Anna con in braccio il padre dell'autrice di questo racconto, a Tirana

Un caffè bevuto assieme, un ritaglio di intimità per condividere le sofferenze causate dal regime. Due italiane nella Tirana comunista

15/01/2016 -  Adela Kolea

“Anna, domani ti aspetto a casa per un caffè!”, disse Lucia a mia nonna. Ebbi l'impressione che quell'invito, in quel determinato istante, significasse non solo prendere un caffè insieme ma, più che altro, ritagliarsi un'atmosfera confidenziale, tra due amiche di vecchia data, un momento per dirsi cose che non spesso capita di confessarsi a vicenda.

“Certo, verrò volentieri!”, rispose mia nonna Anna, l’entusiasmo negli occhi, tanto grande era la gioia nel rivedere quella sua vecchia amica. “Vorresti venire con me? – mi chiese poi – non sei mai stata a casa della mia amica, ti piacerà. Ha anche un bel giardino, con tanti bei fiori!”.

Non aspettavo altro e seguii dunque Anna, mia nonna, quando l’indomani andò a trovare la sua cara amica, un’altra italiana che come lei, viveva a Tirana.

Arrivammo a casa di Lucia a piedi, attraversando le vie della nostra bella città. Ci andammo a piedi perché abitava in una via in cui non passavano gli autobus e non avevamo l'automobile, come molti del resto a Tirana.

Le rose nel giardino attirarono subito la mia attenzione: erano magnifiche, mia nonna non si era sbagliata.

Mi piacque l’ambiente, anche l’arredamento della casa aveva qualcosa di speciale, di diverso dal solito, mi piacque il modo affettuoso in cui mi salutò l’amica di mia nonna, naturalmente in italiano: “Ciao bella!”. Mi piacque anche di poter parlare in italiano con lei. I suoi occhi però mi colpirono: nonostante tutta l’allegria e l’ospitalità che ci voleva dimostrare, portavano una luce strana, sofferente.

Nonostante tutte le amicizie strette da queste donne con persone albanesi, quando si trovavano tra loro si vedeva che erano emigranti. Si, emigranti. Anche se vivevano da una vita in Albania, da una vita avevano lasciato la loro amata Italia, anche se avevano sposato uomini albanesi, avevano avuto dei figli e messo su famiglia in Albania.

I loro incontri, risultavano – almeno ai miei occhi, agli occhi di una bambina – magici, pieni di nostalgia, di affetto di una per l’altra. Momenti di confidenza, in cui avevano modo di parlare la loro lingua, e non solo: di ricordarsi a vicenda l’Italia, i loro cari, le loro rispettive città italiane di provenienza. Momenti in cui canticchiare insieme, sottovoce, qualche vecchio brano musicale italiano.

“Mi vuoi aiutare anche tu a preparare il caffè?”, mi chiese ad un tratto la signora Lucia, per coinvolgermi. Lì, altri bambini, non ce n’erano e temeva che mi stessi annoiando. Al contrario, mi stavo trovando molto a mio agio. “Certo signora Lucia!”, le risposi con una voce squillante, entusiasta di partecipare al “rituale del caffè”. Le due donne non consumavano il loro caffè all’italiana – non c’era il caffè e le caffettiere adeguate – ma bevevano il caffè alla turca, come tutti gli albanesi, come in tutti i Balcani. Potevo quindi essere loro di aiuto nel macinare i chicchi con l'apposito mulinello.

Mentre si gustavano il caffè la signora Lucia mi offrì una bevanda fresca. Era un sciroppo ottenuto dai petali delle rose, di quelle belle rose fresche ed aromatiche del suo giardino, il cosiddetto “shirup trëndafili”.

A proposito di cucina, mia nonna le disse: “ Ma sai Lucia, cosa mi aveva messo da parte oggi la fruttivendola del mio quartiere? Quattro carciofi!”

I carciofi, ai tempi, erano un ortaggio sconosciuto agli albanesi. Per caso mia nonna li aveva nominati parlando con la fruttivendola del quartiere. “Ah, ma lei intende gli angjinarja – cynar!”. “Sì, esatto”, aveva risposto la nonna, “proprio gli angjinarja”. La fruttivendola si era ripromessa allora di fargliene avere qualcuno. “Me li portano ogni tanto, ma non mi piace quel sapore amarognolo e non so nemmeno cucinarli a dovere! Li conserverò per lei!”. E così fece. La nonna poi li cucinava in vari modi ed era contenta di preparare una delle specialità del suo paese.

Il loro caffè quel giorno era stato un po’ più lungo del solito ed io, a quel punto, nonostante la bellezza del giardino e la compagnia del gatto grigio con gli occhi verdi - verdi come i rami e le foglie di quelle fresche rose – iniziai ad annoiarmi un po’. A quel punto decisi di entrare in casa a chiedere alla signora Lucia se avesse qualche rivista o giornalino da sfogliare. Senza volere, assistetti ad un pezzo del loro discorso, nonostante stessero parlando a bassa voce. Sentii mia nonna dire: “Oh, mia cara, quanto mi dispiace, quando finirà questo tormento per noi?”.

La voglia di chiedere un giornalino mi passò immediatamente. Nonostante l'età capii che portavano dentro un enorme peso. Anche se a noi nipoti cercavano in tutti i modi di non far capire, le loro sofferenze erano difficili da celare totalmente.

Un po’ di anni dopo, in famiglia, seppi che a seguito delle persecuzioni che il regime perpetrò in differenti modi sugli italiani d’Albania – se non su tutti, su una parte di loro – il marito della signora Lucia si trovava in carcere e stava scontando una lunghissima pena. La stessa sorte crudele era toccata al figlio.

Capii allora “il perché” della malinconia che avevo notato negli occhi dell’amica di mia nonna, di quella affabile donna, la signora Lucia, quel giorno mentre, con amore, ci accoglieva a casa sua. Capii quella frase che, senza volere, avevo sentito arrivare dalla cucina quel giorno in cui Lucia ed Anna bevvero assieme un caffè.


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