Un'immagine tratta dal documentario "Çapulcu – Voci da Gezi"

In questi giorni a Roma un documentario risultato dal lavoro di un collettivo di filmmaker sulle proteste di Gezi Park ad Istanbul

14/10/2014 -  Nicola Falcinella

La protesta contro il governo Erdoğan vista dall’Italia. È il bel documentario “Çapulcu – Voci da Gezi” realizzato dal gruppo di milanesi composto da Benedetta Argentieri, Claudio Casazza, Carlo Prevosti, Duccio Servi e Stefano Zoja. Un film che, dopo la prima allo Sguardi Altrove Film festival lo scorso marzo a Milano, continua a circolare in Italia e all'estero e in questi giorni è a Roma, in programma fino a mercoledì tutte le sere alle 21.30 al Cinema Nuovo Aquila.

Un film che è il risultato di un viaggio a Istanbul, durante l'occupazione pacifica di Gezi Park a fine maggio 2013, per raccontare cosa stesse succedendo a Piazza Taksim. I cinque hanno intervistato decine di persone che avevano preso parte alla protesta: designer, sociologi, informatici, filmmaker, giornalisti, avvocati, attivisti per i diritti delle donne, insegnanti, architetti, rappresentanti di Amnesty. Tutti “Çapulcu” ovvero “saccheggiatori” secondo la definizione data da Recep Tayyip Erdoğan che li voleva caratterizzare in maniera negativa. Quasi subito i manifestanti si sono però appropriati del termine, auto-identificandosi in esso, e l’hanno trasformato a indicare "attivista per i diritti della persona".

Le proteste sono iniziate il 28 maggio 2013 in maniera spontanea contro i lavori di costruzione di un centro commerciale al posto del parco Gezi, nel pieno centro cittadino. Partita come protesta ambientalista, si è presto estesa ai diritti civili e democratici e più in generale contro il governo Erdoğan. L’occupazione e la resistenza di Gezi Park sono durate per tre settimane nonostante la repressione governativa, mentre le proteste si sono estese a tutto il Paese. Si sono svolte centinaia di manifestazioni, con circa tre milioni di partecipanti, qualche migliaio di arrestati, oltre ottomila feriti e nove morti.

I cinque filmmaker milanesi hanno filmato parte delle proteste e hanno raccolto le voci dei manifestanti, soprattutto a posteriori. Una sorta di bilancio a caldo, ma anche un manifesto di intenzioni per un’opposizione a Erdoğan ancora attiva. Un sommossa pacifica, ostacolata in tutti i modi, compreso l’oscuramento di Twitter, che non vuole arrendersi.

Nel documentario tutti i protagonisti espongono le loro motivazioni, le richieste, i temi che stanno loro a cuore (dalla gentrification delle città, alla questione curda, alla crescente islamizzazione), le loro paure e le loro speranze. Gli intervistati rendono anche uno spaccato sociale dei manifestanti, più o meno giovani, di una borghesia intellettuale e delle professioni. Persone che vivono e pensano come i loro coetanei nelle altre grandi città europee e che vorrebbero una Turchia con i diritti e le condizioni dei paesi a cui guardano. Dal film escono la gioia e la determinazione dei manifestanti, ma anche la rabbia per quanto successo. Il finale del film è accompagnato dalle note di “Bella ciao” interpretata dal pianista Gaetano Liguori con il suo Idea Trio.


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