Una stazione di serzio INA (www.ina.hr)

Una stazione di servizio INA (www.ina.hr)

Sembrava cosa fatta, i russi avrebbero comprato la compagnia petrolifera INA ridando fiato all’economia croata. La crisi in Ucraina e il raffreddamento delle relazioni internazionali hanno però bloccato tutto

11/03/2014 -  Drago Hedl Osijek

Solo qualche giorno fa sembrava tutta una favola. Il presidente russo Vladimir Putin e il premier ungherese Viktor Orban si erano mesi d’accordo per fare in modo che il gigante energetico Rosneft comprasse il 49.08 percento delle azioni della Compagnia petrolifera croata INA, attualmente nelle mani della ungherese MOL. In questo modo i russi, dopo che la Gazprom ha acquisito la Compagnia petrolifera serba (NIS), sarebbero diventati dal punto di vista energetico ancora più presenti nei Balcani.

I russi di contro, avrebbero investito in Croazia una significativa somma di denaro nello sviluppo del business petrolifero. Avrebbero offerto al governo croato, il quale detiene il 19 percento delle azioni dell’INA, in cambio della vendita del pacchetto di maggioranza un investimento nell’enorme deposito di derivati del petrolio a Sisak (dove tutt’oggi esiste una raffineria ormai tecnologicamente obsoleta) facendo così diventare questa città, nei pressi di Zagabria, il principale centro di stoccaggio nei Balcani in grado di rifornire la maggior parte della regione con il petrolio russo.

Doppio vantaggio

Per la Croazia l’affare avrebbe avuto un doppio vantaggio. Primo: lo stato ha fame di investimenti e l’investimento russo avrebbe migliorato la situazione economica del paese che, nemmeno dopo sei anni riesce ad uscire dalla recessione.

Secondo: con questo affare la Croazia avrebbe chiuso l’increscioso episodio che coinvolge la compagnia ungherese MOL, la quale ha ottenuto i diritti di amministrazione della INA senza mai essere in possesso della sua maggioranza di azioni. E questo era avvenuto a seguito dei dieci milioni di euro di tangente che l’ex premier croato Ivo Sanader aveva ottenuto dal capo della MOL Zoltan Hernadi.

Su questa vicenda è stata emessa una sentenza in primo grado presso il Tribunale della contea di Zagabria (sull’appello ora dovrà decidere l’Alta corte) con la quale Sanader è stato condannato a 10 anni di reclusione.

Oltre a questo il governo croato era insoddisfatto della politica condotta dalla MOL nei confronti della locale compagnia petrolifera INA: minimi investimenti, molto lontani da quelli promessi e attesi, tanto che la INA sotto amministrazione ungherese è arretrata perdendo sempre più valore sul mercato. I contenziosi attorno all’INA hanno compromesso inoltre fortemente le relazioni croato-ungheresi e Zagabria e Budapest si sono trasformate in freddi vicini, così che la comproprietà dell’importante e strategica azienda petrolifera più che unirle le ha divise.

Ecco perché la possibilità che i russi comprassero la INA e iniziassero ad investire seriamente per poter rimettere in piedi la traballante compagnia croata sembrava una manna venuta dal cielo. I media croati avevano annunciato euforicamente l’investimento russo, mentre il premier Zoran Milanović in modo diplomatico li aveva appoggiati: “Chiunque sia in grado di investire nella nostra raffineria secondo le normative europee è nostro partner”.

La crisi ucraina

Ma poi è arrivata la crisi ucraina. Dopo che le truppe russe sono entrate in Crimea è diventato chiaro che l’intero affare era seriamente in discussione. Sia la Croazia che l’Ungheria sono membri dell’Unione europea e della NATO e devono comportarsi in accordo con la politica di queste ultime. Il raffreddamento delle relazioni della Russia con Stati Uniti e Unione europea - molti ritengono si sia ai minimi termini dalla fine della Guerra fredda - si è ripercosso anche sull’intento croato di risolvere il problema dell’INA.

Come membro dell’Unione europea la Croazia – per quel che riguarda i grandi contratti internazionali – ha il dovere di accordarsi con Bruxelles. La vendita della compagnia petrolifera, di importanza strategica per lo stato, è sicuramente una di quelle cose per cui si deve chiedere il via libera all’UE. Tra l'altro anche prima dell’intervento armato russo in Ucraina né l’Ue né gli Usa erano particolarmente felici della possibilità che i russi amministrassero la compagnia petrolifera croata. All’epoca non si erano opposti. Ora invece le cose sono cambiate radicalmente.

A Zagabria, ma anche a Budapest, è stato infatti suggerito discretamente di procedere con molta moderazione su un possibile affare con i russi.

In tutta questa vicenda alla Croazia rischia di andare molto male. Dovrà infatti confidare nuovamente negli ungheresi i quali però  difficilmente – dal momento che hanno già deciso di vendere le loro quote azionarie dell’INA - cambieranno strategia nei confronti dell’INA ed è quindi remota l'ipotesi che inizino ad un tratto ad investire.

E' irrealistico e Zagabria ne è perfettamente consapevole. L’INA rischia di continuare il suo declino, avviato sin da quando gli ungheresi hanno ottenuto i diritti di amministrazione di quella che è la più grande e un tempo la più potente azienda croata.

Ora alla Croazia non resta che un'ultima ipotetica speranza. Se l’Alta corte confermerà la sentenza di primo grado contro l’ex premier Ivo Sanader, secondo la quale avrebbe venduto alla MOL a seguito di una tangente di 10 milioni di euro i diritti di amministrazione dell’INA, la Croazia potrebbe chiedere l’annullamento del contratto.

In pratica però non significherebbe granché, perché la compagnia petrolifera croata necessita di una robusta iniezione finanziaria che Zagabria non è in grado di garantire. Oltre al fatto che si tratterebbe di un processo molto lungo, probabilmente non molto più breve del tempo che serve a stabilizzare la situazione in Ucraina. E l’INA non è in grado di sopportare ulteriori attese e perdite di tempo.


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