Società civile

Protocollo d'intesa tra Peace Games - UISP ed Osservatorio sui Balcani

29/11/2001 -  Anonymous User

L'Osservatorio sui Balcani si propone come centro di ricerca e riflessione che possa favorire l'azione sul campo nel sud est Europa. Per questo sono di fondamentale importanza le collaborazioni con i soggetti che operano sul campo.

La città di Nis ed i disabili

28/11/2001 -  Anonymous User

Promossi nel sud della Serbia alcuni progetti per iniziare a parlare di disabili.

Riesumazioni e ritorni

27/11/2001 -  Davide Sighele

Ritornano le minoranze e cominciano a vivere nuovamente luoghi che per anni erano rimasti abbandonati. E così riemergono i corpi ed i crimini della pulizia etnica. Il difficile ritorno alla normalità in Bosnia Erzegovina.

Bosnia Erzegovina: media in transizione

14/11/2001 -  Anonymous User

"La Bosnia Erzegovina è un paese ancora in transizione": questa è una frase usata spesso per aprire molti ragionamenti sulla situazione odierna del paese. Parlando della situazione dei mass media bosniaci forse la frase è ancor più vera e la transizione è più visibile che in altri settori della vita civile.
Ma per arrivare a descrivere la situazione attuale dobbiamo fare alcuni passi indietro e capire com'era la situazione prima della guerra.

Il sistema radio-televisivo prima e durante la guerra

In questo paese "sui Balcani montuosi" (con le parole della poetessa Desanka Maksimovic) prima della guerra tutto era ben diverso. C'era ancora il socialismo, o almeno i suoi ultimi respiri. La proprietà dei media non era statale, ma come si diceva allora "collettiva". Si trattava del famoso sistema dell'autogestione, che consisteva nella gestione delle imprese da parte degli stessi operai. O almeno così era sulla carta, e si diceva che la cosa funzionava. Come funzionasse, era un po' difficile da capire... Comunque sia, già all'inizio degli anni novanta, con i primi cambiamenti democratici nella Federazionejugoslava, nascono alcuni media privati: si tratta soprattutto di radio e televisioni locali. La prima televisione privata, ufficialmente registrata nella Jugoslavia di allora, è una piccola emittente locale di Mostar, "TV AS". Stiamo parlando del dicembre del 1990, periodo in cui inizia la prima timida apparizione di media indipendenti. Si parla anche della privatizzazione dei canali ufficiali, ma tutto resta nel vago. Arriva infatti la guerra, e tutto si blocca.
Con l'inizio della guerra le trasmissioni dei media indipendenti vengono sospese, perché la legge marziale lo imponeva. Continuano a funzionare i canali ufficiali, che nel frattempo non sono più di proprietà "collettiva", ma si triplicano perché ogni gruppo nazionale dà vita ad un proprio stato. La televisione BiH, essendo situata a Sarajevo, passa sotto controllo della Repubblica Indipendente di Bosnia Erzegovina, mentre le componenti serba e croata fondano entrambe propri media elettronici: rispettivamente RTV Republika Srpska e Radio Herzeg-Bosna.

La carta stampata

Per illustrare la "transizione" del sistema dei periodici e dei quotidiani, possiamo prendere ad esempio il famoso caso di Oslobodjenje. Allora, cioè al tempo dell'autogestione, esistevano le cosiddette SOUR - organizzazioni unite del lavoro - cioè conglomerati di più imprese sotto una stessa proprietà. Ad esempio il gruppo Oslobodjenje, a parte il famoso quotidiano, aveva al suo interno varie riviste, tra cui una sportiva, una per donne, due magazine sportivi, uno politico - Svijet, e inoltre giornalini per ragazzi, una tipografia - OKO, un'agenzia per la distribuzione - Opressa, etc... Iniziata la guerra il grande palazzo dell'impresa Oslobodjenje viene distrutto e diventa subito un simbolo della guerra per la verità bosniaca. Le redazioni del gruppo si disperdono nella città, e piano piano rimangono solo il quotidiano Oslobodjenje e la tipografia OKO. Ma si tratta ormai di due organizzazioni praticamente distinte e, al termine della guerra, si comincia a parlare della loro privatizzazione. Inizialmente è lo stesso direttore del gruppo Oslobodjenje, Salko Hasanefendic, a voler comprarsi il giornale e cambiargli linea politica, ormai nota per la sua indipendenza. Ma il personale inizia uno sciopero e la privatizzazione viene sospesa. Nel frattempo la tipografia OKO annega ormai nei debiti e ha come soluzioni solo la bancarotta o la vendita. Tra i maggiori debitori di OKO c'è proprio il quotidiano Oslobodjenje, che, a causa dei suoi problemi economici, da tempo non riesce a pagare la tipografia. OKO viene messa perciò in vendita e la compra il giornale oggi più letto in Bosnia, Dnevni Avaz, o meglio il suo proprietario, Fahrudin Radonjcic. Si dice che all'inizio della sua attività, cioè cinque anni fa, Radonjcic fondò il giornale con il grande supporto del partito SDA, ma che oggi avrebbe cambiato gioco e si sarebbe messo dalla parte del nuovo governo di sinistra. Si tratta in ogni caso di un imprenditore che la sa lunga e l'acquisto da parte sua della tipografia OKO ha suscitato molto scalpore nell'intero paese. Lo stesso Alto Rappresentante per la BiH, Wolfgang Petrisch, ha dichiarato che l'acquisto poteva comportare un monopolio di fatto assoluto nel settore della stampa per Radonjcic.

Non meno interessante è la storia di un altro organo di stampa, il Vecernje novine, prima della guerra il quotidiano più letto in Bosnia. Il giornale sopravvive alla guerra finanziandosi con fondi della Regione di Sarajevo, cioè dell'attuale Cantone. Poi arriva la privatizzazione. A comprare Vecernje novine è un imprenditore bosniaco - Irfan Ljevakovic - disposto a saldare i debiti che il giornale aveva accumulato verso la tipografia OKO e verso altri. Con il nuovo proprietario, il giornale cambia nome in "Jutarnje novine", pur rimanendo erede del Vecernje novine. Si ricomincia da zero e pare che il giornale riesca a riprendersi, ma una sgradevole scoperta attende il nuovo proprietario. In passato, il Vecernje novine aveva organizzato una specie di lotteria, attraverso la vendita di biglietti gratta e vinci. La tipografia slovena che aveva stampato i biglietti si era sbagliata, lasciandone in circolazione un certo numero il cui valore risultava scoperto. Successo quello che è successo, oggi i lettori del giornale stanno ancora aspettando che il giornale paghi i premi vinti. E si tratta di una somma per nulla irrisoria: più di un milione di marchi tedeschi. Appena colta la situazione, Ljevakovic cambia idea e decide di ritirarsi con il capitale investito, ma troppo tardi per uscirne indenne. Il caso infatti finisce in tribunale.
Rispetto ad altri quotidiani della Bosnia Erzegovina vale la pena menzionare il Nezavisne Novine di Banja Luka, comprata dal suo caporedattore, Zeljko Kopanja.

Televisione di stato e il sistema radio-televisivo indipendente

Il 27 ottobre scorso la televisione di stato TVBiH si è spenta e ha lasciato il posto alla nuova rete federale FTV. Si tratta di due canali visibili sul territorio della Federazione bosniaco-croata, nei quali lavorano giornalisti appartenenti a tutte e tre le nazionalità, ma con caporedattori soprattutto croati (cattolici) e bosniaci (musulmani). La nuova rete federale eredita dalla defunta TVBiH anche la sede, situata in un palazzo nel centro di Sarajevo.
La realizzazione di una Tv federale è seguita ad una legge approvata dal Parlamento federale a metà dello scorso ottobre, anche se la stessa legge fu imposta tre anni fa dall'Alto Rappresentante per la Bosnia Erzegovina, Wolfgang Petrisch. Rimane ancora da chiarire se la TVF sarà un ente statale o pubblico, sebbene il Parlamento si sia dichiarato disponibile a sostenere finanziariamente TVF senza intromettersi molto nella politica organizzativa della televisione.
Nella Republika Srpska esiste invece la RTRS (Radio Televisione della Republika Srpska) a diffusione territoriale equivalente a quella della FTV in Federazione.

In Bosnia Erzegovina esistono anche centinaia tra televisioni e stazioni radio locali (quasi tutte private) nate durante la guerra, che emettevano senza alcuna autorizzazione solo con la scusante "è la guerra". Ad esempio, una città come Mostar, che conta solo 100.000 abitanti, possiede 9 stazioni radio e nel resto del paese la situazione non è molto diversa.

Oggi il loro destino promette male. Nei prossimi mesi IRC (Commissione internazionale per i mass media) dovrà rimettere in sesto una situazione alquanto complicata. Questa commissione ha già cominciato l'esame di tutte le domande di autorizzazione permanente presentate dalle radio e dalle tv private, ma dovendo rispettare le regole che prescrivono la concessione di un limitato numero di radio-frequenze, è prevedibile che molti media elettronici chiudano i battenti.

L'altro aspetto che incide sulla sopravvivenza di radio e tv private è quello economico. Solo un esiguo numero delle attuali 400 stazioni radio sono finanziate dai comuni di appartenenza. Negli ultimi anni un grande numero di esse, "in nome della democrazia", venivano sponsorizzate da molteplici organizzazioni umanitarie come Soros, Usaid, ecc. Oggi questi finanziamenti sono finiti, e con l'attuale economia disastrosa e l'impossibilità di sostenersi con la pubblicità, molte radio si troveranno comunque di fronte alla chiusura.

Essere giornalista in Bosnia Erzegovina

Una delle regole che in Bosnia Erzegovina si dovrà cominciare a rispettare è il riconoscimento del personale professionalmente preparato. Negli ultimi dieci anni qualsiasi persona, in nome della democrazia oppure della lotta per il proprio popolo, poteva diventare giornalista. La guerra ha letteralmente capovolto le condizioni e le regole del giornalismo. Un po' per necessità, legata alla partenza all'estero dei giornalisti con esperienza, in poco tempo sono nati nuovi giornalisti. Molti di loro assolutamente inesperti, ma con l'intento di evitare l'arruolamento e di combattere il nemico a modo proprio. Non è difficile capire che l'esistenza di "diversi stati nello stato" ha creato un sistema giornalistico particolare, dove la regola principale era parlare sempre contro il popolo nemico. Molte radio e televisioni sono nate proprio basandosi sull'odio nazionale e per sottolineare le differenze, ed è per contrastare questo tipo di mass media che, con la fine della guerra, sono nate numerose cosiddette radio dipendenti, sponsorizzate dagli organismi internazionali. Ma anche sul piano del personale, la fase della transizione dovrà finire. Da un lato IRC con le sue regole e dall'altro lato il processo di privatizzazione, hanno esigenze precise. I contratti imposti richiedono che i nuovi proprietari mantengano un determinato numero di dipendenti, ma con l'arrivo della nuova gestione molti temono di perdere comunque il posto di lavoro.

Prima della guerra in Bosnia Erzegovina esisteva un'unica associazione dei giornalisti. Oggi ve ne sono di diverse. In federazione ora sussistono due associazioni dei giornalisti bosniaci, una di giornalisti croati e una, appena nata a fine ottobre scorso con il nome "Apel", che dovrebbe vedere radunati giornalisti sia bosniaci che croati. In Republika Srpska esiste a sua volta un'ulteriore organizzazione di categoria. Per ora, sembra che per i giornalisti della Bosnia Erzegovina non esistano interessi comuni, anche se un segno di incoraggiamento viene dalla recente unione di due agenzie stampa: la BiH Press (bosniaca) e la HABENA (croata), ora unite nell'agenzia federale FENA. Rispetto ai problemi e alle condizioni di lavoro del mondo della stampa, si è discusso anche durante la seduta della prima università per le comunicazioni del Sud-est europeo, svoltasi a Sarajevo dal 19 al 21 ottobre scorso. Da qui risulta che la rete di distribuzione e la diffusione della stampa, come anche le tasse altissime, sono solo una parte delle complesse problematiche con le quali si confronta la stampa della Bosnia Erzegovina.

I media sotto regime: RTV Pancevo

14/11/2001 -  Anonymous User

Intervista con la direttrice e caporedattrice della Radio Televisione di Pancevo, Ofelija Backovic. Testo in inglese.

Festival e concerti: vita culturale in fermento a Sarajevo

09/11/2001 -  Anonymous User

Teatro sperimentale, esposizioni dei giovani artisti europei, musica Jazz: sono molte le iniziative culturali in una Sarajevo sempre più attiva.

ONG in Macedonia: un commento alla nostra ricerca

24/10/2001 -  Claudio Bazzocchi

A fine agosto l'Osservatorio sui Balcani ha pubblicato un'indagine sulle ONG italiane operanti in Macedonia. Ora presentiamo un commento scritto da Claudio Bazzocchi, che affronta e rende visibili i nodi critici emersi dalla ricerca.

Perugia - Assisi: la presenza dell'Osservatorio sui Balcani

09/10/2001 -  Anonymous User

Anche l'Osservatorio sui Balcani sarà presente alla Marcia della Pace Perugia - Assisi per "Cibo, acqua e lavoro per tutti" di domenica 14 ottobre prossimo.

Kosovo: le elezioni dell''indipendenza'

08/10/2001 -  Anonymous User

E' iniziata la campagna elettorale per le elezioni generali in Kossovo , che dovrebbero tenersi il 17 novembre, senza che vi siano sostanziali divergenze tra i principali contendenti. Tutti vogliono che la loro provincia diventi uno Stato sovrano. Gli elettori dovranno solo decidere chi sarà a guidare i kossovari su questa strada.
A differenza del clima di violenza che ha caratterizzato le elezioni locali dello scorso anno, i partiti politici, in particolar modo i più militanti, hanno favorito un'apparenza più liberale e progressista, rendendosi conto di avere maggiori probabilità di raggiungere il potere dimostrandosi convinti sostenitori dei valori della democrazia.
Nonostante sia quasi scontata la vittoria dell'Alleanza Democratica di Ibrahim Rugova, LDK, sembra probabile che quest'ultimo sarà costretto a governare in coalizione.L'uomo che durante gli anni '90 e la lotta di resistenza passiva a Milosevic godeva praticamente del supporto della totalità della popolazione albanese, ora è appoggiato solo dalla metà di questi ultimi.
Ma i suoi principali rivali, Hashim Thaqi e Ramush Haradinaj, ritengono il suo tempo sia passato e il suo approccio ritenuto debole e troppo aperto al compromesso rischi di bloccare, se non impedire, l'indipendenza del Kossovo.
Molti consensi da Rugova sono passati ai due partiti nati dall'UCK, l'esercito di liberazione del Kossovo: il Partito Democratico del Kossovo di Thaqi, PDK, e l'Alleanza per il futuro del Kossovo di Haradinaj, AAK. I sondaggi prevedono che questi due partiti si attestino rispettivamente sul 30% ed il 10% dei consensi. I loro sostenitori sperano in una continua ed inesorabile erosione della popolarità ed influenza di Ibrahim Rugova.
L'LDK invece sosterrà con tutta probabilità durante questa campagna elettorale che è merito di Ibrahim Rugova, e della sua lunga opposizione al regime, se la questione kossovara è assurta a fondamentale nell'arena internazionale. Il suo carisma e la sua esperienza, ritengono i suoi sostenitori, garantiscono basi maggiori per la richiesta dell'indipendenza, che non le dichiarazioni di Thaci e Haradinaj, da loro visti come violenti, nervosi e soprattutto privi della necessaria esperienza politica.
Ma Thaqi e Haradinaj, entrambi famosi ex-comandanti dell'UCK, si stanno preoccupando di raffinare la loro immagine proponendosi come alternativa politica di valore piuttosto che opzione "militante" per l'elettorato.
Oltre a criticare Rugova per la sua tendenza al compromesso, il PDK ha sottolineato più volte come egli abbia fallito nel creare una piattaforma comune dei kossovaro-albanesi per l'autogoverno del Kossovo in seguito alla fine del conflitto nel 1999.
In questo processo di "make-up" l'AKK sta tentando invece di riformare la sua immagine di coalizione di sinistra composta da radicali e militanti. Per protesta molti sostenitori della linea dura hanno lasciato il partito.
La coalizione ha cercato di avvicinare i partiti liberali ed è riuscita addirittura a reclutare tra le proprie file Mahmut Bakali, ex-leader comunista, fuori dallo scenario politico negli ultimi due decenni ma stimato intellettuale il cui arrivo porterà all'AKK un significativo numero di voti.
Sia Bakali che Haradinaj sostengono che in questo specifico momento storico per il Kossovo, così vicino all'indipendenza, si dovrebbe proporre la formazione di una coalizione governativa che comprenda tutti i partiti sulla scena politica e non tanto permettere che le scelte in merito al futuro della provincia possano essere prese da un unico partito o dalla coalizione da esso guidata.
Ed è proprio la questione dell'indipendenza che sta causando molti dubbi sulla partecipazione dei circa 170.000 serbi-kossovari. Nonostante più della metà di questi ultimi si sia registrata per votare non è chiaro quanti effettivamente si recheranno al seggio. Visto che, per ragioni demografiche, il parlamento della provincia sarà dominato da kossovari-albanesi che spingeranno per ottenere un loro Stato sovrano, i leader della comunità serba ritengono ci sia il rischio di legittimare il processo di indipendenza recandosi alle urne il 17 novembre prossimo.
La comunità internazionale sta tentando di convincere i serbi a partecipare al voto argomentando che questo garantirà loro un'influenza sulle decisioni in merito all'indipendenza della Provincia. Dieci posti del parlamento kossovaro sono riservati alla comunità serba. Se prendessero parte alle elezioni potrebbero riuscire ad ottenere fino a 27 deputati.
Sembra che queste elezioni si terranno in condizioni molto migliori rispetto a quelle locali dello scorso ottobre, oscurate dalla violenza. Mentre i partiti albanesi tentano di migliorare la loro immagine si ha la percezione che la spigolosa rivalità tra moderati e militanti si sia attenuata. Sono diminuite le intimidazioni, le minacce ed i pestaggi.
I leader kossovari sembrano aver capito che devono essere pazienti ed adattarsi inizialmente ai poteri limitati che i vincitori acquisiranno con queste elezioni. Hanno compreso che il Paese continuerà ad essere governato dall'Alto Rappresentante delle Nazioni Unite e che, nel breve periodo, i poteri della nuova assemblea saranno limitati.
Detto questo, vi è anche la convinzione che chi sarà eletto giocherà un importante ruolo nelle negoziazioni sul futuro status del Kossovo e come conseguenza che la provincia ha bisogno di un'amministrazione efficiente ed una squadra politica forte in grado di condurre quelle stesse negoziazioni.


di Shkelzen Maliqi
IWPR (traduzione a cura dell'Osservatorio sui Balcani);

Gorizia oltre il confine

08/10/2001 -  Davide Sighele

Gorizia, una città sul confine che finalmente si ferma per riflettere di migranti, immigrati e dello sconfinare.

RFY: 5 ottobre, un anno dopo

05/10/2001 -  Luka Zanoni

La Serbia ad un anno dalla caduta del regime di Slobodan Milošević. La situazione economica, la politica del nuovo corso e lo shock della transizione. Nostra analisi

FRY: cala la popolarità di Kostunica, sale la paura del potere

04/10/2001 -  Anonymous User

Se oggi stesso tutti i partiti della Serbia andassero alle elezioni vincerebbe la DOS e Vojislav Kostunica sarebbe ancora il presidente, ma vincerebbe drasticamente meno rispetto al 24 settembre 2000, e i cittadini serbi voterebbero in questo momento con una grande paura del potere. Questi, in breve, sono i risultati della ricerca condotta dall'agenzia di Novi Sad "Scan"che sono stati presentati mercoledì, dalla sua direttrice Milka Puzigaca, all'Istituto per la filosofia e la teoria sociale. La ricerca comparativa sui cambiamenti dell'opinione pubblica nelle città di Nis e novi Sad è stata condotta nel periodo compreso tra agosto 2000 e la metà di settembre di quest'anno. Su un campione di 1.200 intervistati, l'agenzia "Scan" è giunta ai risultati che possono dare una risposta alla domanda circa il gradimento del nuovo potere un anno dopo i cambiamenti in Serbia, e alla luce delle divisioni all'interno della coalizione di governo.
Come sostiene Puzigaca "se il Partito democratico della Serbia (DSS) uscisse dal potere, la DOS prenderebbe il 39 percento, mentre il Partito Democratico della Serbia il 22 percento di voti. Dopo le elezioni, la popolarità di Kostunica è improvvisamente aumentata, a dicembre era praticamente senza concorrenti, ma in questo momento la sua caduta è piuttosto netta, a dicembre aveva il 58 percento, mentre oggi è caduto al 31 percento". Puzigaca richiama inoltre l'attenzione sul ritorno della paura del potere. "Per questi undici anni non ricordo che in un così breve periodo abbiamo riscontrato un improvviso aumento della paura, e non ci sono state guerre. Questa paura indica che i cittadini iniziano di nuovo a non sentirsi sicuri e i cittadini stessi riconoscono la divisone nella coalizione di governo". Secondo le sue parole, l'agenzia "Scan" ha notato anche l'aumento delle paure sociali, come lo sono le paure dell'inflazione, delle agitazioni sociali, dei licenziamenti dei lavoratori così come un aumento della paura delle privatizzazioni.

I Balcani e l'Europa: integrazione o nuovi muri?

25/09/2001 -  Anonymous User

In preparazione della Marcia della Pace Perugia-Assisi, promosso da Regione Umbria, Comune di Perugia,Coordinamento Nazionale Enti Locali per la Pace, Consorzio Italiano di Solidarietà, Tavola della Pace, mercoledì 10 ottobre si terrà a Perugia anzichè ad Ancona come a suo tempo annunciato, il convegno organizzato dal Consorzio Italiano di Solidarietà in collaborazione con l'Osservatorio sui Balcani: l'appuntamento sarà di rilievo con la partecipazione di parecchi intellettuali, politici, esponenti di movimenti e gruppi della società civile dei Balcani.

Aprire l'Europa, non chiuderla

24/09/2001 -  Anonymous User

I Sindaci di Roma e Sarajevo hanno presentato oggi in Campidoglio un Appello per l'integrazione della regione balcanica nell'Unione Europea.

RFY: 'Le donne possono ancora farcela'

19/09/2001 -  Anonymous User

Il meccanismo della partecipazione delle donne nella politica e nel potere si è mosso lentamente e ancora non mostra dei risultati spettacolari. Però, esso rappresenta un passo avanti rispetto le condizioni che ci sono state nel nostro paese fin adesso- questa è stata la conclusione della conferenza stampa di ieri dal titolo "Zene to i dalje mogu" (Le donne possono ancora farcela), che è stata fatta dal Gruppo di lavoro per i poli del Patto di stabilità per l'Europa sud-orientale.-Le ricerche dell'opinione pubblica hanno dimostrato che i giovani e le donne hanno smosso il corpo elettivo assopito alle elezioni dell'anno scorso, e con ciò hanno contribuito anche ai cambiamenti democratici da noi attesi da tanto tempo. Sebbene abbiamo fatto tanto e abbiamo ricevuto alcune eccellenti funzioni di potere, il punto raggiunto è ancora lontano dalle nostre capacità e dalle nostre mete- ha detto Sonja Lokar, la presidentessa del Gruppo di lavoro per i poli del Patto di stabilità per l'Europa sud-orientale. Lo scopo del prossimo passo di questo gruppo è che le donne in modo pensato ed organizzato incorporino i propri interessi nelle leggi esistenti di modo che possano assicurarsi innanzitutto una miglior posizione economica nella società. Per ottenere ciò è necessaria una collaborazione costante e sincronizzata fra le organizzazioni non governative femminili e le donne che sono in politica, che, benché fosse stato accordato con i 14 membri della DOS, non hanno occupato il 30% di posti nel nostro Parlamento.
- Il Gruppo di lavoro per i poli del patto di stabilità per l'Europa sud-orientale contribuirà come ha fatto finora al miglioramento della collocazione delle donne e alla loro integrazione in tutti i settori sociali ed economici locali, con diversi programmi e campagne che verranno sostenuti anche dal governo italiano- ha detto Tanja Ignjatovic, la coordinatrice delle organizzazioni non governative.

Il sindaco moderato di Mostar espulso dall'HDZ

18/09/2001 -  Anonymous User

Neven Tomic, sindaco di Mostar, è stato escluso dal partito nazionalista HDZ (Unione Democratica Croata). La decisione - "incondizionata espulsione di Neven Tomic dall'HDZ" - è stata presa dalla cosiddetta Corte d'Onore del partito . La giunta della Corte si è riunita il 5 settembre sotto la guida di Miro Cilic.
Tomic ha immediatamente reagito inviando una lettera aperta alla Corte d'onore, dove dice che la procedura con cui si è giunti alla decisione è stata una farsa. Nessun argomento, né fatto, né prova. Tutto svolto in segreto. Il sindaco sottolinea che, come riportato dai media, secondo alcuni deputati la riunione non è stata nemmeno tenuta. Tomic conclude che apparentemente questa sembra una decisione partitica, ma allo stesso tempo qualcuno potrebbe avere organizzato una resa dei conti personale per impedire che proceda la normalizzazione della vita a Mostar.
Ricordiamo che Tomic è sindaco di Mostar, città al centro di delicati intrecci politico-affaristici, e ultimamente ha compiuto parecchie mosse verso l'unificazione della città. Forse questo non è piaciuto all'ala dura dell'HDZ. "Non mi ritiro dalla funzione di sindaco di Mostar" dice ancora Tomic "a decidere su questo devono essere i membri del Consiglio comunale (cioè i deputati di tutte e tre le nazionalità ndr).

Ex-Jugoslavia. Dopo 10 anni una pace ancora da costruire

01/09/2001 -  Anonymous User

27 GIUGNO 1991. PRIMI SCONTRI LUNGOIL CONFINE TRA TRIESTE E GORIZIA TRA LA DIFESA TERRITORIALE SLOVENA E L'ARMATA JUGOSLAVA, SCONTRI CHE PROSEGUIRANNO PER POCO PIÙ DI DUE SETTIMANE PROVOCANDO54 MORTI. È IL PRELUDIO, PIÙ O MENO ARTEFATTO, DELLA DISGREGAZIONE DELLA JUGOSLAVIA, LA SCINTILLA CHE FA DIVAMPARE UN INCENDIO LUNGO DIECI ANNI.
Sei diverse guerre combattute (tra Slovenia e Federazione Jugoslava, tra Croaziae serbi delle Krajine, tra serbi e croato-musulmani e tra croati e musulmani di Bosnia Erzegovina, tra Serbia e albanesi kosovari e infine l'intervento della Nato del 1999),almeno 300.000 morti, 2.700.000 tra profughi e sfollati a causa di una pulizia etnica spaventosa, l'assedio di Sarajevo durato oltre 1.000 giorni: questi i tristi dati "contabili"del bilancio decennale di una guerra che ha sconvolto il cuore dell'Europa. Accolto da molti come una improvvisa escrescenza violenta della crisi del dopo '89, sottovalutatocome una parentesi dai responsabili di governo, utilizzato inizialmente per provare
ad estendere l'area di influenza economica o politica, il conflitto in Jugoslavia hasconvolto il ruolo degli organismi internazionali, ha riportato la guerra generalizzata, la pulizia etnica, i campi di concentramento sul suolo europeo, ha permesso alla NATOdi affermare il proprio ruolo in un'area fino a qualche tempo prima "off limits". A dieci anni dall'inizio delle guerre jugoslave, i Balcani sono ancora sospesi tra emergenza e ricostruzione, conflitti e pacificazione. Una vera pace, ancora non c'è,nonostante la scatola mezza vuota del Patto di Stabilità, che ha esaurito rapidamente
la sua piccola "spinta propulsiva" e anche i tanti soldi (in gran parte, solo promessi).E ancora grandi le incognite, nonostante l'uscita di scena dei "signori della guerra" e delle leadership più nazionaliste. Altrettanto critico il bilancio "politico": inadeguatezza e fallimento dell'Europadi fronte allo scoppio del conflitto, crisi e umiliazione delle Nazioni Unite sacrificate sull'altare della realpolitik occidentale ("L'ONU è morta a Sarajevo", recita il titolo diun libro di G. Riva e Z. Dizdarevic), violazione del diritto internazionale con l'intervento della Nato e diffusa impotenza di fronte alle tante violazioni dei diritti umani. E così,due anni fa, per 78 giorni, bombardieri occidentali da 7-8.000 metri in nome di una falsa "ingerenza umanitaria" hanno ribadito l'idea di un ordine internazionale fondatosulle armi, provocando una guerra mai decisa da nessun organismo democratico,
né dall'ONU, né da nessun parlamento nazionale, ma solamente dal "club esclusivo"delle grandi potenze. I Balcani hanno dunque rappresentato un laboratorio per sperimentare nuovi assetti di potere (economici e militari) nelle relazioni internazionali dopo la vittoria occidentale nella guerra fredda. Il conflitto mette così in luce contraddizioni, nodi politici e culturali non sciolti.Questi sono: il nazionalismo come reazione ai processi di modernizzazione, il difficile rapporto tra i principi della cittadinanza e la pratica della convivenza multietnica(interrogando anche validità, limiti e regole del principio di autodeterminazione), la ridefinizione del ruolo degli stati messo in crisi dalla globalizzazione, le forme e gli strumenti dell'intervento delle Nazioni Unite di fronte alle violazioni dei diritti umani. Edinfine la questione di un'Europa ancora dimezzata dal perdurare di nuove mura, come recentemente denunciato dal sindaco di Sarajevo.

LO SPECCHIO, DI LÀ DEL MARE

Un'Europa che in questi anni ha sostanzialmente rimosso la tragedia che si andavaconsumando di là dell'Adriatico. Una rimozione che non riguardava solo le cancellerie, una rimozione collettiva che non corrispondeva semplicemente al chiudere gli occhidi fronte a quanto stava avvenendo a poche decine di chilometri dal nostro quotidiano, e che affondava le proprie radici nei luoghi comuni e nel vuoto di conoscenza del contestobalcanico, come se lì qualcosa di ineluttabile stesse accadendo, quasi ad alleggerire il peso sulle coscienze. "È sempre andata così ..." In realtà quanto stava avvenendo nel sud est europeo corrispondeva all'avvio diun nuovo tipo di conflitto, un conflitto che pure utilizzando gli arcaici richiami ai fondi genetici dei popoli, rappresentava in realtà le forme post moderne della riorganizzazionedegli assetti geopolitici ed economici del dopo '89. Basti pensare alle strette relazioni fra il nord est italiano e le dinamiche assunte dalla transizione economica nei paesi post comunisti. Se dieci anni fa la città di Timisoaradiede il la, nell'artefatta manipolazione di una rivoluzione decisa nel palazzo come ci hanno spiegato le mirabili pagine di Paolo Rumiz in "Maschere per un massacro", alla cadutadel regime di Ceaucescu, oggi questa stessa città ospita le riunioni degli industriali del miracolo economico italiano. C'è dunque qualcosa di terribilmente moderno nelle vicendeche hanno segnato i Balcani degli anni '90, che ha a che vedere con le dinamiche della globalizzazione e la crisi degli stati nazione, dell'accumulazione finanziaria, del controllodei corridoi strategici fra l'Europa, il Caucaso e l'Oriente, della sperimentazione dei
più sofisticati sistemi d'arma, nell'intreccio fra deregolazione e neoliberismo. E dunque di terribilmente cinico. Ecco perché i Balcani sono lo specchio dell'Europa,dell'Italia, di ciascuno di noi. A pensarci bene si tratta di una rimozione che affonda le proprie radici nella storia, nell'inquietudine di un intreccio di culture e di religioniche proprio lì si sono incontrate e spesso scontrate, nel classico rincorrersi di vincoli ed opportunità. Così la parola balcanizzazione è diventata nell'immaginario collettivo (ma anche nei dizionari) sinonimo di caos e di instabilità. In realtà del nostro vicino di casanon sappiamo nulla, non la storia, non la letteratura, non la lingua. E nel tempo della semplificazione questa complessità era meglio fosse cancellata, rimossa appunto.

MACERIE E UNA PACE CHE NON C'È

La ferita dei Balcani non è guarita, nonostante le iniezioni di aiuti internazionali,un protettorato che riguarda direttamente la Bosnia e il Kosovo e una "protezione" militare che interessa anche la Macedonia e l'Albania. I rischi di guerra in Macedonia enel Sud della Serbia, la crisi degli accordi di Dayton in Bosnia Erzegovina, gli interrogativi sul futuro del Kosovo e il protagonismo sempre maggiore di un aggressivonazionalismo panalbanese, senza dimenticare i nodi irrisolti delle Krajine, del Sangiaccato e della possibile secessione del Montenegro disegnano scenari per i Balcaniche li tengono sospesi tra integrazione e disintegrazione. A questo si aggiunga la grave situazione sociale con la disoccupazione oltre il 50%, stipendi e pensioni che non vengono pagate (o con mesi e mesi di ritardo) e chenon coprono il costo della vita, il venir meno di ogni elementare forma di protezione
sociale; la crisi ambientale, dal Danubio, agli effetti dei bombardamenti Nato, alle conseguenze ereditate da sistemi economici e produttivi insostenibili ed inquinanti; il mancato rientro di almeno 2.000.000 di profughi nelle loro case; la debolezza politico-istituzionaleche ha lasciato mano libera alle forme più perverse della criminalità economico-finanziaria, che ha potuto fiorire proprio dentro la guerra, luogo per eccellenzadella deregolazione estrema, così come nel traffico di armi, nel riciclaggio, nel trafficking, nel mercato della droga o dei rifiuti.

LE RESPONSABILITÀ DELL'EUROPA E LA SCELTA DELL'INTEGRAZIONE

A dieci anni dall'inizio della tragedia dei Balcani, l'Unione Europea continua a nonriflettere sulle cause e sulla natura del conflitto. Si pensa invece ancora a quest'area solo come ad un terreno di incursione, rischiando di perseverare nella mera ricerca di propriearee di influenza nazionale senza sviluppare un approccio d'area complessivo. Oppure si interviene con una logica puramente emergenziale, per poi affidarsi nella ricostruzioneal presunto potere taumaturgico dell'economia di mercato e della sua capacità di auto-regolamentazione. In sostanza l'Europa deve fare un bilancio autocritico del suo comportamento (che è stato concausa delle guerre) verso i Balcani, caratterizzato da latitanza politica, inefficaciadiplomatica, incapacità di prevenzione e, soprattutto, commistione con i nazionalismi jugoslavi. L'Europa deve ancora fare i conti con la sua parte sud orientale, e più in generale con la transizione del "dopo '89", affrontata più con iniezioni di "turbocapi-talismo"e di neoliberismo selvaggio che con politiche di integrazione e di cooperazione. L'Unione Europea deve oggi fare una scelta precisa e coraggiosa: quella dell'integrazione, superando le lentezze, abbattendo le barriere (anche quelle dei visti, delle tariffe,delle protezioni commerciali) che impediscono uno sviluppo economico significativo di queste aree e la circolazione delle persone e dell'incontro delle culture e delle storiedei popoli e dei paesi. Il nazionalismo alligna nella chiusura e nell'isolamento. Obiettivo dell'Europa è rompere questo isolamento e questa chiusura sostenendo concretamenteanche la fine delle barriere tra i paesi dell'Europa sudorientale e l'inizio di una cooperazione transbalcanica.

LE PROSPETTIVE DELLA PACIFICAZIONE E DELLA RICOSTRUZIONE

Una strada da seguire, dunque, per la pacificazione dell'area è quella dell'integrazione europea, mettendo al bando ogni geopolitica o pretesa di condizionamentoneocoloniale o occidentale, ogni civetteria con qualsiasi nazionalismo locale. L'integrazione non può avvenire seguendo i parametri tradizionali, economici, contabili, direddito. Non si può affrontare il tema dell'integrazione dei Balcani e dell'Europa del dopo '89 come se fossimo rimasti alle procedure contabil-finanziarie di quindici annifa quando dovevano accedere alla Comunità Europea il Portogallo o la Spagna.
A fianco e prima dei parametri economici ne vadano individuati altri che riguardano gli standard dei diritti umani e delle minoranze e in campo sociale (servizi per idisabili, pensioni, servizi socio-sanitari, tassi di istruzione), ambientale (aree protette, difesa e gestione delle foreste e dei corsi d'acqua, gestione rifiuti, servizi idrici, interventi per il disinquinamento), di democrazia reale, di presenza e partecipazione dellasocietà civile organizzata. Sta qui, attorno a questo nodo cruciale, la possibilità di superare il vuoto progettuale che caratterizza la diplomazia ufficiale e, a ragion del vero, anche molta parte del mondo non governativo. Si tratta di riempire il vuoto tracciandoun possibile itinerario di ricostruzione incardinato a nostro giudizio su tre concetti di fondo: l'opzione per uno sviluppo locale autocentrato quale criterio di rinascita economica, l'autogoverno delle comunità come strada per ricostruire coesione ed identitàsociale, la cooperazione dal basso come strategia per rafforzare un tessuto civile e istituzionale democratico e sano. E l'Italia? Il nostro paese - nonostante l'importanza del suo ruolo nell'area - non ha un vero progetto unitario e organico della sua partecipazione alla ricostruzione e allacooperazione nei Balcani: i soggetti che intervengono non sono coordinati, manca un'ideaarmonica degli interventi sociali, economici e istituzionali, non esistono strumenti normativi adeguati. La crisi strutturale della Cooperazione allo sviluppo e la frammentazionedegli interventi istituzionali producono effetti contraddittori e negativi.
Occorre immaginare invece un percorso economico inedito, fortemente intrecciato ai saperi e alle intelligenze, unite alle tradizioni culturali e alle nuove sensibilità ambientali. Bisogna costruire un disegno di sviluppo integrato del territorio, sul quale far convergerele risorse locali e gli aiuti internazionali. Questo approccio ha come caratteristiche fondamentali di essere endogeno; di prendere come punto di partenza la logicadei bisogni: la salute, l'istruzione, i trasporti, le infrastrutture collettive, ecc.

IL RUOLO DELLA SOCIETÀ CIVILE E DELLE COMUNITÀ LOCALI

Un concetto di fondo per immaginare una rinascita dei Balcani è l'autogoverno democratico delle comunità. C'è bisogno di ricucire, sulle macerie dei regimi e delle guerre, un legame con le istituzioni pubbliche fondato sulla partecipazione e su un diffuso sistema di autonomie locali anziché su rapporti gerarchici e di delega. In altre parole, unapproccio comunitario capace di affrontare i bisogni individuali e collettivi in un'ottica diversa tanto dallo statalismo, quanto dalla privatizzazione mercantile di ogni segmentodella vita economica e sociale di un territorio. Questo percorso si è già manifestato negli anni scorsi attraverso le mille relazioni della cooperazione decentrata e della diplomazia delle città, che hanno cercato di ricostruire i ponti di dialogo e di civiltà demolitidalla guerra. Molte organizzazioni nongovernative e associazioni italiane in questi annihanno lavorato nei Balcani - anche in collegamento con quell'"altra Jugoslavia" fatta di associazioni e gruppi indipendenti, comunità democratiche che hanno resistito al nazionalismo
- con l'idea di scardinare la cittadinanza fondata sull'appartenenza etnica e dipromuovere i principi dello stato sociale e dei diritti per tutti. In ciò si è capito che a nulla serve impegnare risorse ed energie, se contestualmente non cambia il quadro sociale e politico dell'area. E questa riflessione tocca anche noi, le nostre comunità. In questosenso la vicenda jugosava parla anche di noi. La sfida della convivenza è comune a tutte le società figlie in diverso modo della globalizzazione.
Dunque nei Balcani, l'integrazione, la lotta per la democrazia e contro il nazionalismo, la ricostruzione economica e sociale procedono insieme influenzandosi l'una con l'altra, appoggiandosi spesso sugli stessi soggetti e condividendo un'unica prospettivadi trasformazione pacifica di tutta l'area. Le guerre jugoslave in questi anni ci hanno insegnato molto e continuano a farci riflettere su noi stessi, sul destino delle istituzioni e dei valori dell'Europa, sulle prospettive della democrazia nel continente. Lo spazio jugoslavo, da giungla inestricabile, può diventare un giardino dove affondino le radici della pace. Sta anche a noi coltivarlo e seguirlo, consapevoli che si tratta di un impegno e di un futuro comune.


© ICS - Osservatorio sui Balcani;

Disastri umanitari e sociali

01/09/2001 -  Anonymous User

LE UCCISIONI DI CIVILI, I DANNI MATERIALI (DISTRUZIONE DI INFRASTRUTTURE, STABILIMENTI INDUSTRIALI, ECC.) E LE CONSEGUENZE AMBIENTALI (INQUINAMENTOTOSSICO E RADIATTIVO, URANIO IMPOVERITO, ECC.) CAUSATE DALL'INTERVENTO DELLA NATO (MARZO-GIUGNO 1999) IN SERBIA E IN KOSOVO SONO SOLO L'ULTIMO TASSELLODI UN DECENNIO DI DEVASTAZIONI CHE HANNO SCONVOLTO I PAESI DELL'AREA DELL'EX JUGOSLAVIA E CHE HANNO CAUSATO OLTRE 300.000 MORTI, PIÙ DI 2.700.000PROFUGHI, LA DISTRUZIONE GENERALIZZATA DI CITTÀ COME VUKOVAR, MOSTAR, SARAJEVO (E DI TANTE ALTRE CITTÀ E VILLAGGI), LA DEVASTAZIONE DEL TESSUTO SOCIALE,COMUNITARIO, CIVILE, UMANO, LA RIDUZIONE DELLE ECONOMIE DEI PAESI EX JUGO-SLAVI AL DI SOTTO DEI LIVELLI DI SUSSISTENZA.

Prendiamo proprio le conseguenze di dieci anni di guerre sulla situazione economica:i dati economici parlano chiaro: la disoccupazione è a percentuali altissime:
oltre il 40% in Bosnia e oltre il 30% in Macedonia e Repubblica Federale di Jugoslaviae quasi il 25% in Croazia. La Macedonia ha avuto una contrazione del 4% della propria
crescita economica nel corso del 1999. Tra il 1990 e il 1995 il PIL in termini realisi è ridotto di quasi il 30%, il volume dei traffici commerciali è sceso del 40% e i consumi sono caduti ad un tasso del 5% annuo. Si calcola che nella Repubblica Federale di Jugoslavia a causa delle conseguenzedella guerra - con la distruzione di infrastrutture e industrie - saranno
necessari 15 anni per ritornare ai livelli produttivi prebellici. Le stime riguardo alladisoccupazione parlano di 800.000 persone senza lavoro (oltre il 35% della popolazione attiva) e ben il 60% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà.Nel '99 la produzione industriale è diminuita del 23% ed ora continua ad essere a livelli nettamente inferiori a quelli anteguerra. Inoltre va ricordata la situazione drammaticadei profughi (circa 800.000) che vivono in FRJ e che non riescono a tornare alle loro case in Kosovo, in Bosnia e nelle Krajine.
Oggi la situazione della Croazia, dopo l'avvento del governo democratico diRacan (gennaio 2000), sembra sulla via della lenta ripresa. Va ricordato che solo un
anno fa la produzione industriale era il 20% di quella del 1990; i livelli produttivi didieci anni fa dunque sembrano ancora lontanissimi. La disoccupazione è oltre il 22%
(settembre 2000). Ad un tasso d'inflazione contenuto (non superiore al 4%) corrispondeperò un pesante debito estero: 9,9157 miliardi (giugno 2000). In Croazia il 40% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà. Oggi quella della Bosnia è un'economia di sussistenza con larghe sacche di povertà: i dati riportati mostrano l'elevato tasso di disoccupazione nelle due entità territoriali bosniache. La disoccupazione è oltre il 40% nella Federazione mentre senzai finanziamenti internazionali - come già ricordato - la percentuale del PIL nel 1999
avrebbe fatto registrare un desolante -1%. Il PIL procapite bosniaco è il 3,3% di quellodegli Stati Uniti. Va ricordato che degli aiuti internazionali (più di 5 miliardi tra il 1995 e il 1998) arrivati circa il 20% è andato disperso, male utilizzato o finito nellereti dell'economia illegale e mafiosa. Solo il 10% di questo aiuto è stato destinato ai settori produttivi che oggi arrivano solo al 28% di quelli del 1991, l'anno precedenteallo scoppio della guerra. Riguardo ai profughi bosniaci va ricordato che in Bosnia Erzegovina erano rientrati nel 1999 circa 395.000 dei profughi che avevano abbandonatoil paese durante la guerra.
In Montenegro - centro di numerosi circuiti mafiosi e criminali - oltre il 40%
della popolazione montenegrina vive sotto la soglia della povertà e le perdite finanziarieper gli effetti delle sanzioni sull'economia generale del Montenegro sono state stimate approssimativamente in 6.39 miliardi di dollari. In Kosovo, dopo la cospicua assistenza della Federazione Jugoslava, la sopravvivenzadell'area è ancora legata all'aiuto della comunità internazionale per almeno molti anni. Il varo del Patto di Stabilità (Sarajevo, luglio 1999) con la partecipazione degliorganismi internazionali e dell'Unione Europea aveva aperto qualche speranza di ricostruzione,
di cooperazione e di integrazione nell'area, ma ben poco è stato fatto. Moltisoldi sono stati promessi (10.000 miliardi di lire solo dall'Unione Europea nel periodo 2000-2006), ma pochi sono stati effettivamente spesi. Inoltre ciò che è stato realizzatoè andato soprattutto a sostegno degli interventi per le infrastrutture e le vie di comunicazione: si tratta di ben il 90% dei fondi finora stanziati. Solo le briciolesono andate alla ricostruzione sociale e agli interventi di sviluppo umano. Sembrano così confermate le linee di tendenza di una strategia della ricostruzione verso l'areabalcanica che invece di privilegiare interventi a favore dell'integrazione e della cooperazione nell'Unione europea e tra i paesi dell'area propone un approccio estemporaneoe di breve respiro, legato magari a qualche interesse economico o di penetrazione commerciale. Altri - le organizzazioni non governative, le comunità locali,il terzo settore, ecc. - hanno proposto una diversa strada: un sostegno economico e una strategia cooperativa che valorizzino l'impatto integrativo, la formazione delcapitale sociale e delle risorse umane, lo sviluppo della comunità e delle democrazie locali, la costruzione di piani territoriali, l'economia sociale. E' questa la stradadi uno sviluppo umano e sostenibile che assicuri la transizione e l'integrazione nella
pace di tutti i Balcani.

© ICS - Osservatorio sui Balcani;

L'altra Jugoslavia contro i nazionalismi e le guerre

01/09/2001 -  Redazione

Rada, Mirjana, Halit, Suada, Sicko, Lino, Blanka. Sono uomini e donne dell' "Altra Jugoslavia", che non hanno condiviso il nazionalismo e la discesa in guerra. Che hanno manifestato, hanno disertato pagando con la vita o la carcerazione, oppure hanno 'semplicemente' sottratto alla pulizia etnica persone di un'altra nazionalità

Summar time in Serbia and Montenegro - 1° parte

15/08/2001 -  Mihailo Antović

Global warming seems to have had a double impact on Serbia in the recent years. On one hand temperatures have literally risen in the previous five years so much that the assumption is that the until-now moderate climate throughout Serbia is to become Mediterranean in a couple of years. Additionally, the heated political climate, filled with wars, political instability and poverty has made life around here almost unbearable for most of the population. Vacation - a rather normal, and throughout the year much anticipated event in any stable part of the world - only brings about more nightmares to many Serbs.

Croazia: crimini di guerra

07/08/2001 -  Anonymous User

Il generale Ademi va all'Aja

Come informa il quotidiano Vecernji list del 25 luglio scorso, il Presidente della Repubblica - Stipe Mesic, ha liberato il Generale Ademi dall'obbligo del segreto militare, e gli ha imposto la partenza per il TPI con indosso la divisa militare. Egli è convinto che il Generale Ademi sarà in grado di dimostrare la suo innocenza. Sullo stesso quotidiano, il giorno successivo si scrive che prima di partire per l'Olanda, Ademi ha dichiarato di essere vittima di un complotto ideato da generali vicini a Tudjman e che Janko Bobetko, già capo di Stato maggiore, è il maggior responsabile della sua partenza per il Tribunale de L'Aja.
Ma considera maggiormente colpevole lo stesso Tudjman, personaggio freddo e calcolatore, totalmente indifferente alla sorte di semplici vite umane, incluso quelle dei propri soldati. Secondo la confessione rilasciata ai giornalisti - Zvonimir Despot e Sasa Zinaja - durante il suo viaggio in aereo verso L'Aja, Ademi si è dichiarato vittima di azioni estorsive ad opera dei generali vicini a Tudjman (Bobetko e colleghi). Sempre sullo stesso quotidiano, Bobetko ribatte invece che è il Ministro degli interni Sime Lucin ad aver messo sotto controllo le linee telefoniche per impedire i contatti con Ademi, che secondo Bobetko sarebbe invece vittima di del Presidente Mesic e di altri "amici" del Tribunale. Anche Nenad Ivankovic, presidente dell'HONOS (Associazione per la difesa dei valori della Guerra patriottica) considera le dichiarazioni di Ademi vere e proprie falsità.
Su Vjesnik del 30 luglio scorso, il difensore legale di Ademi - Cedo Prodanovic - ha detto in un'intervista rilasciata a Biljana Basic, che la strategia di difesa del suo cliente (nel frattempo dichiaratosi innocente di fronte alla Corte de L'Aja) è in fase preparatoria. Nella sua intervista, Prodanovic (di nazionalità serba) ha inoltre attaccato severamente il presidente dell'associazione "Veritas" di Banja Luka - Savo Strbac - per aver diffuso notizie false (come quella secondo la quale Carla del Ponte stia preparando un'indagine a carico di Stipe Mesic) le cui conseguenze ricadono poi anche sui serbi.

Gotovina ancora latitante

Ante Gotovina l'ex Generale di cui è stato emesso un mandato di cattura lo scorso 26 luglio, e' ancora latitante. Le informazioni sui luoghi in cui pare oggi trovarsi, vanno dall'Erzegovina al Sud America - dove ha vissuto un decennio facendo il mercenario - anche se pare più verosimile che si trovi ancora in Croazia.. In una dichiarazione rilasciata il 25 luglio da Nenad Ivankovic a Davor Krile di Slobodna Dalmacija, Gotovina non è latitante ma si trova semplicemente in ferie, e non si è ancora presentato perché nessuno gli ha consegnato il mandato d'accusa. Secondo Ivankovic, Gotovina si trova tra gli accusati perché è in atto un processo di criminalizzazione della maggior parte dei comandanti croati che hanno fatto la guerra. E in questo disegno c'è la pressione fatta sugli ufficiali a dichiararsi pentiti e a testimoniare contro i propri comandanti.
Nel frattempo, come emerge dall'informazione rilasciata a Vecernji list del 27 luglio dalla portavoce del Ministero degli interni - Zinka Bardic, la polizia ha già avviato l'operazione di ricerca del Generale Ante Gotovina, anche se è probabile che essa non verrà portata a termine prima della fine dell'estate. Zinka Bardic non è in grado di confermare le notizie secondo le quali Gotovina si troverebbe in Dalmazia settentrionale dove possiede una villa a Pakistane, presso Zara. Il sindaco di Pakostane - Milivoj Kurtov (HDZ) - ha dichiarato al corrispondente locale del Vecernji list che "Anche nel caso in cui questo dovesse essere vero, noi non parleremo. La polizia può cercare quanto vuole, dico solo che ogni Croato che non aiuterà Gotovina sarà maledetto". Una simile dichiarazione è stata rilasciata anche dal Conte spalatino Branimir Luksic, il quale ha oltretutto negato alcuna informazione sull'incontro avvenuto alcuni giorni fa a Pakostane tra i tre Conti dalmati (tutti tre dell'HDZ), dichiarando che si è trattato di un incontro privato.
Su Novi list del 27 luglio si dà per certa la presenza del generale ricercato su di una nave che naviga nei dintorni di Zara e Sebenico. E intanto nella regione la gente inneggia a Gotovina con slogan "Lui è un eroe, non è un delinquente" e nei ristoranti viene messa in mostra la sua foto, accanto a quella di Tudjman e di Jure Francetic, famoso boia ustascia della seconda guerra mondiale.

L'Aja pende sulle teste di tutti

Si intensificano le discussioni relative alla collaborazione con il Tribunale Internazionale de L'Aja. Il vescovo di Gospic e di Senj - Mile Bogovic (anche professore di storia ecclesiastica presso la scuola superiore di Teologia di Fiume) - ha rilasciato un'intervista a Darko Pavicic (Vecernji list, 26 luglio) in cui ha duramente criticato la decisione del governo attuale di collaborare con il TPI, mettendo così rischio a la stabilità dello Stato. Bogovic continua ribadendo che i "vicini" vogliono mettere in ginocchio la Croazia, sia come stato che come comunità,. Perciò è assolutamente necessario cessare le divisioni e le polemiche nazionali e lavorare tutti insieme verso l'integrazione europea e la globalizzazione. Ma l'arcivescovo di Zagabria - Josip Bozanic (anche lui docente di diritto canonico nella stessa istituzione scolastica) - nega il diritto ai vescovi di intervenire nelle quotidiane bagarre politiche, e insiste sulla necessità di limitare la confusione che già esiste nel mondo ecclesiastico (e di cui si parla in maniera estesa sull'ultimo numero del settimanale Nacional).
Commentando le ultime polemiche Milan Ivkosic (Vecernji list, 27 luglio) delinea tre aree di polarizzazione dell'opinione pubblica: verso il governo che dimostra la volontà di cooperare con il Tribunale, verso l'opposizione che critica il governo di minacciare gli interessi nazionali e la Chiesa che vacilla tra governo e opposizione, anche se con posizioni più prossime all'opposizione nazionalista. E queste continue polemiche e lotte politiche interne instillano nella popolazione timori e insicurezze.
Su Jutarnji list del 28 luglio viene scritto d'altra parte che le accuse contro Gotovina sono legittime, perché durante le azioni militari avvenute il Croazia nel 1995 egli ha partecipato al progetto di pulizia etnica ideato da Tudjman, ed esse smentiscono il tentativo di difesa dell' "azione Tempesta" fatta dal Primo ministro Ivica Racan, secondo il quale non è stata un'azione genocidi ma dove ad opera di alcuni sono stati perpetrati crimini di guerra nei confronti della popolazione civile.
Il presidente della Commissione parlamentare per gli Affari esteri - Zdravko Tomac (SDP) a seguito del colloquio avvenuto con il sottosegretario tedesco Cristoph Zopel, ha dichiarato che definire la "guerra patriottica" con l'epiteto di genocidio può peggiorare la situazione politica nel paese, perché esistono forze politiche che puntano sull'emotività della gente per rovesciare il governo. Perciò il Tribunale de L'Aja non dovrebbe mostrarsi così intransigente rispetto ai protagonisti croati della guerra, anche quindi nei confronti dell'ex Presidente Tudjman (Slobodna Dalmacija, 31 luglio). Su Vjesnik uscito lo stesso giorno, appare invece un articolo a firma di Davor Genero, in cui si insiste sulla necessità sfruttare i processi del Tribunale Internazionale per confrontarsi con la storia recente, e liberarsi definitivamente dall'eredità politica di Tudjman. Secondo Gjenero non esiste altra alternativa, se non quella di arrivare all'isolamento e divenire una società chiusa, basata sulla xenofobia e sulla menzogna.

Articolo

30/06/2001 -  Anonymous User

Il 28 giugno è una data particolare per la Jugoslavia. La storia attraverso i secoli ormai ce lo ha insegnato. Si tratta di "Vidovdan", il giorno di San Vito. Joze Pirjevec ha perfino intitolato un suo libro: "Il giorno di San Vito".
Cosa è accaduto nel fatidico giorno che riecheggia nelle canzoni popolari e che ha influenzato buona parte delle narrazioni epiche della cultura serba?
La prima data storica cui, con ogni probabilità, rimanda Vidovdan è il 28 giugno 1389 giorno della celeberrima battaglia di Kosovo Polje, dove la leggenda serba narra dell'uccisione del Principe Lazar, divenuto in seguito santo, da parte delle forze ottomane. Iniziò allora l'ascesa celeste del popolo serbo e da lì il Kosovo iniziò a far parlare di sé. Tuttavia la storia ci insegna ancora di più: il 28 giugno 1914 Gavrilo Princip, facente parte del gruppo Mlada Bosna, uccise a Sarejevo l'Arciduca Francesco Ferdinado e sua moglie, dando il via alla prima guerra mondiale. In tempi più recenti, il 28 giugno 1989, Slobodan Milosevic parlò ad una folla di un milione di persone riunite a Kosovo Polje, per la commemorazione del seicentenario della battaglia della Piana dei merli, annunciando che mai più nessuno avrebbe sollevato una mano contro il popolo serbo. Il 1989 fu l'anno in cui iniziò la disintegrazione della Jugoslavia di Tito e l'anno in cui ci furono parecchie proteste da parte della popolazione albanese per una indipendenza del Kosovo, purtroppo però finirono con la revoca dell'autonomia che gli era stata concessa da Tito nel 1974.
La storia jugoslava, che è sempre foriera di sorprese, segna infine il 28 giugno 2001 la data della consegna di Slobodan Milosevic al Tribunale Internazionale dell'Aja. Non scevro da polemiche e imminenti crisi tra i partiti di governo, quest'ultimo evento verrà impresso ben in evidenza nelle pagine della storia della Jugoslavia.
Che tutto ciò sia frutto di semplici coincidenze storiche o di logiche politiche mirate lasciamo che siano gli analisti a sentenziarlo, noi abbiamo solo voluto segnalare il ripetersi attraverso la storia di una data, il 28 giugno appunto, in cui ci si potrà forse anche in futuro aspettare qualcosa.

I risultati di un sondaggio

29/06/2001 -  Anonymous User

Alcuni quotidiani del 20 giugno hanno riportato i risultati del sondaggio originariamente pubblicato nel nuovo numero del settimanale Nacional. Secondo il presente sondaggio, gli eventi migliori avvenuti nel periodo dell'indipendenza nazionale (il 25 giugno ricorre l'anniversario decennale della proclamazione d'indipendenza) sono rappresentati per il 27,3% della popolazione dalle azioni militari "di liberazione", per il 24,8% dall'indipendenza, per il 6,1% dalle elezioni del 3 gennaio in cui vinse la coalizione di centro-sinistra, per il 6,1% dal ritorno dei profughi, per il 5,2% dall'abolizione del sistema presidenziale, per il 2,1% dalla morte di Tudjman e per il 2,0% dalla collaborazione con il tribunale de L'Aia.
L'evento che viene considerato come il peggiore tra quelli avvenuti nel decennio, per il 19,4% della popolazione è la guerra, per il 15,3% la disoccupazione, per il 13,8% la corruzione, per l'11,4% il processo di privatizzazione, per il 9,8% il basso livello della qualità della vita, per il 7,4% il malfunzionamento del sistema giudiziario, per il 2,7% la collaborazione con il TPI de L'Aia e per il 2,6% la morte di Tudjman.
Riguardo ai temi considerati dagli intervistati come essenziali per il futuro del paese, sono stati indicati: il progresso economico (24,3%), il miglioramento della qualità della vita (21,5%), l'integrazione nella Comunità Europea (13,3%), un sistema giudiziario efficace (12,0%), la tutela dell'ambiente (7,7%), la stabilità politica (7,4%).
Il 24,3% degli intervistati ha inoltre dichiarato che viveva meglio prima della guerra, mentre il 16,9% ha dichiarato di vivere nelle stesse condizioni del periodo pre-bellico. Altri invece hanno preso in considerazione le differenze tra il periodo attuale e quello dell'era Tudjman: il 12,3% ha dichiarato che la propria vita non è cambiata rispetto al periodo in cui governava l'HDZ, ed un altro 12,3% ha dichiarato invece di vivere peggio rispetto ad allora.

Articolo

28/06/2001 -  Anonymous User

L'Associazione Guido Puletti esprime la propria soddisfazione
per la sentenza di primo grado di condanna di Hanefija Prijic
detto "Paraga". Dopo più di sette anni di impunità il Tribunale di
Travnik ha condannato a 15 anni "Paraga" per l'uccisione di
Guido Puletti, Sergio Lana e Fabio Moreni. La nostra
soddisfazione è ancora maggiore considerando che questa
sentenza apre anche le porte a una serie di investigazioni e
processi per tutti gli altri crimini di guerra commessi in Bosnia
centrale.

Riteniamo che questa sentenza non debba chiudere la vicenda
giudiziaria relativa all'eccidio del 29 maggio 1993, ma che
debba essere il punto d'avvio per arrivare a chiarire
completamente quanto avvenne otto anni or sono. Eravamo e
siamo interessati ad una condanna di "Paraga" nel quadro del
raggiungimento della verità su quello che avvenne. E dobbiamo
ammettere che, nonostante la condanna di "Paraga", il processo
celebrato a Travnik è arrivato a determinare solo una parte della
verità sulla morte di Guido, Fabio e Sergio.

Molti importanti testimoni non sono stati chiamati a deporre, e
non sono state poste domande importanti a molti testimoni che
hanno deposto in aula. Gli esecutori materiali non sono stati
identificati, come non sono stati identificati i mandanti di
quell'eccidio - l'accusa stessa contro "Paraga" escludeva a
priori che vi potessero essere mandanti oltre allo stesso Hanefija
Prijic.


Riteniamo che l'autorità giudiziaria che debba assumersi questo
compito sia quella italiana. Per questo è necessaria una
collaborazione effettiva da parte delle autorità centrali italiane,
che finora si sono distinte invece per il disinteresse e gli ostacoli
che hanno posto, fino a queste ultime settimane, quando
l'autorità diplomatica italiana in Bosnia è stata totalmente assente
dal processo in corso (se si eccettua una sola udienza), e ha
rifiutato un minimo di supporto all'avvocato delle parti lese alla
conclusione del processo.
Il Ministero degli Esteri italiano può e deve acquisire nuova
documentazione decisiva su questo caso. Il Ministero di Grazia e
Giustizia italiano, che riconobbe nel settembre 1998 questo
eccidio come "delitto politico", può e deve richiedere il
rinnovamento del giudizio di "Paraga" in Italia perché si arrivi
all'identificazione degli esecutori e dei mandanti. Richiediamo
quindi che l'inchiesta avviata a Brescia continui in modo da
arrivare ad un processo in Italia che porti a conclusione il
percorso giudiziario iniziato a Travnik.

Brescia, 28 giugno 2001



© Associazione Guido Puletti

L'esercito macedone scatena l'offensiva

23/06/2001 -  Anonymous User

In Macedonia è in atto una pesante azione militare da parte delle forze di sicurezza macedoni. L'azione iniziata ieri mattina alle ore 4.00 dalle forze congiunte di polizia ed esercito macedoni, ha visto l'impiego di artiglieria, carri armati ed elicotteri Mi24. L'intento dichiarato è quello di liberare la zona del villaggio di Aracinovo, circa 10 km da Skopje, nei pressi del quale è stanziato da circa due settimane l'Esercito di Liberazione Nazionale (UCK), che aveva dichiarato l'intera zona "territorio liberato". L'azione delle forze macedoni - come afferma il portavoce del ministero della difesa macedone Georgi Trendafilov - è rivolta "all'eliminazione dei terroristi da Aracinovo".
Va notato, inoltre, che in questi giorni ci sono stati alcuni cambi nei vertici dei comandi militari. In particolare è stata formata una nuova forza macedone con l'unione dell'esercito e delle forze di polizia antisommossa e antisabotaggio, (tra cui i famosi reparti "Tigri" e "Lupi" , ovvero di nuclei specializzati della polizia macedone) comandata dal generale Miroslav Stojanovski.
L'UCK, secondo quanto riportato dalla televisione in lingua albanese A1, avrebbe risposto all'attacco, lanciando colpi di mortaio da 120mm su una raffineria di Skopje, tuttavia senza colpirla. A quanto pare la gittata delle armi a disposizione dei guerriglieri non è sufficiente per raggiungere gli obiettivi strategici della capitale, già minacciata nelle scorse settimane dal comandante Hoxha, il quale ha precisato che se il governo macedone "vuole la guerra, l'avrà".
Fortunatamente sembra che la popolazione civile abbia, nei giorni scorsi, evacuato la zona di Aracinovo, dove sono tuttora in atto gli scontri. Tuttavia alcune case sono state distrutte e altre incendiate, mentre alcuni poliziotti e militari dell'esercito macedone sono stati ricoverati nella serata di ieri, a seguito delle sparatorie con l'UCK, sia presso l'ospedale militare che quello civile di Skopje.

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22/06/2001 -  Anonymous User

Il membro del Comitato generale del Partito pensionati
della Republika Srpska, Dusan Prica, ha lanciato un

Articolo

22/06/2001 -  Anonymous User

Il membro del Comitato generale del Partito pensionati
della Republika Srpska, Dusan Prica, ha lanciato un
appello al governo affinché paghi il debito di
124 milioni marchi tedeschi, relativo al mancato pagamento delle pensioni dell'anno scorso.
Data la situazione economica molto difficile, i pensionati della RS chiedono di ricevere il più presto possibile almeno quattro mensilità e mezza dell'anno
precedente. Secondo Prica, il gabinetto di Mladen Ivanic, primo ministro della RS, non ha fatto nessun sforzo per
risolvere i problemi dei pensionati.

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16/06/2001 -  Anonymous User

Jozo Krizanovic è salito l'altro ieri alla guida della presidenza collegiale della BiH. Il nuovo presidente croato, secondo il normale avvicendamento della carica ogni otto mesi, sostituisce l'uscente presidente serbo Zivko Radisic. Durante la cerimonia di presentazione, Krizanovic ha detto che le sue priorità riguarderanno l'economia, le riforme legali e costituzionali, il ritorno dei rifugiati, il rafforzamento delle istituzioni statali e la lotta contro la corruzione.

Articolo

13/06/2001 -  Anonymous User

Anche nei prossimi mesi la Bosnia Erzegovina
rischia di restare senza gas combustibile. I rappresentanti dell'impresa
bosniaca Energoinvest, infatti, non sono riusciti ad
accordarsi con i loro fornitori russi della Gas Export.

Pur essendo stati avvertiti per tempo dei problemi
economici, in particolare dell'insolvenza della fabbrica
Birac di Zvornik, i russi chiedono il pagamento di tutti debiti bosniaci, che
ammontano a ben 6,2 milioni dollari.
Dunque il gas non arriverà in Bosnia se il debito non sarà ripagato entro
il settembre prossimo.
Ricordiamo che già da un paio di mesi la Gas Export non
distribuisce il gas in Bosnia, e nel frattempo è stato consumato il gas presente nelle riserve.

Articolo

13/06/2001 -  Anonymous User

E' cominciato il risanamento del famoso Stari Most- il Ponte vecchio
di Mostar. E di questa notizia si è
parlato molto in Bosnia in questi giorni. Il 7 giugno
è stata anche festeggiata ufficialmente l'apertura
dei lavori sulle fondamenta del Ponte. C'erano
tantissimi ospiti importanti: politici locali,
rappresentanti della comunità internazionale ma pochi
mostarini.

Perché? Perché questa è forse già la sesta
inaugurazione del Ponte, e la ricostruzione è
cominciata già un paio di mesi fa. Questa è stata
solo una presentazione ad uso dei politici, per poter
organizzare un altro cocktail e dissertare di come il Ponte sia
un simbolo di questa bella città.

Ma la realtà di Mostar in questi giorni è un po'
diversa, e poca gente si interessa della
ricostruzione del Ponte.

L'evento mostarino di cui più si parla è invece lo sciopero degli
insegnati nelle scuole superiori. Come molte altre cose in questa città,
anche la fine dell'anno scolastico non sarà normale. Al momento non
si prevede ancora quando si concluderanno le lezioni, e sono sospesi pure gli esami di
maturità. Da quasi quattro mesi i professori non
ricevono lo stipendio, e le trattative aperte col governo
cantonale - competente per l'istruzione - hanno portato finora solo belle promesse cui i
professori non credono più. Per loro, come per tanti altri mostarini, sarebbe meglio inaugurare una nuova piccola fabbrica anziché i lavori sul Ponte vecchio. La guerra è finita
da diversi anni, ma in questa città le attività produttive non sono
ancora riprese.

Sarebbe bello rivedere il famoso Ponte
sulla Neretva perché - dicono i politici - questo è il vero simbolo della città
unita. Ma per realizzare una vera unità, ogni famiglia deve poter tornare nella sua casa:
non sarà il Ponte a riunire la città, ma la gente. Oggi però la Mostar
di una volta non c'è più, e la sua popolazione è molto cambiata.
I "nuovi venuti" non tornano nelle campagne da dove sono arrivati
dieci anni fa, e allo stesso tempo molti mostarini non
vogliono rientrare da Svezia, Norvegia e America. Non si vive di
nostalgia, ma di lavoro.

Infine, una cosa viene sempre dimenticata: la ricostruzione del
Ponte costerà circa 15 miliardi di lire. Ne mancano
ancora sette, e quasi la metà della somma sarà raccolta con mutui.
Quindi non sarà il mondo umanitario a ricostruire il ponte; saranno infatti gli stessi mostarini a pagare la ricostruzione. Ma come, con quali soldi se
in questa città non si produce ancora niente, se la
gente rimane senza stipendio per tre o quattro mesi?
Per la ricostruzione del Ponte, tra l'altro, pare non bastino le pietre
originarie raccolte nel fiume. Quindi neppure il
materiale del nuovo Ponte sarà quello originale...

In molti ricordano lo Stari Most, il Vecchio
Ponte, con nostalgia. Ma, lo abbiamo detto,
di nostalgia non si vive.