Il presidente della Serbia Aleksandar Vučić (Shutterstock)

Il presidente della Serbia Aleksandar Vučić (Shutterstock)

Negli ultimi vent'anni troppo poco si è investito in giustizia transizionale, una delle chiavi per uscire dalle narrative nazionaliste. Un cambio di passo non può prescindere dall'appoggio convinto dell'Unione europea. Una tesi di laurea. Riceviamo e volentieri pubblichiamo

21/05/2019 -  Ilaria Cagnacci

A più di vent’anni dalla fine dei conflitti nella ex-Jugoslavia assistiamo oggi a quella che si può definire una “guerra tra verità”. Ogni paese difende la sua versione storica sui fatti accaduti durante gli anni ‘90 in forte contraddizione - se non in opposizione - a quella dei vicini, innescando così una dinamica fortemente divisiva sia a livello di narrazione che sociale. Tali supposte verità, infatti, vengono strumentalizzate ed amplificate da parte dei leader politici della regione per alimentare i sentimenti nazionalisti, alla base del loro consenso, che infiammano le tensioni tra le comunità e che rischiano di sfociare in nuovi conflitti.

La costruzione di una verità accettata e condivisa da parte di tutte le parti precedentemente in conflitto risulta ad oggi uno dei presupposti fondamentali per la riconciliazione nella regione. Nonostante ciò, questo aspetto non è stato preso in considerazione da parte degli attori promotori della giustizia transizionale.

La strategia della comunità internazionale infatti, con riferimento particolare all’Unione europea, si è unicamente focalizzata sulla cooperazione con l’ICTY, trascurando così il più ampio processo di giustizia transizionale e adottando un modello di politiche top-down di stampo puramente legalistico.

Prendendo in esame quella che è stata la strategia adottata emergono chiaramente quali siano state le lacune più gravi: un mancato approccio regionale a lungo termine, la mancata implementazione di meccanismi alternativi e complementari a quelli giudiziari ed il mancato coinvolgimento della società civile nel processo di giustizia transizionale.

A fronte di tali lacune negli ultimi decenni è emersa l’iniziativa REKOM portata avanti da una coalizione di più di centonovanta Ong provenienti da tutta la regione che propone la realizzazione di una commissione per la verità a carattere regionale. Tale risposta di giustizia proveniente ‘dal basso’ dimostra come ogni processo di giustizia transizionale non debba più considerare la società civile come unico target di politiche imposte dall’alto bensì come attore in grado di dare risposte efficaci ad esigenze strettamente contestuali e difficilmente individuabili dall’esterno.

Data la persistente mancanza di volontà da parte degli stati di affrontare il proprio passato, come dimostratosi anche in occasione dell’ultimo summit di Londra 2018 con il fallimento della sottoscrizione ufficiale della dichiarazione su REKOM da parte degli stati interessati, la strategia della condizionalità europea risulterà decisiva per la realizzazione di tale commissione.

L’appoggio a tale iniziativa da parte dell’Unione europea significherebbe un ripensamento della propria politica sui crimini di guerra che parta da un’ammissione dei limiti della concezione legalistica occidentale di giustizia e che permetta l’apertura a nuove soluzioni e regole non necessariamente di natura giuridica. Nonostante l’Unione Europea basi gran parte della propria politica estera di influenza sull’esportazione della democrazia e dello Stato di diritto, ancora oggi non ha sviluppato linee-guida chiare ed efficaci per quanto riguarda la propria strategia di giustizia transizionale. Quest’ultimo aspetto si rende particolarmente urgente e necessario soprattutto in vista dell’adesione di nuovi membri all’Unione europea i quali dimostrano di non aver compiuto una vera “rottura con il proprio passato” così come nel caso serbo preso in esame in questa tesi.


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