Belgrado - Manifesti elettorali del SNS (foto G. Vale)

Belgrado - Manifesti elettorali del SNS (foto G. Vale)

Si vota domenica in Serbia per le amministrative e le politiche. Il nome del vincitore però già lo si conosce. I sondaggi danno il partito del premier Vučić oltre il 50%

22/04/2016 -  Giovanni Vale Belgrado

Se non fosse per i cantieri stradali, spuntati come funghi negli ultimi giorni per lustrare al meglio le vie di Belgrado, non si direbbe che la Serbia è in campagna elettorale. Nella capitale, non ci sono risme di depliant smerciati agli incroci o svolazzanti sui marciapiedi e rari sono anche i manifesti appesi sui muri (quando ci sono, sono spesso tutti dello stesso partito). La campagna elettorale languisce e gli elettori, chiamati alle urne questa domenica, ad appena due anni dalle ultime elezioni politiche, guardano al voto con un sentimento di rassegnata indifferenza.

Stando ai sondaggi del resto le legislative serbe sono poco più di una formalità. Il Primo ministro uscente, Aleksandar Vučić - colui che ha voluto queste elezioni anticipate nonostante disponesse già di una solida maggioranza in parlamento - è grandemente favorito, al punto che potrebbe, da solo, ottenere più del 50% dei seggi. L’ultimo sondaggio, pubblicato dall’agenzia Faktor plus mercoledì, quota il Partito progressista serbo (SNS) del premier al 50,9%, ampiamente al di sopra di qualunque forza di opposizione.

Gli altri attori del panorama politico serbo hanno almeno 40 punti di scarto e i meglio piazzati sono gli stessi alleati (o ex alleati) del Primo ministro. In seconda posizione, con il 12,3% delle preferenze, c’è infatti il Partito socialista serbo (SPS) di Ivica Dačić, l’attuale ministro degli Esteri, secondo cui “un accordo post-elettorale con Vučić non è ancora stato trovato”. Il Partito radicale serbo (SRS) di Vojislav Šešelj, il leader nazionalista recentemente assolto dall’Aja per crimini contro l’umanità e genocidio, è invece rimontato nei sondaggi fino ad ottenere il 7,8%. Una percentuale che, se confermata domenica, garantirà al promotore della “Grande Serbia” (nonché compagno di partito dello stesso Vučić fino al 2008) il suo ritorno alla Skupština, il parlamento di Belgrado. Passati Dačić e Šešelj, per trovare una forza di opposizione a sinistra dell'SNS, bisogna scendere fino a rasentare la quota di sbarramento del 5%, che minaccia l’esistenza politica di molti partiti.

L’opposizione frammentata

Il Partito Democratico (DS), attorno a cui si costruì l’opposizione a Milošević nel 2000 e guidato oggi da Bojan Pajtić, viaggia a quota 5,7%, seguito da due formazioni nate negli anni da altrettante costole del DS. Il Partito democratico della Serbia (DSS), fondato dall’ex Presidente Vojislav Koštunica e oggi in coalizione con il movimento euroscettico Dveri, otterrebbe il 5,1% dei voti, mentre il Partito socialdemocratico (SDS), creato da un altro ex Presidente, Boris Tadić, arriverebbe con i suoi alleati al 5% spaccato. Altre formazioni, come il movimento “Dosta je bilo” (“Ne abbiamo avuto abbastanza”) di Saša Radulović o la “Sinistra serba” lanciata a fine 2015 da un altro ex DS, Borko Stefanović, rischiano di rimanere fuori dal prossimo parlamento, ma partecipano alla gara contribuendo inevitabilmente a frammentare ulteriormente l’opposizione a Vučić, che corre praticamente da solo verso un’annunciata riconferma.

Quale scelta per gli elettori?

Di fronte ad uno scenario tanto squilibrato e con così poche probabilità di un cambiamento all’orizzonte, non sorprendono quindi la rassegnazione e l’indifferenza dei serbi, tentati dall’astensionismo o dal votare, per protesta, scheda bianca (il 5% dei votanti opterebbe per questa soluzione). Perché se è vero che domenica si tengono delle elezioni, esiste davvero una scelta per gli elettori? La domanda, la cui risposta non è per nulla scontata, è stata al centro di un dibattito organizzato giovedì sera dall’Istituto per gli Affari europei (IEA) alla Casa della gioventù (Dom Omladine) di Belgrado. “Quanti di voi andranno a votare? E quanti di voi sanno con certezza per chi votare?”, ha chiesto ad inizio dibattito la giornalista Olja Bećković, storica animatrice su B92 dell’emissione politica “Utisak nedelje” (“Impressioni della settimana”) fino al suo improvviso e discusso licenziamento nel 2014. La platea, composta perlopiù da giovani studenti, ha risposto alzando le mani quasi all’unanimità alla prima domanda, ma si è divisa a metà sulla seconda.

“Perché votare quando si conosce già il risultato?” e “Come votare se non ci si riconosce in nessun partito?”. Il dialogo è proseguito cercando una risposta a questi quesiti tra i giovani in sala e gli invitati sul palco (oltre a Bećković, anche la professoressa e attivista Srbijanka Turajlić, l’attrice Bojana Maljević e il duo comico Dušan Šaponja e Dušan Čavić). Un paio d’ore più tardi, si esce con la ferma convinzione che per i giovani belgradesi votare è indispensabile ma che l’energia del cambiamento o un semplice alito di speranza certo non li accompagna. “Il problema è che a Bruxelles e in Europa non frega nulla di quello che sta succedendo qui”, confida a fine incontro Olja Bećković, alzando le spalle. “Durante questa campagna elettorale i media hanno avuto un ruolo vergognoso, lasciando che Vučić potesse ossessionare il pubblico 24 ore su 24”, prosegue Bećković, “ma nessuno è intervenuto per condannare questo fatto”.

Media sotto l’influenza del governo

Da un’inaugurazione all’altra, da un comizio all’altro, il Premier uscente è apparso continuamente in televisione, tanto che la stessa missione di osservazione dell’OSCE ha sottolineato che “il partito al potere sta abusando della sua posizione” e che “i media subiscono l’influenza del governo”. Gli inviati dell’OSCE hanno anche riportato diversi casi di evidente acquisto di voti da parte del Partito progressista serbo, con cibo, biglietti del tram o check-up medici gratuiti offerti ai cittadini a margine dei comizi. “La popolarità di Vučić è dovuta a due fattori, il controllo dei media e le minacce. Le persone oggi hanno paura come non mai: temono di restare senza lavoro se non votano per lui”, spiega Bećković, che aggiunge: “Vorrei che a Bruxelles si smettesse di far finta di nulla e si guardasse in faccia ciò che è ovvio. Basta guardare la televisione serba una sera per rendersi conto che siamo molto, molto lontani dal concetto di libertà di stampa”.

All’uscita dalla Casa della gioventù, un pannello illuminato riporta lo slogan di Vučić “Uniti, possiamo tutto” e il numero “uno”, essendo l’SNS la prima lista che figurerà sulle schede elettorali. Nel centro di Belgrado, non ci sono praticamente altri manifesti, mentre ad ogni incrocio il rumore metallico dei martelli pneumatici e delle asfaltatrici ricorda a tutti che questo weekend si vota davvero e che chi governa vuole il sostegno di tutta la popolazione. “Sapete cosa? Io dico: votiamo ogni due anni. Almeno così si fa manutenzione in città!”, ha proposto alla platea di giovani studenti il comico Dušan Šaponja. Grandi risate ma non è affatto escluso che fra due anni non si voti di nuovo.


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