Una manifestazione per la salvaguardia dell'area pedonale Parku i Madh, a Tirana - foto di Erion Gjatolli

A Tirana, l'ennesimo progetto di speculazione edilizia mobilita la reazione della società civile. Ma non troppo. L'incontro con alcuni attivisti

25/03/2015 -  Erion Gjatolli Tirana

Sul finire del novembre 2013, riscoprendo in se stessi il gusto della disobbedienza civile, un nutrito gruppo di giovani tiranesi aveva occupato il boulevard davanti al palazzo del governo: in quei giorni gli Stati Uniti chiedevano all’Albania di ospitare lo smaltimento delle armi chimiche sottratte al regime siriano di Assad, e gli albanesi scendevano in strada per chiedere al loro governo che ciò non avvenisse. Maschere antigas sul volto ed una sola parola scritta nero su bianco: "No".

È un fatto che in quel frangente l’eccellente squadra di comunicazione del premier – al tempo forse ancora in fase di rodaggio – fu colta impreparata da una reazione inattesa: chiuso in un silenzio stampa che non poteva durare, un Edi Rama fresco d’insediamento si rese conto di essere stato messo alle strette da alcuni ragazzi di cui solo qualche mese prima si sarebbe fatto volentieri portavoce.

Alla vittoria dei manifestanti contribuì senza dubbio il desiderio del nuovo governo di marcare una discontinuità visibile di fronte all’opinione pubblica, ma l’encomiabile comportamento delle forze dell’ordine unito alla spontaneità di una protesta allegra – fatta di studenti, passeggini e buon senso – fecero davvero pensare ad un paese diverso: tre anni prima su quel boulevard perdevano la vita quattro persone, tre anni dopo un Rama tradizionalmente prolisso annunciava alla piazza che avrebbe ascoltato le sue ragioni.

Quella vittoria fu più importante di qualsiasi vantaggio la comunità internazionale avesse messo sul piatto in cambio della collaborazione albanese. È vero che il panico per le “armi di distruzione di massa” dilagò facilmente anche tra persone non certo esperte d’attualità siriana, com’è vero che una generica – quanto salutare – reazione allergica alla consueta accondiscendenza che caratterizza i rapporti tra l’Albania e gli interessi internazionali giocò un ruolo determinante nella mobilitazione. Tuttavia i cittadini che scesero in piazza al tempo, politicamente variegati e sorprendentemente battaglieri, lo fecero nella convinzione che nessun potere è inscalfibile: un patrimonio di forza ideale, necessario al fiorire di tutte le democrazie, che le recenti vicende di politica interna rischiano però di dissipare.

Edilizia in riva al lago

L’abusivismo edilizio della cosiddetta “transizione” ha lasciato segni indelebili sul tessuto urbano della capitale albanese. Dopo circa vent’anni di costruzione ininterrotta, a Tirana esiste un solo parco pubblico degno di questo nome: Parku i Madh, una vasta zona pedonale immersa nel verde che sviluppa le sue passeggiate attorno ad un piccolo lago artificiale costruito alla fine degli anni Cinquanta.

Quest’oasi innaturale è il vero polmone della città: quotidianamente ospita gli amatori del jogging e i professionisti del “caffè-sigaretta” a oltranza, gli anziani disillusi fin dalle prime ore dell’alba e gli sguardi sui tramonti idealisti degli adolescenti. Parku i Madh è un posto unico, ma dirlo suona ironico: perché davvero i tiranesi non hanno altro verde.

Il precario equilibrio di quest’insostituibile “central park” è oggi messo a repentaglio dall’ennesimo progetto edilizio: una struttura di cinque edifici da diciassette piani ciascuno, proprio in corrispondenza della diga artificiale che crea il bacino d'acqua. Oltre alle immagini della struttura colossale, sul cartello posto all’ingresso dei cantieri sono visibili i permessi, le ditte e il termine previsto per la realizzazione dei lavori: settembre 2018. Iniziati lo scorso agosto con l’abbattimento dei primi alberi, il lavori però si sono già arenati più volte.

Dal punto di vista giuridico la situazione è alquanto intricata. Il progetto approvato dal Comune di Tirana poggerebbe infatti su norme non ancora in vigore: ecco perché, il 14 gennaio scorso, l’Ispettorato Urbanistico Nazionale (INUK) ha disposto il fermo dei lavori. Contrario, ma non vincolante, anche il parere del Comitato delle Dighe, che ha di fatto annullato gli atti che in prima istanza avevano avvallato lo studio idrotecnico sulla sicurezza della diga. Dopo uno stallo di qualche mese, forte di una sentenza della Corte amministrativa che ha invece cancellato la decisione dell’INUK, dai primi di febbraio il cantiere ha ripreso a lavorare. L’impressione, come al solito, è che la partita sia anche politica: tra il municipio a maggioranza del Partito democratico ed il governo socialista.

Cittadini per il parco

Memori della felice esperienza del 2013, un eterogeneo fronte di ambientalisti sta cercando ora di ricompattarsi. La causa, questa volta, è priva di implicazioni geopolitiche, ma non per questo è meno importante, perché a essere in gioco è la vita quotidiana di tutti i tiranesi.

Qytetarët për Parkun (Cittadini per il Parco) è il movimento che raccoglie questo timido attivismo albanese. Dopo due sparute manifestazioni davanti al cantiere, nei mesi scorsi sempre più cittadini si sono radunati di fronte al Palazzo del Governo e al Comune di Tirana, attirando crescente attenzione dei media.

Una delle più importanti voci del movimento è il giovane articolista e autore televisivo Eljan Tanini, che incontro per capire come si stia organizzando la “resistenza”. L’appuntamento è al Komiteti, un bar-museo arredato con le cianfrusaglie dei tempi del regime. È questo locale che da qualche tempo ospita incontri e protagonisti del movimento. Eljan non esita a definire quanto sta avvenendo un «massacro»: "Quello che nessuno dice – ci spiega – è che oltre al danno al paesaggio, la costruzione di quegli edifici in prossimità della diga renderà il nostro lago un pericolo costante per i residenti della zona: a quel punto l’unica soluzione praticabile sarà il prosciugamento. Vedrete".

Più tardi ci raggiunge anche Ervin Goci, docente di giornalismo e comunicazione presso l'Università statale di Tirana, altro volto autorevole della protesta. Seppure abituato alle battaglie di una mai nata società civile – che è ancora, per dirlo con l’indimenticabile metafora di Fatos Lubonja, un albero rovesciato con le radici piantate nei disegni e nei finanziamenti occidentali e non nel terreno della quotidianità – Ervin non riesce a nascondere la delusione per la scarsa mobilitazione sino ad ora ottenuta: "Una pacca sulla spalla, un “bravi ragazzi” e qualche apprezzamento on-line non sono sufficienti per andare avanti. Ci vorrebbe maggiore partecipazione o forse interventi ancor più radicali… Intanto noi proseguiamo con la battaglia legale. Seguiremo il processo presso la Corte Amministrativa come parte terza. I margini per fermare i lavori ci sono, le infrazioni sono palesi. Stanno intervenendo in quella che lo stesso comune ha individuato come zona ricreativa".

Il racconto di Ervin è concitato, ma c’è nelle sue parole la malcelata preoccupazione che la sinistra di governo e la destra di municipio preferiscano trovare per l’occasione – caso più unico che raro – un tacito e conveniente accordo.

Gresa Hasa mi aspetta al Mulliri i Vjeter, sorseggiando un delicatissimo caffè etiope da un bicchiere di carta, segno che anche in Albania fretta e caffeina hanno cominciato a frequentarsi. Gresa è molto giovane, ma ha alle spalle una lunga storia di disobbedienza al potere. In prima fila sia in piazza che sulle pagine dei principali quotidiani nazionali, la ragazza è determinata e disposta a tutto pur di non essere associata alla società civile o ai forum giovanili dei partiti: "Faccio le mie battaglie da cittadina, da persona comune", ci tiene a sottolineare. Mi racconta di quella manifestazione davanti al ministero della Giustizia, quando per denunciare la violenza sulle donne improvvisarono un filo tra due alberi e vi appesero indumenti femminili impregnati di vernice rossa. "La settimana prossima saremo di nuovo in piazza, davanti al Parlamento, questa volta per la sicurezza", dice con orgoglio.

La sua indignazione è a tutto campo: "La storia del parco è un disastro, ma non è solo quello – incalza – i valori della società albanese sono capovolti, snaturati e ricollocati a piacere: qui l’arroganza viene confusa con la politica, la sottomissione con il rispetto, l’odio dell’altro diventa amor proprio e il razzismo amor di patria. In una società che non accetta la diversità, abbiamo il dovere di metterci al servizio del dubbio, del nuovo; contro la falsificazione della verità".

Il pianto della scavatrice

Sui quotidiani albanesi gli appelli contro lo “scempio del parco” si sprecano. Esperti ed opinionisti provano ad alzare la voce, nella speranza che il grido di allarme non venga sovrastato dalla pura forza del potere. Resta ora da vedere se in riva al nostro lago, dove ogni giorno queste nuove scavatrici riprendono i loro purtroppo noti lamenti, si spargeranno le ceneri del nuovo movimento civico oppure se da quelle acque si vedrà crescere una società civile più sana e consapevole della propria forza.

 

 

 


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