Dopoguerra e processo di democratizzazione, il caso della Bosnia Erzegovina. Una tesi di dottorato. Riceviamo e pubblichiamo

12/02/2015 -  Matilde Fruncillo

La Bosnia Erzegovina era la Repubblica della Jugoslavia con la maggiore varietà etnica dove alla difficoltà connessa alla gestione di questa varietà da un punto di vista istituzionale amministrativo si sono aggiunte le conseguenze di una guerra ferocissima che ha disintegrato il tessuto sociale della popolazione.

La conclusione degli Accordi di Pace di Dayton ha segnato contemporaneamente la fine della guerra in BiH e il fallimento dell’Europa nella gestione della crisi jugoslava. Dopo che per quasi quattro anni i governi europei non sono riusciti a coordinarsi per interrompere gli eccidi, gli Stati Uniti hanno imposto il cessate il fuoco e hanno, poi, influenzato il processo di stesura degli Accordi di Pace, così come le decisioni politiche successive che non hanno tenuto conto dei tempi necessari alla democrazia per consolidarsi.

All’indomani della fine delle ostilità la situazione sociale e politica della Bosnia Erzegovina era molto complicata. I cittadini, totalmente disorientati a causa di una guerra che era stata seguita da accordi di pace che cristallizzavano la divisione su base etnica, si sono trovati in una forma di governo liberal-democratica per loro nuova. In tale sistema democratico - liberale è fondamentale il ruolo dell’elettorato, che deve esercitare una pressione sulle istituzioni tramite metodi democratici. In Bosnia Erzegovina questo non è avvenuto, com’è dimostrato dal fatto che a distanza di più di quindici anni dagli Accordi di pace le istituzioni ancora non rispondono ai bisogni del pubblico in modo efficace.

Nella complessa realtà dell’ex Jugoslavia la mancanza di attenzione al singolo ed ai suoi bisogni ha rallentato lo sviluppo di una mentalità di attivismo civico democratico, poiché il bene collettivo e la fratellanza jugoslava erano le priorità alle quali l’interesse del singolo doveva essere sacrificato. In tal modo, la diversità era stata soppressa in nome di un interesse generale superiore, ma a scapito di tutti coloro che volevano emergere come individui. La Jugoslavia garantiva diritti alle nazioni ed alle minoranze in quanto collettività ed all’astratta classe operaia nella forma allargata di “popolo lavoratore”, trascurando del tutto i diritti politici dell’individuo. Il singolo partecipava al sistema politico sempre come membro di una collettività, nazione o classe sociale. I diritti umani erano protetti a livello sociale, in modo relativamente soddisfacente, dal momento che erano garantite l’istruzione, l’assicurazione sanitaria, il lavoro ecc. D’altra parte il ruolo politico dell’individuo si limitava a quello di intermediario o esecutore di decisioni dei vertici della gerarchia. La mancanza di una consapevolezza e coscienza civica hanno influenzato le vicende storico politiche degli ultimi anni della Jugoslavia e le scelte elettorali dei cittadini della nascente Bosnia Erzegovina.

Gli accordi di Dayton non hanno risolto il nodo etnico-nazionale che aveva reso impossibile la soluzione pacifica del caso Bosnia al tempo della dissoluzione dell’ex Jugoslavia e, ancora una volta, l’individuo ed i suoi diritti non sono posti al centro dei rapporti socio-istituzionali, ma prevalgono i diritti collettivi, dei tre gruppi costituenti bosgnacco, serbo e croato. Tutti coloro che non vogliono o possono scegliere sotto quale dei tre collocarsi sono automaticamente esclusi e discriminati.


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