Gagauzia (texx1978/flickr)

La lettera M di uno speciale abecedario, dedicato ai 25 anni dall'indipendenza della Moldavia. Le minoranze della Moldavia in quest'incontro con Marcin Kosienkowski, dell'Università Cattolica di Lublin, studioso dello spazio post-sovietico nonché autore di uno studio sulle minoranze moldave

21/12/2016 -  Francesco Brusa

La Moldavia presenta all'interno di un territorio così piccolo una grande diversità in termini etnici, culturali e linguistici. Qual è in generale la situazione delle minoranze? Come viene gestita tale diversità a livello amministrativo e politico? Può rappresentare un punto di forza per il paese?

Le cosiddette minoranze costituiscono circa il 20% della popolazione moldava e, pertanto, rappresentano una questione assolutamente importante per il governo e in generale per l'intero contesto del paese. È possibile affermare che una piena integrazione delle minoranze non si sia ancora verificata e uno dei motivi principali per questo è la barriera linguistica: non tutti infatti parlano il rumeno (o “moldavo”, com'è indicato dalla costituzione) che è la lingua ufficiale dello stato. Nelle istituzioni, nel sistema giudiziario e nell'ambito dei servizi pubblici la partecipazione di non-moldavi è tendenzialmente scarsa.

Tuttavia, è chiaro che la lingua non è il solo motivo per la mancata integrazione. È presente una certa inclinazione “etnocratica” da parte delle élite governative, che le porta ad assegnare incarichi governativi preferibilmente a moldavi, la quale si unisce anche a una generica diffidenza nei confronti delle minoranze “pro-russe”. Vero è che il governo ha elaborato una prima versione di una Strategia per l'Integrazione delle Minoranze Nazionali (che tra l'altro si fa carico del miglioramento delle competenze delle minoranze nella lingua rumena nonché dell'introduzione di agevolazioni per la loro partecipazione alla vita pubblica) ma la sua adozione e il modo in cui sarà resa effettiva sono ancora incerti.

A complicare il quadro si è aggiunta recentemente la situazione ucraina. L'annessione da parte russa della Crimea e i conflitti separatisti del Donbass hanno alimentato le preoccupazioni che simili processi possano scoppiare anche sul territorio moldavo, soprattutto nelle aree dove si concentrano le minoranze pro-russe. Va notato che gli stessi leader delle minoranze hanno fatto uso di una certa retorica di stampo separatista (e tendenzialmente “euroscettica”).

Per esempio, nel 2014 è stato organizzato illegalmente un referendum nella regione autonoma della Gagauzia, in cui la maggior parte dei votanti ha avvallato la proposta per cui la regione sarebbe automaticamente diventata una nazione indipendente, nel caso la Moldavia avesse perso la propria sovranità territoriale. Si alludeva principalmente alla possibilità di un'unione fra la Moldavia e la Romania ma anche una maggiore integrazione nell'Unione Europea potrebbe essere considerata dalle élite gagauze come pretesto per la separazione.

Tuttavia, non è azzardato dire che l'obiettivo dei promotori del referendum non era in realtà alcuna azione separatista in senso proprio, bensì quello di mobilitare il loro elettorato locale, ricevere un riconoscimento da parte della Russia per il proprio “attivismo anti-europeo” e ottenere concessioni dall'autorità centrale e dalle autorità europee interessate a mantenere la stabilità nella zona.

A conti fatti nessuno in Moldavia vuole uno scenario simile a quello ucraino ma è indubbio che il vicino conflitto abbia peggiorato le relazioni fra il governo e le minoranze.

Per affrontare tale situazione, è certamente necessario raggiungere un maggiore grado di decentralizzazione politica in Moldavia, cosa che in generale faciliterebbe il processo di transizione democratica. Basterebbe dotare le regioni di una maggiore autonomia finanziaria e concedere il diritto di decisione sulle questioni che incidono di più sulle comunità locali. Cambiamenti simili andrebbero a beneficio anche delle minoranze, che si trovano concentrate al di fuori della capitale. Inoltre, nel caso ci fossero dei cambiamenti o dei tentativi di re-inglobamento della Transnistria nel territorio moldavo, è evidente che una ridefinizione delle autonomie regionali si renderebbe imprescindibile. Alcune riforme di questo tipo sono state intraprese, ma loro messa in pratica procede con difficoltà e incontra spesso la riluttanza del potere centrale.

Ciò detto, l'alta diversità etnico-linguistica interna alla Moldavia rappresenta una potenziale ricchezza per il paese. Ucraini, russi, gagauzi (che sono dei cristiani ortodossi di lingua turca) e bulgari possono diventare un “ponte” fra i loro stati d'origine etnica e la repubblica est-europea. Tuttavia, affinché ciò si verifichi devono esserci alcune condizioni di partenza: innanzitutto che le classi dirigenti moldave riconoscano pienamente il diritto di cittadinanza alle minoranze presenti sul territorio; di contro, queste ultime dovrebbero in qualche modo considerare la Moldavia come una “patria” e pertanto partecipare attivamente a un processo di completa integrazione. È in buona sostanza ciò che significa formare e rafforzare una “nazione civica”: qualsiasi sforzo in tale direzione risulterà cruciale per la situazione delle minoranze.


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