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Rappresentano una componente particolarmente dinamica della società civile macedone. Sono le coalizioni ecologiste. Alcune battaglie a tutela dell'ambiente hanno portato a crescente partecipazione dei cittadini e ad una maggior attenzione da parte di autorità locali e nazionali sui temi ambientali

14/05/2010 -  Risto Karajkov Skopje

Quando si parla di qualità della vita sul posto di lavoro, nell’ambiente giornalistico (almeno in quello macedone) si dice che i giornalisti sportivi siano quelli che lavorano in un ambiente più rilassato. E’ infatti opinione diffusa che i giornalisti politici siano divisi al proprio interno e particolarmente polemici tra di loro, mentre i colleghi delle cronache sportive collaborano in pace e armonia.

Il discorso è lineare: i primi sono immersi fino al collo nella politica, un affare stressante e che porta - inevitabilmente - a divisioni, mentre i secondi sono uniti da una passione comune. Certo, anche i cronisti sportivi a volte litigano in maniera furiosa, ma le loro sono pur sempre controversie che riguardano un aspetto divertente della vita.

La logica che sottende a questo ragionamento può essere applicata anche alla società civile. Al contrario di quanto affermano i promotori di una certa retorica poetica sulla cooperazione, intrisa di espressioni come fratellanza, costruzione di alleanze e ponti, la società civile dei Balcani non è sempre una famiglia unita e felice. La competizione e la rivalità legate all'accaparramento dei finanziamenti e la crescente partigianeria sono all’ordine del giorno nella galassia civile della regione balcanica.

In questo contesto però esistono anche dei gruppi che riescono a lavorare insieme, in un'atmosfera di collaborazione maggiore e un ambiente lavorativo più "leggero", come quelli che si occupano di temi legati all'ambiente.

A metà aprile, qualche giorno prima della celebrazione dell’Earth Day, i gruppi ambientalisti macedoni hanno tenuto il loro ottavo summit annuale. Decine di rappresentanti delle associazioni ecologiste macedoni si sono riuniti nella città di Struga, nell’area sud-occidentale del paese, per discutere dello stato attuale delle battaglie ambientaliste in Macedonia. Il ministro dell’Ambiente e della Pianificazione Urbanistica, Nexhati Jakupi, ha partecipato all’incontro e ai dibattiti che ne sono seguiti dichiarandosi positivamente colpito dall'impegno e dalla dedizione con cui operano i gruppi ambientalisti macedoni.

Le lodi sono ben meritate. Negli ultimi dieci anni i gruppi ambientalisti sono diventati protagonisti assoluti nelle battaglie per la tutela dell’ambiente. Se è vero che le tematiche ambientaliste hanno acquisito sempre maggiore rilevanza nell’ultimo decennio, è anche vero che la società civile macedone è sicuramente diventata più matura e consapevole nel corso della seconda decade di indipendenza e democrazia. Rispetto alla galassia delle organizzazioni della società civile, i gruppi ambientalisti sono quelli che hanno fatto i maggiori passi in avanti e sono ora riconosciuti come protagonisti dei processi decisionali, con cui è necessario fare i conti.

Osservando come i gruppi ambientalisti si sono mossi nelle loro battaglie, emerge che nel corso degli anni hanno imparato a servirsi con incisività di diversi strumenti. Proteste radicali, tecniche di provocazione dei media - come presentarsi alle conferenze stampa indossando maschere anti-gas - e altre strategie, come rivolgersi alle autorità per ottenere sostegno senza però rinunciare a fare ricorso a strumenti legali come denunce penali e civili.

Ne è esempio eclatante ciò che è avvenuto nella città di Veles, che è stata per decenni la città macedone in assoluto più inquinata del paese. La fonderia di zinco (Toplica) situata in periferia, era la maggior fonte occupazionale locale e allo stesso tempo tiranna assoluto della città. Ci sono voluti anni e anni per convincere le autorità che i costi, in termini di salute umana e di inquinamento ambientale, erano molto maggiori rispetto agli svantaggi sociali ed economici generati da un’eventuale chiusura della fabbrica. Sei anni fa venne finalmente chiusa, anche grazie alle costanti e instancabili pressioni fatte sulle autorità locali e nazionali dai diversi gruppi ambientalisti cittadini uniti nella Coalizione Verde (Zelena Koalicija). Con la chiusura della fabbrica, Veles ha letteralmente tirato un sospiro di sollievo.

Nonostante questo, il mostro non è ancora stato sconfitto. La fabbrica è stata venduta lo scorso anno tramite asta pubblica e si teme che i nuovi proprietari, di cui ancora non si conosce l’identità, possano riavviare la produzione di zinco. Di conseguenza, la Coalizione Verde è tornata in azione: ha intrapreso azioni legali contro il governo, spalleggiata dalla municipalità di Veles, richiedendo un risarcimento dei danni provocati da decenni di inquinamento. Il gruppo verde si è inoltre già dichiarato pronto, nel caso non si dovesse vincere la causa presso i tribunali macedoni, a rivolgersi alle corti europee.

Le battaglie degli ambientalisti di Veles hanno incoraggiato altre realtà della società civile macedone. Ad esempio l'organizzazione Mrena e l'Associazione Ambientalista Flora, hanno dichiarato di voler intraprendere un’azione legale contro una fabbrica di piombo estremamente inquinante di Kriva Palanka, città nord-orientale del paese. I gruppi ambientalisti sostengono che il rilascio di questi metalli pesanti nell'ambiente sia la causa della moria di pesci nel fiume che attraversa la regione.

Si sono uniti a questa battaglia anche alcuni ambientalisti di Skopje, che operano nella capitale sotto il nome di Florozon i quali sostengono che le autorità statali non hanno voluto rendere pubblici i risultati delle analisi tossicologiche condotte sulle acque del fiume, e che mantenere il riserbo su queste informazioni costituisce una violazione della Convenzione di Aahrus.

Nonostante siano state vinte alcune battaglie si tratta ancora di una lotta impari, sebbene sia già riuscita da un lato a far sentire sotto osservazione i responsabili dell'inquinamento, dall'altra a raccogliere la partecipazione dei cittadini che sempre più spesso si uniscono spontaneamente alle proteste ambientaliste.

Lo spettro di azione dei gruppi ambientalisti macedoni non si limitano a monitorare le grandi fonti d’inquinamento, ma si occupano di una vasta serie di questioni. Alcuni gruppi, ad esempio Front 21/42, si concentrano sulla tutela della biodiversità, altri sul risparmio energetico, altri ancora operano un costante monitoraggio sull’elaborazione e messa in atto della legislazione ambientale.

Ne è la dimostrazione il fatto che al summit di aprile il ministro Jakupi ha dovuto rispondere a un panorama di domande alquanto ampio: dalle leggi sulla tutela delle risorse idriche in attesa di approvazione, agli impianti di idrofiltrazione della città di Prilep che ha un forte deficit in fornitura d’acqua; dalle normative sul cambiamento climatico fino alle grandi discariche sparse per il paese, oltre a quesiti circa l’entità degli investimenti che il governo ha speso o intende spendere nel settore ambientale.

La Macedonia non è esattamente un paese attento alle tematiche ambientali. Le Ong denunciano che ha uno tra i livelli di emissione di anidride carbonica pro-capite più alti nella regione, che le risorse energetiche e idriche vengono scialacquate come se dovessero non esaurirsi mai e le campagne sono assediate dai rifiuti.

E’ quindi rassicurante sapere che un intero esercito di eco-attivisti è pronto a battersi per salvare il paese dal suo più acerrimo nemico, vale a dire, tristemente, gli stessi macedoni.


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