Marlin Dedaj (Il ministro degli Esteri olandese commemora i defunti, Srebrenica 2015)

Una tesi sulle sentenze emesse dai tribunali olandesi in merito al genocidio di Srebrenica. Riceviamo e volentieri pubblichiamo

19/04/2017 -  Paolo Falciani

La responsabilità per il crimine di genocidio, oltre che di tipo penale-individuale, può avere anche natura civile ed essere attribuita direttamente ad entità statali, i cui rappresentanti (individui-organo) abbiano commesso atti genocidari per conto dello Stato di appartenenza. Tale tema rimanda l’attenzione a due storiche sentenze promanate da tribunali olandesi, i cui giudici - emblema dell’indipendenza ed imparzialità della magistratura - hanno condannato il proprio Stato al risarcimento dei parenti di alcune vittime del genocidio di Srebrenica.

Nei casi Mustafić e Nuhanović (6 settembre 2013), la Corte Suprema olandese ha definitivamente condannato i Paesi Bassi per la morte di tre uomini nel corso del genocidio di Srebrenica1.Secondo la Corte, Rizo Mustafić (elettricista presso il compound olandese a Potočari) così come Ibro e Muhamed Nuhanović (padre e fratello di Hasan, interprete dei peacekeepers) morirono perché vennero allontanati dal compound del Dutchbat (il battaglione olandese dell’UNPROFOR responsabile della safe area), al quale avevano chiesto rifugio. I peacekeepers, non commisero atti di genocidio diretti, però, non assicurando la protezione ai tre musulmani – e a molti altri che non hanno partecipato ai due processi - di fatto li avevano consegnati ai loro aguzzini. La responsabilità dei Paesi Bassi, pertanto, dipende dalla violazione dell’obbligo di prevenzione, sancito all’art. 1 della Convenzione per la Prevenzione e la Repressione del Crimine di Genocidio e assunto in collaborazione con le Nazioni Unite.

Una terza sentenza risale all’1 luglio 2014: nel caso Mothers of Srebrenica v. State of the Netherlands , la Corte Distrettuale dell’Aia ha condannato l’Olanda al risarcimento dei parenti di alcune vittime del genocidio. A parere del giudice di primo grado, sebbene il comando delle operazioni spettasse alle NU, le condotte sulle quali i Paesi Bassi esercitavano un effettivo controllo devono essere attribuite allo Stato olandese. Quel 13 luglio del 1995 gli uomini del Generale Karremans non aprirono il proprio compound ai disperati in fuga e per di più consegnarono circa 300 uomini bosgnacchi al nemico, anziché garantirgli la salvezza.

Inizialmente, la richiesta di condanna era rivolta contestualmente contro Paesi Bassi ed ONU2, in quanto il battaglione di stanza a Potočari operava sotto l’egida dell’organizzazione internazionale. I giudici olandesi, fino all’ultima istanza (2012), declinarono la propria giurisdizione riguardo alle NU, in ragione dell’assoluta immunità dalla giurisdizione nazionale da essa vantata3.

L’ONG “Madri di Srebrenica” decise, così, di adire la Corte Europea dei Diritti Umani denunciando la violazione degli artt. 6 (sul diritto all’esercizio di un giusto processo) e 13 (sulla tutela del “diritto ad un ricorso effettivo davanti a un’istanza nazionale”) della CEDU da parte dei Paesi Bassi. Il caso, definito Stichting Mothers of Srebrenica and Others v. State of the Netherlands, si è concluso il 27 giugno 2013 con un rigetto per manifesta infondatezza. La Corte EDU, da una parte, ha supportato la prassi affermata dell’immunità garantita alle organizzazioni internazionali, considerata essenziale per il loro funzionamento; dall’altra, ha dichiarato la possibilità di ridimensionare il diritto fondamentale ex art. 6 della CEDU, mettendo in evidenza che il diritto internazionale non prevede che una causa, in quanto civile, debba “ignorare l'immunità per il sol fatto che si basa su una denuncia di una violazione particolarmente grave” del diritto internazionale, anche se si tratti di una norma di ius cogens.

La sentenza ha suscitato molta delusione in dottrina, soprattutto per la considerazione dell’immunità delle organizzazioni internazionali al di sopra dello ius cogens, tanto da delegittimare il diritto umano di accedere ad un tribunale per ottenere una giusta valutazione delle proprie istanze. L’esito del ricorso rende ancor più insoddisfatti se si considera che proviene dalla Corte EDU, che è forse il tribunale più imparziale e garantista del panorama giudiziario sovranazionale.

Tornando al discorso iniziale, è significativo evidenziare il criterio di giudizio esercitato dalle corti nazionali olandesi, chiaramente più “coraggiose” della CIG, sebbene quest’ultima abbia avuto l’occasione di esprimersi sul coinvolgimento dello Stato serbo nella tragedia di Srebrenica (oggettivamente più incisivo di quello olandese). Il timore, ancora una volta, è che le relazioni politiche internazionali abbiano giocato un ruolo essenziale in alcune scelte dei giudici.

 

1  I provvedimenti hanno confermato quanto già affermato dalla Corte di appello dell’Aia nel 2011, che a sua volta aveva rovesciato la sentenza di primo grado.

2  Nel ricorso presentato presso le corti nazionali, i parenti delle vittime sostenevano la colpevolezza dei Paesi Bassi, con la connivenza delle Nazioni Unite, per la morte dei propri cari, poiché non costituirono un battaglione adeguatamente numeroso ed equipaggiato ad assicurare la pace all’enclave. La responsabilità congiunta di Amsterdam e dell’ONU sarebbe giuridicamente fondata sul Draft articles on State Responsibility e sul Draft articles on the Responsibility of International Organizations (DARIO), il quale sancisce la regola dell’attribuzione multipla, che consentirebbe di punire entrambi, lo Stato e l’organizzazione internazionale coinvolte nell’operazione. Inoltre, secondo i ricorrenti, essendo la domanda inerente ad atti di genocidio, avrebbe per sua natura un valore più elevato di qualsiasi immunità (Stichting Mothers of Srebrenica and Others v. State of the Netherlands , ECtHR, 27.06.2013, par. 54-56.

3  Questa specifica immunità è prescritta all’art. 105 della Carta delle NU ed all’art. 2, sez. 2 della Convenzione su privilegi e le immunità dell’ONU.


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