Soldato russo (flickr/Chris JL)

I conti in sospeso con il passato sovietico accomunano la sorte dell’Ucraina a quelle di altri stati dell’ex Urss che si stanno avvicinando all’Europa. La politica russa si fa più aggressiva e fa tremare i vicini più deboli

17/03/2014 -  Danilo Elia

Con il referendum di ieri, la Crimea stacca gli ormeggi da Kiev e salpa verso Mosca, mentre la Russia ammassa truppe lungo il confine con l’Ucraina. Si parla di 10mila uomini, elicotteri anticarro e mezzi di artiglieria nelle regioni di Kursk, Belgorod e Rostov. La crisi ucraina fa tremare la periferia orientale dell’Europa e i Paesi ex sovietici che si stanno avvicinando a Bruxelles guardano con timore le mosse di Mosca. Moldavia e Georgia più di tutti.

Iurie Leanca, il primo ministro moldavo, lo ha detto chiaro e tondo in un’intervista a Bloomberg: “L’occupazione russa della Crimea è un evento molto pericoloso che rischia di essere contagioso”. La Moldavia ha preso la corsia di sorpasso verso l’Europa, bruciando le tappe che potrebbero portarla a firmare l’Accordo di associazione con l’Ue entro il prossimo mese di agosto, in anticipo di un anno rispetto al prossimo summit sul partenariato orientale a Riga. A Chişinău ricordano bene però le pressioni di Mosca dello scorso autunno, dal blocco delle importazioni di vino alle minacce di chiudere il rubinetto del gas. “La stagione fredda è vicina, speriamo che non dobbiate gelare quest’inverno”, disse alla vigilia del summit di Vilnius sul partenariato orientale Dmitri Rogozin, vice primo ministro russo e rappresentante speciale del Cremlino in Transinstria.

La Transnistria

L’inverno è trascorso senza che nessuno si sia congelato, ma molte cose sono cambiate nel frattempo. L’occupazione della Crimea è un precedente pericoloso che solleva legittime paure, e conferisce un significato ancora più sinistro alle parole pronunciate sempre da Rogozin a Chişinău, quando avvertì che “il treno moldavo in corsa verso l'Europa potrebbe perdere qualche vagone in Transnistria”. Il riferimento al pericolo separatista era già chiaro prima dell’annessione della Crimea.

Il fatto è che oggi lo scenario di un intervento armato russo non è più un tabù. Secondo Kamil Całus, analista del Centre for eastern studies di Varsavia, questa è un’opzione che, pur se improbabile, sta allertando i governi dell’Europa orientale. “Nella notte tra l’1 e il 2 marzo, l’esercito della Transnistria e le forze russe basate nella regione sono state messe in stato di massima allerta”, ha scritto Całus sulle pagine del New Eastern Europe.

È chiaro che tutto quanto sta accadendo a est non fa dormire sonni tranquilli a Chişinău. “La situazione critica in Crimea è una minaccia alla sicurezza di tutta la regione”, ha detto ancora Leanca alla Reuters, “comunque si evolverà la crisi, rappresenterà una minaccia, sia diretta che indiretta, per la Moldavia”. Leanca ha poi ricordato che “l’Ucraina sta affrontando lo stesso problema che ha avuto la Moldavia vent’anni fa”. Se quello transnistriano è un conflitto congelato da allora, c’è da sperare che qualcuno non voglia scongelarlo.

La Găgăuzia

Ma la Transnistria non è l’unico pezzo di Moldavia a voler prendere il largo. Lo scorso 2 febbraio si è tenuto in Găgăuzia un referendum per l’indipendenza. Il 97% della popolazione della regione a maggioranza turcofona nel sud del paese ha votato a favore dell’indipendenza da Chisinau e a favore dell’ingresso nell’Unione doganale con la Russia. Una scelta in direzione diametralmente opposta a quella intrapresa da Chişinău.

Anche se è probabile che la carta separatista sia stata giocata solo in funzione di una maggiore autonomia in seno alla Moldavia, e non di una reale indipendenza, non si può fare a meno di pensare alla Crimea anche in questo caso. “L’apparizione di volontari pro Russia sarebbe accolta con favore dai suoi abitanti e potrebbe favorire l’insaturazione di autorità locali più inclini a un avvicinamento a Mosca”, sostiene ancora Całus. Non bisogna dimenticare che Comrat, capoluogo amministrativo della Găgăuzia, dista poco più di 200 chilometri – e la Transnistria appena 100 – da Odessa, importante porto ucraino sul Mar Nero, abitato da una grossa comunità russa e russofona, e tra i più probabili obiettivi di Mosca nel caso in cui volesse spingersi oltre la Crimea. Ce n’è abbastanza da non far stare tranquilli i vicini.

La Georgia

Dall’altra parte del Mar Nero, la Georgia non mostra meno ansia per la linea del Cremlino. “Se nessuno ferma la Russia in Crimea, dopo sarà il turno della Moldavia e di nuovo della Georgia”, ha detto al sito turco World Bulletin David Dondua, viceministro georgiano per l’Integrazione europea ed euroatlantica.

Anche la Georgia guarda sempre più all’Europa e ha in programma la firma dell’Accordo di associazione entro agosto, assieme alla Moldavia. Nel frattempo la Russia ha innalzato una cortina di filo spinato lungo il confine de facto dalla guerra del 2008. Il presidente georgiano Giorgi Margvelashvili, in un’intervista a Rustavi 2 TV, ha detto di seguire “con molta attenzione questa crisi. Abbiamo una tragica esperienza delle relazioni con la Russia”.

Le ferite della guerra russo-georgiana del 2008 in Ossezia del Sud sono ancora aperte e lo ha ricordato anche l’allora presidente georgiano Mikheil Saakashvili, proprio dal palco di Maidan Nezaležnosti a Kiev: “Putin certamente pianifica un intervento militare di ampia scala in tutta l’Ucraina. Penso che la Russia sia alla ricerca di un conflitto armato. Già nel 2008 dicevo di stare attenti perché dopo l’invasione della Georgia ci sarebbe stata quella dall’Ucraina, ma la gente pensava che stessi delirando. Ora che sto avendo ragione non ne sono felice”. Un cablogramma riservato dell’ambasciata americana a Tbilisi, diffuso da Wikileaks, conferma le sue parole: “Saakashvili ripete che la Russia potrebbe usare la forza per ‘mettere al sicuro’ la Crimea. È certo che all’invasione della Georgia seguirà un intervento armato russo nella penisola”.

Gli omini verdi

I complessi rapporti con Russia che accomunano l’Ucraina alla Georgia e alla Moldavia sono l’aspetto più ingombrante dell’eredità sovietica. E anche la chiave per capire l’intervento militare del Cremlino – che ha immediatamente percepito il cambio di rotta di Kiev come un attentato al proprio territorio – e i timori che le accomunano. Non è un caso che l’appetito di Putin per l’Ucraina si manifesti lungo il percorso di creazione dell’Unione eurasiatica, vista da molti osservatori come una riedizione deideologizzata dell’Urss (di cui già copre i due terzi). E non è un segreto che Putin abbia definito l’implosione dell’Urss "la più grande catastrofe geopolitica del secolo, che ha lasciato milioni di cittadini russi fuori dalla Russia".

Se Mosca non ha dovuto sparare un solo colpo per prendersi un pezzo di Ucraina, a differenza di quanto accaduto in Ossezia del Sud, l’occupazione della Crimea non è qualcosa di molto diverso. Il fatto che il Cremlino chiami quei soldati che hanno preso il controllo della penisola "esercito di autodifesa popolare" non cambia la sostanza di un’invasione in piena regola. Del resto, quegli "omini verdi" (così soprannominati dagli ucraini) che indossano uniformi dell’esercito russo ultimo modello, maneggiano mitragliatrici pesanti NSV e guidano blindati Ryc’ M65 in dotazione alle forze armate russe, non arrivano certo da Marte.


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