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Tratto dalla lettera di minacce indirizzata a Nedim Sejdinović (CINS)

In Serbia sono sempre più frequenti gli insulti nazionalisti e le minacce di morte ai giornalisti che criticano il governo. Preoccupate le associazioni di categoria

30/09/2016 -  Dino Jahić

(Articolo originariamente pubblicato da Mediacentar il 27 settembre 2016)

"Merda musulmana presenta le tue dimissioni prima che ammazziamo te e la tua famiglia", inizia così la lettera arrivata circa due settimane fa al presidente del Nezavisno društvo novinara Vojvodine - NDNV (Associazione indipendente dei giornalisti della Vojvodina), Nedim Sejdinović.

Oltre a Sejdinović, gli autori della lettera firmata da "Udruženje Mađara, Rusina, Srba i Slovaka" (Associazione degli ungheresi, russi, serbi e slovacchi) hanno inviato minacce e offese anche al precedente presidente dell'NDNV, Dinko Gruhonjić. Inoltre, a entrambi è stato scritto "galleggerete tra poco nel Danubio", "Noi vi seguiamo da tempo, e oltre a voi anche la vostra famiglia", "dovete essere ammazzati tutti".

Per quanto possano suonare terribili, per coloro che seguono attentamente gli eventi politici e mediatici in Serbia, questi atti non sono inaspettati. Negli ultimi anni si è creata un'atmosfera nella quale risulta normale definire i giornalisti d'inchiesta come mercenari stranieri, e tutti coloro che si esprimono contro l'attuale regime o non sono d'accordo con l'operato di Aleksandar Vučić e del suo Partito progressista serbo (SNS), vengono definiti dei traditori che desiderano distruggere la Serbia.

Il lavoro sporco della denigrazione di coloro che hanno una posizione diversa a volte viene fatta dagli stessi politici, ma più spesso viene fatto dai media filo-governativi, attraverso il tabloid Informer o la TV Pink. Vengono resi pubblici gli elenchi dei giornalisti e dei media che ricevono fondi da organizzazioni internazionali, li si dichiara "nemici e bugiardi", creando così delle vere e proprie liste di proscrizione con l'intento di dargli la caccia. Una staffetta che funziona attraverso un esercito di cosiddetti "bot" – commentatori professionisti del partito sui social media – i quali sistematicamente maltrattano chi la pensa diversamente.

Sejdinović racconta che lui e Gruhonjić ricevono minacce da anni, soprattutto attraverso i social media, ma le autorità competenti finora non hanno perseguito nemmeno uno di questi casi. Le minacce di morte contenute nell'ultima lettera sono raccapriccianti e spiegano che il culmine degli attacchi contro di lui è stato dopo il 9 settembre scorso, dopo che in un incontro pubblico, presentando l'immagine della situazione sociale e politica del paese, ha confrontato la situazione della Serbia degli anni '90 con l'attuale Stato islamico.

"Sebbene io mi occupi da una vita di questi temi, penso di aver infilato, in modo non del tutto consapevole, il dito nella piaga di un problema che nel frattempo è diventato dominante e cioè come ci rapportiamo con gli anni '90", aggiunge Sejdinović.

Non è importante cosa fai ma come ti chiami

Sejdinović e Gruhonjić non solo gli unici ad aver avuto problemi nell'ultimo periodo. Slobodan Georgiev, coordinatore del Balkan Investigative Reporting Network (BIRN) è costante meta di seri attacchi e minacce attraverso i social media. Georgiev individua la causa del problema nel governo serbo, "che non è democratico, perché non accetta né opinioni diverse né che gli si chieda conto di questioni di cui è responsabile. E' per questo motivo che si fanno campagne aggressive contro le persone che non applaudono ad ogni azione del governo, con l'obiettivo di porre a tacere qualsiasi dissenso".

"Il fatto che si parli di queste cose invece di ciò che di grave e dannoso sta accadendo in Serbia e nella regione, dimostra che il problema è enorme. Quando i media sono costretti ad occuparsi di se stessi significa che nella società a cui appartengono qualcosa non funziona", spiega Georgiev. Il coordinatore di BIRN aggiunge inoltre che a causa di questa situazione, potenziali fonti si rifiutano di parlare con lui perché temono che potrebbe recare loro "qualche danno, nella carriera o nella vita".

Accanto all'uso di parole sprezzanti, le minacce e le diffamazioni che vengono usate negli ultimi tempi hanno una connotazione nazionalista, dimostrando la sincronizzazione con la fase politica attuale. Il risveglio e l'uso sempre più diffuso da parte dei politici dei Balcani della retorica nazionalista e guerrafondaia, ricorda con evidenza gli anni Novanta. E non ci è voluto molto tempo perché si riversasse sui tabloid e diventasse un'ulteriore arma di discredito.

"Stiamo lentamente arrivando alla ben nota modalità, che purtroppo pare essere tornata di moda, di guardare all''appartenenza di sangue' dei giornalisti e dei partecipanti al dibattito pubblico, e questo viene usato come argomento chiave contro di loro", spiega Vukašin Obradović, presidente del Nezavisno udruženje novinara Srbije – NUNS (Associazione Indipendente dei giornalisti della Serbia).

Nedim Sejdinović spiega che nessuno polemizza con le sue posizioni in sé: "Invece viene usata la mia presupposta appartenenza etnica, a causa del nome e del cognome che porto. Questo la dice lunga sulla nostra società. Significa che da trent'anni stiamo di fatto girando in tondo. Significa che il nazionalismo è ancora, in assoluto, il modello dominante".

Slobodan Georgiev la pensa allo stesso modo: "E' tipico, perché oltre ad essere un mercenario, sono non-serbo, bulgaro o macedone, per cui nella testa dei nazionalisti e degli sciovinisti è un ulteriore mio 'difetto', nel senso che in quanto 'ospite della Serbia' non dovrei parlare dei serbi se non onorandone la grandezza. E' la prima volta che mi succede una cosa del genere, senza contare che non ho alcun legame diretto con questi paesi confinanti. Il cognome diventa un marchio e viene sottolineato per minare la mia credibilità quando per un qualsiasi motivo mi trovo a partecipare alla vita pubblica".

Secondo il Tribunale "Vi daremo alle fiamme" è l'espressione di un'opinione

Ci sono anche altri giornalisti che subiscono minacce. Il recente messaggio arrivato via Twitter al Centar za istraživačko novinarstvo Srbije – CINS (Centro per il giornalismo d'inchiesta della Serbia), di cui l'autore di questo articolo fa parte, diceva: "Si deve trovare il modo di eliminare questa merda, In che modo?? Lo verranno a sapere... chiunque rappresenterà gli interessi stranieri, la pagherà cara".

Ai giornalisti della Mreža za istraživanje kriminala i korupcije – KRIK (Rete d'inchiesta su crimini e corruzione) è di recente giunta una minaccia che dice: "Devono essere uccisi e fucilati come agenti stranieri in Serbia".

Preoccupa il fatto che questi messaggi non vengono considerati gravi, o non si vuole riconoscerne la gravità, negli ambiti dove invece si dovrebbe lavorare per evitarli, cioè quello politico e giudiziario. In base ai dati del database in possesso del NUNS emerge che nel periodo 2014-2016 gli attacchi ai giornalisti in Serbia sono stati 131, comprese 58 minacce e 28 attacchi fisici.

Le istituzioni di fatto non trovano i responsabili degli attacchi e delle minacce ed è recente una sentenza della Corte suprema della città di Niš che ha definito l'attacco contro i giornalisti del "Južne Vesti" - che andrebbero 'bruciati' - non una minaccia ma "l'espressione di un'opinione sull'operato di questo giornale". Ciò dimostra quanto la Serbia sia lontana dalla soluzione del problema.

Secondo le parole di Vukašin Obradović, è necessario che gli altri giornalisti dimostrino con chiarezza la loro posizione rispetto all'incitamento all'odio di cui sono vittime i colleghi. Tuttavia, Obradović ritiene che non si avrà alcun effetto positivo finché in politica non si supererà l'atteggiamento ostile verso media e giornalisti.

"Io sono spaventato, abbiamo già visto negli anni '90 eventi del genere, e cioè che dalle minacce verbali in un attimo sono arrivati attacchi molto più gravi", conclude Obradović.

Questa pubblicazione è stata prodotta nell'ambito del progetto European Centre for Press and Media Freedom, cofinanziato dalla Commissione europea. La responsabilità sui contenuti di questa pubblicazione è di Osservatorio Balcani e Caucaso e non riflette in alcun modo l'opinione dell'Unione Europea. Vai alla pagina del progetto


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