa e sostenuto l’acquisizione di sistemi di difesa.

La radicale riforma del ministero della difesa, cominciata con Alasania e sostenuta da Khidasheli, non si è limitata alla trasparenza, ma ha toccato profondamente le forze militari. Nel 1999, la Georgia era parte della forze internazionale in Kosovo (Kfor). Ai Balcani sono seguiti l’Iraq e l’Afghanistan dove con circa 800 militari la Georgia è il secondo contribuente per capita e il primo tra i paesi non-Nato. Un impegno pagato a caro prezzo, con 31 soldati uccisi, un numero significativo per un paese di 3.7 milioni. Le truppe georgiane sono state inoltre certificate per far parte dal 2015 al 2017 dell’unità di risposta rapida della Nato, una forza di 25,000 unità altamente specializzata e in grado di entrare in azione in tempi rapidi in caso di necessità.

L’apertura del centro di formazione Nato lo scorso agosto è uno dei progetti chiave nelle relazioni. Nonostante la struttura alle porte della capitale sia marginale nella costellazione degli impianti di esercitazione della Nato, la base è rilevante perché inaugurata in un paese non-membro.

Sulla carta Tbilisi contribuisce quanto, in alcuni casi di più, di uno stato membro, per i georgiani lo status di paese pre-aderente è il tassello che manca a completare il quadro.


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