Damasco prima del conflitto (Jose Javier Martin Espartosa/flickr)

Sana vive a Istanbul, in fuga dalla guerra, come milioni di altri siriani. La sua mappa di ricordi, che si intrecciano in uno scrigno pieno di gioielli

23/03/2016 -  Sana Aljendi

(Originariamente pubblicato in inglese su Laundry Literary Magazine)

Immaginati accanto alla cittadella di Damasco. Il fiume Barada alla tua sinistra e le mura sulla destra, poi incamminati nelle strade che odorano di storia e di spezie. Appena prima di raggiungere la moschea Omayyadi, scorgerai l'entrata del mercato Al-Hamidiyah, dove la luce del sole penetra il graticcio del tetto e cade al suolo in disegni intricati.

Qui si trovano le mie gioiellerie preferite, in vicoli tortuosi colmi di artigiani che hanno speso tutta la loro vita praticando quest'arte. Ho trascorso infinite piacevoli ore qui, parlando con i gioiellieri, ascoltando le loro storie, chiedendo loro di creare per me quell'anello o quella collana. Donare e ricevere gioielli è una tradizione importante della vita in Siria. Amavo commissionare pezzi unici da regalare, scegliendo la pietra più adatta alla persona a me cara. Restavo incantata mentre osservavo il gioiello prendere forma nelle mani sapienti e precise di uomini che hanno appreso l'arte dai loro antenati. Sono tutti raccolti in questo angolo di Damasco, vicino alle rovine del tempio di Giove, dove le colombe volteggiano in cielo.

Non fosse che questi volti sorridenti non sono più là. E nemmeno io. La maggior parte dei gioiellieri se n'è andata e i loro negozi sono ora sbarrati. I pochi rimasti non creano più nulla di nuovo. Alcuni vendono bigiotteria di poco valore per poter sopravvivere. In molte altre città siriane, strade come queste sono state completamente distrutte. Anch'io ho lasciato la Siria, nel marzo del 2014, e ora vivo ad Istanbul. Sono tra i pochi che furono fortunati, me ne sono andata quando ancora avevo una scelta, mentre sono milioni quelli che sono partiti perché han perso tutto. Oggi in Turchia ci sono 1,7 milioni di rifugiati siriani e 4,5 milioni nel resto del mondo. I paesi che li ospitano stanno cambiando atteggiamento, impongono nuove norme. Recinti metallici sono spuntati ovunque per impedire ai siriani di entrare in vari paesi europei. Recentemente, il governo danese ha promulgato una legge che consente di sequestrare i gioielli alle famiglie siriane per pagare le spese del loro mantenimento.

La Damasco della mia infanzia non è nulla più di una fiaba colma di colori.

Ora prova a cominciare da qui, dalla mia piccola stanza ad Istanbul. Nei giorni in cui non riesco più a fingere che la strada qui fuori sia una strada in Siria, che appena svoltato l'angolo ci sia la casa della mia infanzia fragrante di gelsomino, mi siedo nella piccola stanza e apro il mio scrigno segreto.

Ci sono i gioielli della mia nascita, i regali dorati di parenti ed amici per celebrare il mio arrivo. Pietre blu e turchesi, incastonate nell'oro – nella cultura araba, questi occhi blu sono doni benedetti per proteggere il bimbo dal malocchio. I miei primi orecchini. L'iniziale del mio nome in oro, S come Sana, S come la persona che ero e il paese che mi sono lasciata alle spalle.

Mia madre nascondeva questi preziosi in un cassetto segreto. Potevo indossarli soltanto in occasioni speciali. Quando apriva il cassetto e me li lasciava sbirciare, talvolta provarli, mi sentivo come una principessa ed il suo tesoro.

Poi sono cresciuta e con me è cresciuta anche la mia collezione, ciascun rito di passaggio della vita accompagnato da un nuovo gioiello. Il bracciale d'oro e perle in premio per i miei risultati a scuola. Gli orecchini a forma di rondine per il mio quattordicesimo compleanno. La collanina con il ritratto di mio padre nel medaglione per celebrare l'esame di maturità.

Poi venne il giorno in cui i miei gioielli passarono dal cassetto di mia madre ad una scatola speciale nel mio armadio personale. Lo scrigno ora custodiva argento e pietre preziose, soprattutto in stile arabo antico.

Tra di essi, la mia preferita è una collana con un'ametista viola incastonata nell'argento che mia madre mi donò cinque anni fa, quando iniziai la chemioterapia. Oggi questa collana mi ricorda che sono una combattente, una sopravvissuta, qualcuno che ha ancora qualcosa da raccontare.

Questo non è semplicemente uno scrigno, è la mappa della mia infanzia. Mi ricorda il luogo a cui appartenevo, che io oggi sono in vita per poterlo custodire per sempre nel mio cuore.

Forse appare irragionevole che coloro che hanno già perso così tanto si aggrappino strenuamente ai propri gioielli, ma essi sono la nostra memoria e la nostra storia. Possono essere coperti dalla polvere dei continenti che attraversiamo, ma quando sei lontana da casa, aspettando da un'altra nazione un documento che definisca chi sei, le tue collane e i tuoi anelli riportano a galla chi eri.

Per quanto vano possa suonare, rappresentano il sogno di un ritorno futuro, di passi lungo una strada di un mercato dove persino le pietre del selciato sembrano preziose.

 

Sana Aljendi è un medico specializzato in medicina interna. Scrive inoltre racconti per bambini. Sana è nata a Damasco in Siria e ora vive ad Istanbul, Turchia. Non dirà mai di no ad una lezione di danza, che sia tango o balletto.


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