Albania anni '80, la moda di regime e i pacchi che arrivavano dall'Italia. Memorie di famiglia

25/11/2014 -  Adela Kolea

Shoqe, c’è da firmare. Un pacco per voi dall’Italia!”. Era da un po’ di tempo che a noi famiglie miste italo-albanesi residenti in Albania veniva concesso di ricevere dai parenti in Italia lettere, cartoline e addirittura qualche pacco postale.

I nostri cari sapevano qual era la situazione in Albania. E sapevano che la “moda” era un tabù e che proprio per questo i bei vestiti che arrivavano dall'Italia costituivano una vera e propria gioia, ancor prima che una necessità.

I vestiti certo non mancavano. A mancare era però la varietà, le stoffe di vari colori, i modelli, le fantasie. E quindi gli indumenti che arrivavano dall'Italia – e dagli altri paesi europei – rappresentavano l'eccellenza. Chi usciva dai canoni del vestiario in comune - “comune” nel vero senso del termine - si faceva notare subito. “Veste straniero, forestiero...”, Vishet me rroba të jashtme.

L’abito non fa il monaco!? Faceva, eccome il monaco e lo distingueva da ciò che la Grande sartoria statale offriva. E non era una questione di marchi. Quelli erano ininfluenti. Qualsiasi abito d'oltre mare, che venisse dalle bancarelle del mercato o da una boutique era unico e inconfondibile. E tra l’altro, profumava di “mare”.

Questo nonostante i nostri sarti fossero bravi. Erano molto preparati e confezionavano dei bei vestiti su misura quando ci potevamo permettere qualche bella stoffa. Per il resto ci si doveva accontentare degli abiti venduti nei magazzini statali, nella Grande “Mapo”.

Torniamo al richiamo del postino ed al suo invito a recarci all’ufficio postale, quello centrale, a Tirana. “Un pacco postale era arrivato dall’Italia!” In vista del mio compleanno, solitamente arrivavano dei bei vestiti nuovi, ma non solo per me, per tutta la famiglia!

Ma c'era prima da ritirarlo il pacco.

“Siete venuti per la roba arrivata dall'Italia eh..?” ci fanno all'ufficio postale.
“Sì. Ci avete avvisato voi”, risponde mia madre.
“Questo è il vostro pacco”, ribattono e mostrano uno scatolone rigorosamente aperto e controllato in ogni suo angolo.

Poi inizia l'estrazione uno per uno dei vestiti contenuti. Io solitamente sapevo già cosa ci sarebbe dovuto essere dentro perché la zia in Italia mi mandava per lettera prima una lista, dove descriveva tutti i vestiti. Parte di questi spariva però ancora prima del nostro arrivo alle poste. Altri non superavano il “test della dogana” a cui stavamo assistendo.

I funzionari della posta infatti dovevano valutare se i vestiti erano decorosi e meritavano di “circolare” – essere indossati – in Albania, oppure se erano da considerare un’infrazione al codice etico del paese. Insomma, una selezione, un po’ per dovere, un po’ per impossessarsi di qualche indumento.

In questi passaggi purtroppo tanti abiti rimanevano ‘ingarbugliati’. Quella volta toccò ad una bella maglia di ciniglia. Ma non toccò ad un paio di jeans.

Ho ancora addosso il ricordo di quando li ho indossati. Una sensazione unica dato che prima i soli jeans che avevo visto (per giunta di nascosto) erano su qualche ritaglio di giornale straniero.

Colpita era anche mia nonna, alle prese allora con una nuova dentiera e con la pronuncia di quella parola così straniera “Xhins”- Jeans”! “Figlia mia, e che saranno mai questi pantaloni, questa tela? Sembrano abiti da lavoro che più brutti non si può...".


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