Dino Mustafić (foto di Imrana Kapetanović /Kosovo 2.0)

Dino Mustafić (foto di Imrana Kapetanović /Kosovo 2.0)

Come fermare il declino della Bosnia Erzegovina, trasformatasi ormai in una democrazia etnica? Per Dino Mustafić, uno dei più importanti registi teatrali e cinematografici dell’area post-jugoslava, serve una coraggiosa svolta sociale

26/11/2018 -  Aleksandar Brezar Sarajevo

(Originariamente pubblicato dal portale Kosovo 2.0 )

Dino Mustafić è uno dei più importanti registi teatrali e cinematografici dell’area post-jugoslava. Per 16 anni è stato direttore del Festival Internazionale di Teatro di Sarajevo, aggiudicandosi numerosi premi e riconoscimenti internazionali. Da tempo impegnato nell’attivismo civico, è uno dei principali sostenitori dell’iniziativa REKOM . Con Dino abbiamo parlato dell’attuale situazione e dell’importanza della cultura in Bosnia Erzegovina, della prospettiva europea dei paesi dei Balcani e delle possibili alternative alle politiche etnonazionaliste che da quasi trent’anni tengono in ostaggio la Bosnia.

In un suo recente tweet ha scritto che dal 1978 non è stato investito nemmeno un mattone nella cultura in Bosnia Erzegovina, riferendosi al fatto che le autorità letteralmente ignorano la necessità di investire in infrastrutture culturali, e nella cultura in generale. Secondo lei, le autorità bosniaco-erzegovesi davvero disprezzano la cultura, oppure la temono?

Penso che ci siano diverse spiegazioni possibili. Quello che mi preoccupa di più, e al contempo suscita in me un senso di amarezza, e anche una certa rabbia, è che l’oligarchia politica bosniaco-erzegovese non ha mai capito che la Bosnia Erzegovina è uno dei pochi paesi europei che non sono stati plasmati da eserciti né da idee politiche, né tanto meno da partiti politici, bensì dalla cultura nel senso più ampio del termine.

Se guardiamo alla storia, vediamo che la Bosnia Erzegovina è un paese cresciuto ai margini dei grandi imperi, prima quello ottomano, e poi quello austro-ungarico; un paese contraddistinto da una cultura molto peculiare dove, a prescindere dall’origine della maggioranza della popolazione, da sempre è stata coltivata la diversità; c’è sempre stata la consapevolezza della necessità di rispettare la diversità dei propri vicini di casa, cattolici, ortodossi o ebrei che fossero. Nonostante la linea politica venisse dettata da Istanbul. Questo atteggiamento è persistito anche durante il periodo dell’Impero Austro-Ungarico.

Quindi, si tratta di un’istituzione di coesistenza culturale, o di buon vicinato, per così dire. Questa istituzione di coesistenza è profondamente radicata nell’identità di ogni cittadino bosniaco-erzegovese. Nessuna sorpresa, allora, se questa cultura, proprio per via del suo carattere – essendo una cultura dell’integrazione che connette le persone e crea legami infrangibili, che col tempo si trasformano in un patrimonio materiale, che chiamiamo patrimonio storico-culturale – è finita nel mirino dei nazionalisti durante gli anni Novanta, il cui scopo era quello di distruggere e cancellare ogni traccia di diversità sul territorio della Bosnia Erzegovina.

È chiaro che la cosiddetta cultura produttiva e distributiva, ovvero la cultura quotidiana, quella che consumiamo ogni giorno e che si manifesta attraverso la produzione teatrale, le mostre d’arte, i concerti, con il passare del tempo sta diventando una sorta di sgradevole promemoria, oltre che un testimone e un legame, di quella cultura che ha plasmato l’identità bosniaco-erzegovese.

In un’epoca in cui assistiamo alla ricostruzione dell’identità, ovvero a un costante ricorso al revisionismo storico, una cultura peculiare, autoctona e polifonica, come quella bosniaco-erzegovese, è il grande nemico dell’establishment politico. Oggi si propugna e insiste sulla segregazione e sull’isolazionismo, e si cerca di distruggere quei legami plurisecolari che sono profondamente radicati in questa terra, tanto da diventare una sorta di spazio metafisico, tracciando nuovi confini e linee di demarcazione, e facendo sorgere barriere mentali nella testa delle persone che non solo non sanno nulla della storia del proprio paese, ma guardano al futuro con grande incertezza.

Ecco perché penso che oggi in Bosnia Erzegovina la cultura sia un fattore sovversivo per eccellenza. Non è un caso che la cultura abbia resistito così a lungo, pur essendo stata fragile anche prima delle devastazioni degli anni Novanta. È una pianta che ha bisogno di essere annaffiata e curata, ma che si è dimostrata molto vigorosa, resistendo senza lasciarsi frantumare. Ed è proprio questo modello culturale bosniaco-erzegovese ciò che oggi dà fastidio, come un tessuto estraneo, un osso in gola per l’attuale leadership politica.

Sono ben consapevole di quello che ho scritto su Twitter, ovvero del fatto che non si investe in infrastrutture culturali, e questa è l’intenzione dell’attuale potere: impedire lo sviluppo di infrastrutture culturali. Perché lo sviluppo della cultura, della rete culturale e delle istituzioni culturali potrebbe portare notevoli cambiamenti, qualitativi e sostanziali, nella vita dei cittadini, e chi sta al potere non vuole che ciò accada.

Non si tratta però solo di cultura. Non pensa che dovremmo prendere in considerazione anche la questione dell’educazione?

Sì. Quando parlo di cultura, intendo la cultura nel senso più ampio del termine. La cultura come uno stile, un modo di vivere e di regolamentare i rapporti nella società che trascende dettami e ordinamenti sociali e politici.

È d’accordo sul fatto, più volte sottolineato anche dall’Alleanza civica [partito bosniaco non etnico], che in Bosnia Erzegovina si parla costantemente di convivenza, anziché di vita. A mio avviso, sono due cose diverse...

Di termini maldestri ce ne sono tanti nel nostro lessico. Uno di questi è tolleranza, si dice sempre che noi [i popoli della Bosnia Erzegovina] ci tolleriamo a vicenda. Molti termini del vocabolario politico sono entrati nella nostra vita quotidiana, intossicando la nostra società, e ci vorrà molta pazienza per decontaminarla.

Che cosa è entrato nella nostra vita? Sono d’accordo con lei: convivere significa vivere gli uni accanto agli altri, mentre vivere gli uni con gli altri è tutta un’altra cosa. Penso che prima degli anni Novanta la società bosniaco-erzegovese sia stata molto equilibrata e armoniosa; una società dove a nessuno interessavano le percentuali etniche, dove le città – soprattutto le città – erano veri e propri bastioni della nuova identità e urbanità bosniaco-erzegovese. Su questo aspetto si è insistito molto anche nella Jugoslavia di Tito, dove vigeva un principio molto saldo, quello di “fratellanza e unità“, nel cui spirito sono cresciute molte generazioni che credevano veramente in quei valori.

Siamo tutti rimasti scioccati e sorpresi quando negli anni Novanta, con l’instaurazione della democrazia, i partiti politici hanno cominciato a organizzarsi secondo il principio etnico. E non ci è voluto molto tempo affinché resuscitasse lo scheletro nascosto nell’armadio, con tutte le questioni rimaste irrisolte dopo la fine della Seconda guerra mondiale, che sono state strumentalizzate e usate per mobilitare i popoli che ben presto si sono rivoltati gli uni contro gli altri.

Tuttavia, esistono numerose prove, assolutamente convincenti, che hanno dimostrato in modo inconfutabile – anche relativamente ai più gravi crimini commessi sul territorio della Bosnia Erzegovina durante la guerra degli anni Novanta – che quell’odio che imperversava in Bosnia Erzegovina era stato importato, insieme ai due nazionalismi aggressivi degli anni Novanta – quello serbo e quello croato –, e che la Bosnia Erzegovina era stata una vittima collaterale della dissoluzione della Jugoslavia. Oggi è molto diffusa l’idea, assolutamente errata e priva di fondamento storico, secondo cui la Bosnia Erzegovina non può esistere dopo la dissoluzione della Jugoslavia.

La Jugoslavia è sempre stata un’unione politica, un conglomerato di popoli tenuti insieme da un’ideologia socialista molto rigida. Prima della Seconda guerra mondiale la Jugoslavia era una monarchia, il Regno dei serbi, croati e sloveni. Quando invece parliamo di Bosnia Erzegovina parliamo di una cultura, una terra e una consapevolezza autoctone; un luogo dove culture diverse da sempre si incontrano e si intrecciano, creando un’alchimia particolare delle relazioni e dando vita a una comunità.

Si è sempre detto che la Bosnia Erzegovina era una Jugoslavia in miniatura...

Esatto. Si diceva sempre che la Bosnia Erzegovina era il polso e il cuore della Jugoslavia, la portatrice di buone vibrazioni dell’epoca jugoslava. Tuttavia, in un ambiente post-conflittuale, dove molti valori sono stati distrutti, e si è cominciato a crearne di nuovi, assistiamo da quasi tre decenni a una narrazione, ormai diventata dominante, che cerca di convincerci che la Bosnia Erzegovina non può esistere se non c’è più la Jugoslavia. E la cultura non solo dimostra che questa narrazione non corrisponde alla verità, ma la smentisce quotidianamente.

Ricordo sempre di come molte persone mi parlavano del fascino della subcultura bosniaco-erzegovese. Se infatti pensiamo ad alcune rock band bosniache, come ad esempio gli Indexi o i Bijelo Dugme, vediamo che questa subcultura ha caratterizzato per molto tempo la nostra società. Gli Indexi hanno fissato parametri di modernità del rock n’roll bosniaco-erzegovese, mentre i Bijelo Dugme hanno portato questo genere musicale ad un altro livello, in termini di popolarità. C’era davvero una strana chimica all’intero di queste band, basti pensare alla loro struttura, chi suonava il basso, chi suonava la chitarra, e chi invece la batteria. Qualcosa di molto simile a quello di cui ha recentemente parlato Dule Vujošević [ex commissario tecnico della nazionale di pallacanestro della Bosnia Erzegovina]. C’è un che di grandioso quando Nemanja passa il pallone a Senad, e poi Senad lo lancia ad Ante. Un tempo in Bosnia Erzegovina questa diversità era una cosa normale, la si dava per scontata. Ora la si vuole cancellare – è da anni che si sta tentando di farlo – con un lavaggio dei cervelli.

È rimasto qualcosa di questa autentica identità bosniaco-erzegovese?

Solo in una forma embrionale, e questa è la conseguenza di quella distruzione sistematica di cui ho parlato. Ne è rimasta qualche traccia, vere e proprie piccole oasi, soprattutto nella cultura e nell’arte, e in parte anche nello sport. Diverso, ovviamente, è il caso dell’economia dove vige la logica del profitto e del guadagno che, curiosamente, è rimasta valida anche nei tempi più drammatici. Quindi, esiste ancora, ma ora la domanda è se abbiamo la forza di cambiare paradigma politico e trasformare quelle che oggi sono eccezioni positive nel nostro ambiente quotidiano.

Viviamo in un tempo contrassegnato dall’assoluta avversione nei confronti della politica, ormai diventata un ambito che suscita solo apatia, disperazione e rassegnazione. Le persone migliori di tutte le età se ne vanno da questo paese in continuazione. E questo in un certo senso mi rende inquieto riguardo alla possibilità di un futuro sereno e prospero, ma noi, evidentemente, ormai da tempo non decidiamo del nostro destino.

Spero soltanto che i Balcani non finiscano di nuovo in mezzo al gioco delle grandi potenze, penso soprattutto alla Russia e agli Stati Uniti che sono evidentemente gli unici, insieme all’Unione europea, che possono introdurre l’ordine nei Balcani e, per così dire, sistemare i nostri soggiorni che ormai da tempo sono sommersi da vecchi mobili che non servono più a nessuno, ma che di tanto in tanto si aprono come il vaso di Pandora e ne escono fuori gli scheletri che vi erano nascosti.

Mi fa piacere che lei abbia menzionato l’Unione europea, perché la mia prossima domanda riguarda l’integrazione europea della Bosnia Erzegovina, ma anche di altri paesi della regione. Abbiamo questi due vicini, la Croazia e la Serbia, e i nazionalismi degli anni Novanta. La Croazia è ormai membro a pieno titolo dell’Unione europea, mentre la Serbia si sta preparando ad aderirvi. Ora assistiamo a una evidente recrudescenza del nazionalismo che, a mio avviso, è senza precedenti. Anche molti intellettuali intervistati da K2.0, come Miljenko Jergović, ritengono che la situazione in Bosnia Erzegovina non sia mai stata peggiore, nemmeno nei primi anni Novanta. Come commenta l’attuale situazione della Bosnia Erzegovina? Pensa che un eventuale ingresso della Bosnia nell’Unione europea porterebbe a un miglioramento della situazione?

Dino Mustafić (foto di Imra Kapetanović /Kosovo 2.0)

Dino Mustafić (foto di Imra Kapetanović /Kosovo 2.0)

Abbiamo già visto che l’ingresso di un paese nell’Unione europea non significa necessariamente che tutti i suoi problemi verranno risolti. Ma noi non abbiamo altra prospettiva che quella europea. L’adesione all’UE in un certo senso imporrà maggiore rispetto dello stato di diritto. Dall’altra parte, assistiamo a una situazione in cui molti paesi membri dell’UE, soprattutto quelli dell’Europa centrale, come l’Ungheria, la Polonia, la Repubblica Ceca, la Slovacchia, sono attraversati da tendenze molto preoccupanti che mettono in discussione i capisaldi della democrazia liberale. Si è persino alla ricerca di nuovi modelli di governo, imperniati su una dottrina religiosa. Quindi, condivido quello che ha detto Habermas parlando dell’idea dell’Unione europea, cioè che l’UE deve tornare ai suoi principi fondamentali che vanno al di là degli interessi materiali.

Che cosa può offrire l’Unione europea ai Balcani? È certo che i Balcani appartengono, culturalmente e geograficamente, all’UE. L’attuale stato di cose nei Balcani è in gran parte dovuto all’inerzia, pigrizia e lentezza dell’apparato europeo, un apparato troppo burocratico, ma anche a una retorica di cui ci siamo tutti ormai stancati, che tende ad addossare la responsabilità dell’attuale situazione esclusivamente alle politiche e relazioni locali. Dalla prospettiva bosniaco-erzegovese è molto difficile alzare la testa, allungare il collo e osservare valori dell’Unione europea, rimanendo al contempo fedeli alla Costituzione di Dayton. La Costituzione di Dayton è di per sé razzista, sciovinista e discriminatoria.

Sappiamo che la Bosnia Erzegovina è un vero e proprio laboratorio politico delle potenze mondiali, che hanno creato una società che ha semplicemente ufficializzato l’esito della guerra e della distruzione; hanno fermato la guerra, ma con un documento come quello firmato a Dayton non hanno potuto fermare il conflitto. Il conflitto ora viene combattuto con altri mezzi, politici e verbali, ed è sempre in attesa del momento favorevole, come un seme del male che non è mai stato schiacciato e distrutto, né tanto meno pubblicamente condannato, rimanendo nascosto, per poi intensificarsi durante le tornate elettorali, mettendo a repentaglio la sopravvivenza stessa di questo paese.

Penso che l’UE sia consapevole che non sarebbe possibile tenere sotto controllo un eventuale conflitto nei Balcani, perché assistiamo a una radicalizzazione e fascistizzazione dell’Europa. Assistiamo a una situazione in cui alcune società stabili, liberali e democratiche, che per noi erano un modello per quanto riguarda, ad esempio, le politiche verso i migranti e verso le minoranze – come l’Olanda e la Svezia – , sono stravolte da veri e propri terremoti politici. Alcuni paesi europei, molto grandi, potenti e densamente popolati, come l’Italia, hanno governi che sono letteralmente fascisti o filofascisti. Vediamo quindi che le circostanze sono molto drammatiche, incombenti come quelle nubi nere che oscuravano i cieli d’Europa negli anni Trenta. Assistiamo alle svolte autocratiche dei leader delle grandi potenze mondiali, come Trump e Putin; assistiamo alla politica espansionista e neoimperialista della Turchia, che sta cercando di realizzare i propri interessi nei Balcani richiamandosi al passato ottomano.

Quindi, dobbiamo assumerci la responsabilità di quello che siamo e determinare da soli la direzione in cui vogliamo andare. Perché penso che noi possiamo portare all’Europa tante cose belle e buone. Non dobbiamo per forza portare quello che spesso veniva chiamato tamni vilajet [un vilâyet tenebroso, titolo di una legenda slava; espressione spesso usata, soprattutto sulla stampa nazionalista serba degli anni Ottanta e Novanta, con riferimento alla Bosnia, considerata un paese retrogrado e intollerante, ndt]. Abbiamo molte cose di cui l’Europa potrebbe trarre beneficio, perché la nostra identità balcanica non è una cosa di cui per forza dobbiamo vantarci, ma nemmeno dobbiamo vergognarcene.

Penso che non abbiamo assolutamente nulla di cui vergognarci, soprattutto per quanto riguarda la nostra cultura e la storia...

È vero. Ma l’unica cosa di cui dobbiamo vergognarci è il fatto che non abbiamo affrontato in modo emancipatorio la transizione iniziata negli anni Novanta, né sul versante tecnologico né su quello industriale. Non siamo riusciti a stare al passo con i progresso avvenuti nel resto del mondo negli ultimi trent’anni, perché siamo stati degradati dalla guerra, da narrazioni e concetti di stato regressivi, e il tempo trascorre inesorabilmente, non aspetta nessuno.

Non abbiamo ancora fatto i conti con quello che è successo negli anni Novanta, anche perché la guerra è finita senza vincitori. E sono i vincitori a scrivere la storia. A questo proposito, vorrei chiederle qualcosa su REKOM. Lei è attivamente impegnato in questa iniziativa. Perché pensa che REKOM sia importante? Quali benefici potrebbe portare alla Bosnia Erzegovina?

Penso davvero che l’iniziativa REKOM non abbia alternative. È la più importante iniziativa congiunta delle organizzazioni non governative, che riuniscono le vittime della guerra e i membri delle loro famiglie, impegnate nel tentativo di chiudere quel capitolo della storia degli anni Novanta confrontandosi con la verità senza relativizzarla, metterla in discussione o reinterpretarla. Quindi, una verità fattuale, dimostrabile e scientifica.

Questo significa, innanzitutto, determinare il numero esatto delle vittime e fare chiarezza sulle circostanze che hanno portato alla loro morte, prendendo in considerazione tutte le indagini, prove e processi penali svolti davanti ai tribunali internazionali. È questo il compito che ci ha lascito il Tribunale dell’Aja, insieme a tutta serie di sentenze che hanno chiaramente evidenziato il carattere della guerra degli anni Novanta, chi è stato l’aggressore e chi la vittima. Tutto questo ha un significato che trascende la politica, un significato umano e universale. L’obiettivo è quello di far sì che gli orrori, i crimini e le crudeltà accaduti durante la guerra degli anni Novanta non si ripetano mai più.

Qualcosa di simile a “Nunca más“ (il rapporto della Commissione nazionale per le persone scomparse in Argentina, istituita dopo la caduta della dittatura militare)...

RECOM è un’iniziativa molto complessa, nata in seno alla società civile dei paesi dell’ex Jugoslavia, dove molti cittadini, a prescindere dalla loro appartenenza nazionale, temono che quello che è successo negli anni Novanta possa ripetersi se lasciamo tutto nelle mani della politica. In questo momento siamo in una fase molto complessa e delicata, cerchiamo di ottenere l’appoggio all’istituzione di una commissione regionale.

L’obiettivo è quello di istituzionalizzare un’iniziativa non governativa finalizzata al confronto con la verità. Purtroppo è un processo che avanza con difficoltà, anche a distanza di più di vent’anni dalla fine della guerra, ed è chiaro per quale motivo. Perché gli anni Novanta continuano ad essere usati per fomentare nuovi nazionalismi, e questa situazione giova a quelle opzioni politiche che non vogliono che i problemi vengano risolti, non vogliono la pace, bensì cercano di assicurarsi uno spazio in cui possono continuare ad alimentare la paura dell’altro e rievocare i fantasmi del passato, ai fini dell’auto-vittimizzazione.

C’è ancora tempo per porre rimedio a questo problema?

Non abbiamo alternative. Quando la gente si chiede se ci sia ancora tempo, io mi chiedo soltanto quale sia l’alternativa. Se non sarà REKOM, sarà una nuova guerra, un nuovo massacro, nuove morti. Non si può vivere con le mani insanguinate, è un cerchio senza uscita, un incessante ritornello di crimini e vendette. Prima o poi bisogna fermarlo, bisogna dire che la responsabilità di quanto accaduto ricade sulle politiche nazionaliste, sono state loro a portare alla guerra.

Quello che preoccupa è l’atteggiamento della comunità internazionale, che è stata coinvolta nella guerra, ne è stata testimone. Sono stati scritti molti libri, realizzate inchieste giornalistiche, stabiliti i fatti, emesse le sentenze. La comunità internazionale ci ha lasciato un importante materiale documentario, che non lascia spazio a dubbi. Tuttavia, l’Europa non ha mai insistito sul fatto che non si può mentire spudoratamente su quanto accaduto negli anni Novanta, e questo dovrebbe essere conditio sine qua non per l’integrazione europea. Conservo ancora una certa dose di ottimismo su questo punto, perché nella strategia dell’Unione europea per i Balcani occidentali sono state sottolineate due cose molto importanti, entrambe favorevoli alla REKOM. La prima è lo sviluppo di relazioni di buon vicinato e la seconda è il confronto con il passato, ovvero con i crimini commessi nelle guerre degli anni Novanta. Quindi, se vogliamo entrare a far parte dell’Unione europea, dovremo confrontarci col passato.

Torniamo sulla questione di prima. C’è la volontà di sviluppare veri rapporti di buon vicinato?

No. Tutti i politici al potere si comportano in modo ipocrita quando si tratta di costruire le relazioni di buon vicinato. È un comportamento ben lontano da una sincera retorica dell’amicizia reciproca, la loro è una politica che ha sempre bisogno di un nemico. Perché una volta risolte le questioni bilaterali dovranno affrontare i veri problemi che affliggono i cittadini.

Qual è la situazione della pubblica amministrazione? E del sistema sanitario? E dell’istruzione? A quanto ammontano gli stipendi? Guardando alla situazione attuale, emerge un quadro molto preoccupante, cioè il fatto che le economie dei paesi nati dalla dissoluzione della Jugoslavia non potranno nemmeno in 20-30 anni raggiungere il livello di sviluppo economico della Jugoslavia. E ci vorrà mezzo secolo per raggiungere il livello di welfare state dei paesi scandinavi.

Mi sembra che siamo costantemente circondati da false promesse e previsioni infondate. E allo stesso tempo i nostri politici continuano a godere di un ampio sostegno per proseguire con la stessa retorica a cui ricorrono ormai da 25 anni. Penso che sia molto importante trovare una via d’uscita da questo circolo vizioso...

Noi abbiamo bisogno di una svolta sociale. La domanda è se sia ancora possibile arrivare a questa svolta attraverso un processo evolutivo. Non sono un sostenitore di metodi violenti, non penso che abbiano mai contribuito al benessere democratico. Tuttavia, esistono anche altri metodi, che dovrebbero essere presi in considerazione. A noi mancano i movimenti politici, ci mancano idee, un impegno più concreto della comunità accademica, degli intellettuali e studenti, delle forze progressive e liberali che vorrebbero vedere il loro paese guarito.

Purtroppo oggi assistiamo a un governo dei partiti, a una democratura, ovvero a una finta democrazia pluripartitica. Al posto dell’uniformità di pensiero esistente durante il regime comunista, ora abbiamo una pluralità di pensiero, molto ottuso, guidato da interessi dei partiti. E questo stato di cose ha condotto alla perdita di fiducia nella democrazia rappresentativa. Pertanto penso che dobbiamo riflettere seriamente su come, attraverso il settore non governativo, ovvero quei sistemi e istituzioni che dovrebbero essere portatori di valori liberali, fermare questa rivoluzione clerical-conservatrice, questo indottrinamento a cui assistiamo; su come fermare il declino della Bosnia, trasformatasi in una democrazia etnica in cui gli interessi collettivi della popolazione sono completamente svuotati di senso attraverso la rivendicazione dell’interesse vitale nazionale nelle Camere dei popoli [la Camera dei popoli della Bosnia Erzegovina e la Camera dei popoli della Federazione BiH, ndt], che viene usato per giochi politici, piuttosto che per regolamentare i diritti collettivi di gruppi etnici. Secondo, finché non sarà stabilita la sovranità del cittadino, dell’individuo come portatore di cambiamento, come essere sociale; finché non torneremo alle altre identità che ci contraddistinguono come esseri umani – quello che facciamo, il mestiere che svolgiamo, il nostro contributo alla società, le relazioni di amicizia, familiari, professionali - , fino ad allora nulla cambierà.

E questa svolta deve avvenire attraverso un cambio di paradigma politico. Per cominciare, basterebbe ascoltare alcuni politici che offrono un’alternativa, ma purtroppo rimangono voci isolate, soffocate dall’assordante clamore dei partiti.


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