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Visar Zhiti (La Voce di Romagna)

Visar Zhiti, artista, è sopravvissuto ai gulag albanesi del regime comunista di Hoxha. Ora è ambasciatore in Vaticano. La sua storia

20/10/2016 -  Davide Brullo*

(L'articolo è stato pubblicato da “La Voce di Romagna” a firma di Davide Brullo* e gentilmente concesso per la ripubblicazione su OBC Transeuropa)

La voce è ferma. Elegante come l’elsa di una spada istoriata a Bisanzio. “Non sono bravo a raccontare, d’altronde, quando conosciamo perfettamente un fatto, questo svanisce, scompare”. In 35 anni Visar Zhiti è passato dai campi di concentramento albanesi alla sala d’aspetto per il Regno dei Cieli. “Il canto è una forma di disobbedienza linguistica e le sue note gettano un’ombra di dubbio su ben altro che un concreto sistema politico: mettono in discussione tutto l’ordine esistenziale”, scrive Iosif Brodskij cercando di spiegare l’accanimento del regime sovietico verso Osip Mandel’stam, l’immenso poeta russo relegato e ucciso nei Gulag, in Siberia. Anche Brodskij fu processato e arrestato, nel 1965, per il fatto di essere un poeta, perciò un sovversivo.

“La letteratura era al servizio del partito e gli scrittori servivano come ‘missionari del partito’. A scuola era obbligatorio leggere i libri del ‘realismo socialista’”, spiega Visar Zhiti. Anche lui, Visar, in un altro tempo e in un altro luogo, ha recitato la tragedia di un copione già scritto dal regime comunista. “Con i miei amici, razziavamo le vecchie biblioteche, ci passavamo i libri degli autori occidentali, stampati clandestinamente, proibiti. Ce li procuravamo in Kosovo e nella ex Jugoslavia, all’epoca il paese più libero dell’impero comunista”. Avrà avuto degli autori di riferimento… “Sergej Esenin, intanto, il ‘poeta naturale’ che cantava le illusioni perdute del comunismo. E Walt Whitman, il grande poeta democratico. Li ho letti fino a impararli a memoria”.

Zhiti si procura “Foglie d’erba” in un modo emblematico, grottesco. “Era stato tradotto in albanese prima del comunismo. Alcune librerie lo tenevano nello scaffale dei manuali perché pensavano fosse un libro sull’agricoltura, che insegnava a coltivare la terra; i versi lunghi di Whitman confondevano i rigorosi librai…”.

Figlio d’arte – il padre, Hekuran, era attore e poeta – Visar è un talento precoce. A vent’anni, nel 1973, imbastisce la prima raccolta di poesie, “Rapsodia della vita delle rose”. Il libro viene sequestrato, “mi accusavano di aver scritto poesie tristi, in un linguaggio ermetico, ostile al realismo socialista. Dissero che ero malato, che ero influenzato dalla poesia ‘borghese e revisionista’”. Sono gli anni in cui il regime comunista imposto da Enver Hoxha è particolarmente violento. Nel 1976 il regime elimina due amici di Visar, Vilson Blloshmi e Genc Leka. Nel 1979 arrestano Visar, “furono i critici letterari del regime, i più conosciuti e celebrati a quei tempi, a denunciarmi. Fui arrestato perché ero un poeta, senza aver commesso altro delitto che scrivere poesie”. Nel 1980 il poeta viene processato e condannato a dieci anni di prigionia: “mi hanno tolto il diritto di insegnare, di votare, di pubblicare. Per lo Stato albanese non potevo essere un poeta”.

Il poeta fu rieducato come minatore. “Mi inviarono a Spac, un campo di concentramento nell’Albania del Nord. Lavoravamo in una miniera di rame. Era un lavoro durissimo. Penetravamo, a piedi, per due o tre chilometri sotto terra, come gli schiavi nell’antichità, senza luce, carponi, perché i cunicoli erano stretti. Eravamo 1200 carcerati, quasi tutti medici, professori, intellettuali, scrittori. Ci suddividevano in tre turni di lavoro al giorno, tutti i giorni. Spesso le miniere crollavano, uccidendo chi non era riuscito a risalire in tempo. Il saluto che ci scambiavano con chi ci sostituiva durante i turni non era ‘buongiorno’, ma ‘che tu possa sopravvivere’”. Eppure, Zhiti riesce a sopravvivere e a scrivere, anche in carcere. “Avevamo la possibilità di scrivere due lettere al mese alla famiglia, non più lunghe di due pagine, vagliate dalla censura. Facevo finta di scrivere lettere ma buttavo giù delle poesie. Poi le nascondevo nelle scarpe, nel materasso”. Visar diventa un esperto nel “contrabbando della Musa”, come dice lui: circa 300 poesie passano il maglio del carcere, per mano dei rari visitatori. Saranno pubblicate nel 1993, quando Zhiti riconquista il permesso di essere poeta. “Giorni di lutto/nella mia terra. Le bandiere/ piegano la testa. Le loro aquile nereggiano/come auspici usciti dalle tragedie./ Le parole deflagrano/ come epitaffi sulle onde”, scrive, in una delle poesie più dure, “Epitaffi sul vento epitaffi sulle onde”.

“Abitavo in una stanza con 52 prigionieri, dormivo su letti a tre piani, sembravamo pesci in conserva. Eravamo circondati da poliziotti e chi si avvicinava al recinto spinato veniva ucciso a colpi di mitragliatrice”, racconta il poeta. Nei campi, la letteratura è fondamentale, come il pane. “Qualche prigioniero si era procurato dei brandelli di Dostoevskij, qualcuno aveva tradotto delle poesie di Baudelaire…”. Visar scrive anche in cella d’isolamento, “senza carta né penna, al buio, compilavo poesie nella testa, per sopravvivere, per non impazzire. Per noi, in quel luogo, le poesie erano una forma di preghiera”. Nel 1987 concedono al poeta di lavorare in una fabbrica di mattoni.

Nel 1991 le pastoie del comunismo si allargano e Visar può uscire dall’Albania. “Grazie ad alcuni amici ottenni una borsa di studio alla ‘Cattolica’ di Milano. A Milano cominciai a fare degli stage in alcuni quotidiani italiani, per imparare il mestiere di giornalista. Poi sono stato in Germania e negli Stati Uniti, infine, nel 1995, sono tornato in Albania”. Ormai, l’opera poetica di Zhiti può circolare liberamente: in Italia ottiene i primi premi e i primi applausi (da Mario Luzi – “si libera dalla morsa della tirannide un vero, forte poeta” – e da Franco Loi, tra gli altri), viene tradotto, “Confessione senza altari” (Diana, 2012), “Il visionario alato e la donna proibita” (Rubbettino, 2014), per merito di Elio Miracco. Ultimissima, la placca, in confezione per collezionisti, edita da Pazzini, “Dov’è la vita?” (2016), una sorta di canzoniere mistico, verticale (“lascia che sia la luce a scolpirti/ scartando le cose superflue nel buio”). Ora le sue poesie sono studiate nelle scuole albanesi, le stesse che lo avevano marchiato come ‘nemico dello Stato’.

Per meriti intellettuali, Visar Zhiti è stato eletto, lo scorso anno, ambasciatore d’Albania presso la Santa Sede. Il poeta che è sopravvissuto ai lager albanesi, ha incontrato Papa Francesco un paio di volte, “mi ha detto cose che nutrono e danno coraggio. Ai giovani albanesi ha detto, ‘l’Albania è la terra delle aquile e come le aquile dovete volare sempre, senza dimenticare il nido e le piaghe’”. “Il carcere duro è stato per Zhiti il luogo estremo della genesi della sua poesia”, scrivono Ennio Grassi e Rosangela Sportelli nel numero di “In forma di parole” (2002) dedicato ai “Poeti della terra d’Albania”. Il poeta risorge dalla cella esausto (“Sono vivo, ma che destino il mio/ se anche le pacifiche ali degli uccelli/ mi sembrano lame di coltello”), ma il regime non gli ha attorcigliato la lingua, non lo ha sconfitto. Ora vive in Vaticano, a un miglio da Dio.


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