Parata a Banja Luka - Marlin Dedaj

Parata a Banja Luka - Marlin Dedaj

Con la controversa "Giornata della Republika Srpska", Milorad Dodik rilancia la sua sfida e parla apertamente di secessione, in un contesto internazionale e regionale sempre più incerto

17/01/2017 -  Alfredo Sasso

“Sarà la nostra celebrazione più grande di sempre”, prometteva orgogliosamente il governo della Republika Srpska (RS) alla vigilia del 9 gennaio, l’autoproclamata festa nazionale dell’entità. E non tanto perché si trattasse di un anniversario tondo, un quarto di secolo da quel 9 gennaio 1992 in cui un gruppo di parlamentari serbi di Bosnia Erzegovina proclamò la secessione da Sarajevo, poco prima dell’inizio della guerra.

Da più di un anno, infatti, la festività è al centro della vita politica del paese. Nel novembre 2015 fu dichiarata illegittima dalla Corte Costituzionale statale, che la ritenne discriminatoria verso la popolazione non-serba. In risposta, il presidente della RS Milorad Dodik indisse un referendum per mantenere la festività, a sua volta dichiarato incostituzionale.

Ma Dodik ha tirato dritto. Il referendum si è tenuto il 25 settembre scorso, con un trionfo plebiscitario del “sì”, ma con un’affluenza non così elevata (55%). E' stato però sufficiente a trainare il partito di Dodik, al potere dal 2006 in RS, verso una comoda vittoria alle successive elezioni amministrative.

Ed è bastato per mantenere un livello permanente di tensione con Sarajevo, alimentato dai persistenti annunci di secessione e dalle ripetute onorificenze pubbliche concesse a Radovan Karadžić e ai vertici serbo-bosniaci già condannati dalla giustizia internazionale per crimini di guerra.

Parate

Nella capitale Banja Luka, le celebrazioni hanno caratterizzato l’intera giornata del 9 gennaio, con lo scopo di ostentare la presunta dimensione statuale della RS. L’evento clou è stato la parata civile-militare a cui hanno partecipato corpi della polizia armati, veterani di guerra, protezione civile, pompieri, club sportivi, associazioni studentesche, persino i dipendenti delle Poste.

Ma è ancora prima della parata che è avvenuto l’episodio più controverso. Un’unità dell’esercito statale, il 3º reggimento di fanteria composto da membri della Republika Srpska, ha partecipato alla cerimonia rendendo gli onori a Mladen Ivanić, membro serbo della Presidenza collettiva statale.

Secondo la stampa di Sarajevo, nonché l’insieme dei partiti bosgnacchi e civici, la partecipazione del reggimento è stata una forzatura di Ivanić, senza autorizzazione del ministero della Difesa e all’insaputa degli altri organi statali. Costituirebbe, dicono alcuni, un vero colpo di stato in miniatura. Dalla Croazia, la presidente Grabar-Kitarović ha definito la celebrazione come “un falso”, “un mito”, “una provocazione”. Dodik ha risposto invocando la dissoluzione dell’esercito statale e la ricostituzione di quello della RS, anteriore alla riforma dei primi anni Duemila (quest’ultima, comunemente ritenuta uno dei pochi esempi positivi dell’integrazione post-Dayton).

La TV governativa della Republika Srpska, la RTRS, ha seguito tutte le celebrazioni in diretta, dall’alba a mezzanotte. L’esaltazione patriottica è risultata evidente in ogni piccolo particolare. Nel programma in studio, molti invitati erano in uniforme: il poliziotto, il veterano, l’ufficiale della protezione civile che ha insistito ossessivamente sulla preparazione fisica dei suoi subordinati.

Poi è stato il turno di una coppia di genitori e i loro quattro bambini, che hanno elogiato le famiglie numerose e lo spirito di sacrificio. Le ordinarie interruzioni pubblicitarie sono state sostituite dall’inno della RS e da una bandiera a tutto schermo. Più sotto, defilati, i loghi degli sponsor. Poi è andato in onda un servizio da Foča: la sezione locale dei Delije, la tifoseria della Stella Rossa di Belgrado, ha dedicato una gigantografia su un palazzo di dieci piani a Santo Stefano (patrono della Republika Srpska che nel calendario giuliano si celebra proprio il 9 gennaio) e una maxi-bandiera della RS, il tutto onorato da una processione notturna di fumogeni, striscioni e canti nazionali.

Infine è stata organizzata una cerimonia solenne alla presenza di alte autorità politiche e religiose del mondo serbo. Il primo a intervenire, presentato come “il più grande ambasciatore culturale del nostro popolo”, è stato Emir Kusturica. Il noto regista ha espresso giudizi pesanti contro i musulmani di Bosnia, per lui tutti “di Izetbegović”, per poi “divertire” la sala dicendo che desidererebbe avere una piccola bomba atomica in tasca. Non per farla esplodere, ha subito precisato, ma a scopo intimidatorio, per “chiudere ogni discorso in cui un popolo vittima è dipinto come criminale”.

Tempi vecchi e nuovi

Iconografia sacra e mobilitazione ultras, uniformi e intellettuali di servizio agli “obiettivi nazionali strategici”. Sembra il tipico immaginario degli anni Novanta. Ma nell’ennesima accelerazione secessionista della RS c’è, in verità, molto del nostro tempo.

C’è uno scenario internazionale che Dodik interpreta come favorevole, contando sulla consolidata alleanza con Putin e sull’effetto “liberi tutti” della vittoria di Trump, ovvero il probabile neo-isolazionismo statunitense e lo sdoganamento della destra nazional-tycoon-autoritaria sulla scena mondiale.

Alla cerimonia di Banja Luka erano presenti l’ambasciatore russo e una delegazione del Front National francese, la cui eurodeputata Dominique Bilde ha twittato “Tutti uniti contro l’islamismo”. La sinergia tra FN e vertici della RS si è già mostrata con precedenti incontri, e con le pubbliche felicitazioni che i lepenisti inviarono al primo sindaco serbo di Srebrenica del dopoguerra come “giusto ritorno della storia”.

Contesto regionale incerto

Le spinte di Dodik si muovono in un contesto regionale incerto. Per Banja Luka è ovviamente cruciale la posizione della Serbia, con cui i rapporti sono buoni ma non sempre costanti. Attualmente, su Belgrado pesano l’irrigidimento delle relazioni con la Croazia, che ostacola la politica pro-UE del premier Aleksandar Vučić, e l’incertezza per le imminenti elezioni presidenziali.

Non è chiaro se si candideranno lo stesso Vučić, o il presidente uscente (e compagno di partito) Tomislav Nikolić, o entrambi; né come si muoverà l’opposizione. Finora, Vučić è stato il più cauto e ambivalente verso Banja Luka, infatti non ha sostenuto (ma nemmeno attivamente frenato) il referendum del 2016, e ha disertato la cerimonia del 9 gennaio, mentre Nikolić era presente, così come alcuni ministri serbi.

Dodik ha interesse a fare leva tra queste contraddizioni, se vuole davvero spingersi fino alle estreme conseguenze del piano secessionista (un evento che alcuni analisti considerano ancora improbabile, ma meno rispetto al passato).

Il contesto bosniaco-erzegovese non offre deterrenti o alternative. Molti considerano Bakir Izetbegović il perfetto sparring partner di Dodik. Il suo partito SDA (nazionalisti bosgnacchi, al potere nell’altra entità del paese, la Federazione di BiH) sta imponendo un ripiegamento conservatore ed etnicista nella società, analogamente a quanto avviene in Republika Srpska, così che entrambi si alimentano a vicenda. Ma diversamente da Dodik, Izetbegović ha un atteggiamento reattivo, un partito disunito e una posizione internazionale ora infelice, visti i problemi che affronta la Turchia dell’alleato Recep Tayyp Erdoğan. Nel frattempo, riaffiora la sinergia tra Dodik e il leader dei nazionalisti croati, Dragan Čović, per fare pressioni sulle istituzioni centrali.

L’opposizione dentro la Republika Srpska, a sua volta egemonizzata dal nazionalismo e guidata dall’SDS (il partito fondato da Radovan Karadžić), è da tempo alle corde, per il ferreo controllo del governo dell’entità su apparati pubblici e media, e perché Dodik ha usurpato il loro discorso politico.

L’apparente paradosso è tale che i leader dell’SDS frenano sulla secessione e invocano ragionevolezza, chiedendosi se “abbiamo le forze per andare contro il mondo intero”, e rilanciando il monito che “dividere la Bosnia non è possibile senza guerra”, già ben noto a Sarajevo e tra la comunità internazionale.

Una mobilitazione su linee non-etniche, al momento, resta non pervenuta. Gli unici spazi aperti sono quelli dell’informazione alternativa, come quella di Nidžara Ahmetašević sul portale Buka, che al termine di un accalorato articolo sul sistema sanitario al collasso nell'intera Bosnia Erzegovina, chiede con frustrazione: “Ma cosa pensate voi della festa del 9 gennaio? E del discorso di Dodik? E di chi entrerà e uscirà nell'SDA? Ecco, se vi interessano veramente queste domande, allora voi avete veramente tempo e vita davanti. Noi, invece, non ne abbiamo”.


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