Albania del nord - Wikipedia

Valorizzare l’agricoltura a dimensione famigliare per rilanciare una delle zone più povere d’Europa. RTM, COSPE e AICS lanciano da Pukë la loro sfida al futuro

05/07/2017 -  Nicola Pedrazzi

Attenzione al destino di intere famiglie, attenzione allo sviluppo delle comunità locali, attenzione al paesaggio, attenzione ai temi dello sviluppo economico. Sono questi, in sintesi, gli elementi cardine che l’Alleanza per lo sviluppo e la valorizzazione dell’agricoltura famigliare del nord Albania si propone di mettere in moto, lavorando a partire dai saperi tradizionali, dalle produzioni tipiche e dal ruolo della donna.

Lanciato il 4 luglio dalla città di Pukë, questo progetto triennale è promosso da due ong italiane – Reggio Terzo Mondo (RTM) e Cooperazione per lo sviluppo paesi emergenti (COSPE) – con il sostegno dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS). L’obiettivo dell’iniziativa può suonare “tradizionale” – lo sviluppo eco-sostenibile di uno dei territori più arretrati dell’Albania – ma la rete e il metodo che si propongono di realizzarlo sono innovativi.

Una filiera produttiva contro lo spopolamento del nord

Per fare fronte all’irrazionale frammentazione delle produzioni famigliari, alla carenza di infrastrutture e servizi per l’agricoltura e al progressivo spopolamento che affligge il nord dell'Albania, l’Alleanza si propone di sviluppare un approccio di filiera, mirato a rafforzare i legami tra tutti gli anelli della catena agro-alimentare: dai produttori ai rivenditori, dai consumatori agli enti locali.

Durante l'incontro di presentazione del progetto a Pukë - foto di Caterina Cariola

Il progetto coinvolgerà quattro comuni: Pukë (5.000 abitanti circa), Fushë Arrëz (5.000), Vau i Dejës (10.000) e alcune unità amministrative della municipalità di Lezha (30.000). I primi due sono villaggi montani, mentre Vau i Dejës e Lezha (che i veneziani chiamavano “Alessio”) si estendono anche a valle, sulla pianura della Zadrima. Entrambe le zone, pianeggiante e montagnosa, sono segnate da una forte identità culturale legata ad un paesaggio ancora incontaminato. L’agricoltura e l’allevamento a scala familiare sono le attività economiche prevalenti, ma per motivi storici antichi e recenti la popolazione custode di questa tradizione agro-pastorale fatica ad uscire dalla logica della sussistenza.

“Il contesto socio-economico su cui proveremo a incidere è complesso – ha spiegato il coordinatore del progetto Nicola Battistella (RTM) da Pukë, a margine dell’incontro di lancio – stiamo parlando di territori che al momento non offrono prospettive ai giovani, favoriscono l’emigrazione e aggravano la condizione della donna, su cui ricade buona parte del lavoro agricolo in virtù di una cultura patriarcale che lo spopolamento contribuisce ad irrigidire”.

“Il partenariato tra RTM e COSPE – ha proseguito Battistella – proverà a mettere a sistema due esperienze positive: mentre RTM sarà impegnata nella valorizzazione della filiera ovi-caprina dei villaggi, il COSPE lavorerà in pianura, sulla filiera del biologico e dell’ortofrutta. L’obiettivo è duplice: rendere cosciente la popolazione locale del potenziale economico che risiede nelle loro conoscenze e rilanciare all’esterno una zona d’Albania spesso ignorata dagli albanesi stessi”.

“Oggi è una bella giornata per la cooperazione italiana – ha proseguito dal canto suo Nino Merola, titolare della Sede Estera di Tirana dell’AICS – l’Albania ha una base di partenza di grande qualità, materie prime ottime, produzioni artigianali con tipicità spiccate: gli ingredienti che l’ecoturista cerca. Scommettendo su un futuro che non è lontano, oggi abbiamo inaugurato un progetto di cooperazione molto articolato, che si fonda sul Sistema Italia nel suo insieme”. In effetti, attorno alle ong capofila, l’Alleanza ha costruito un partenariato molto ampio, cui aderiscono attori pubblici e privati: dalla Regione Emilia Romagna alla provincia autonoma di Bolzano, dall’Università di Modena al Centro Donna “passi leggeri” e PFD - Partnership for development e poi cooperative, forum e associazioni che a vario titolo hanno scelto di cimentarsi in questo sforzo italo-albanese.

No all’assistenzialismo, sì alla responsabilità

Nella mente dei promotori, il modello agricolo proposto dall’Alleanza dovrebbe accompagnare lo sviluppo dell’Albania settentrionale garantendo al contempo il raggiungimento della sicurezza alimentare, il miglioramento della nutrizione, la promozione di un’agricoltura sostenibile che contrasti la desertificazione e preservi la diversità biologica, l’emancipazione delle donne e delle ragazze. “A chi conosce il territorio questi obiettivi paiono ambiziosi – commenta dal campo base di RTM a Reggio Emilia Francesco Gradari – ma noi abbiamo fiducia nella nostra esperienza e nel nostro metodo. Dal 1999 al 2012 abbiamo lavorato nel vicino Kosovo, dopo un attento studio di fattibilità abbiamo ritenuto che il nord Albania fosse il luogo ideale dove mettere a frutto le competenze acquisite”.

Un pastore in Albania -  Andreas Lehner/flickr

Secondo Gradari, il progetto avrà presa perché mette al centro la responsabilità dei singoli produttori. “Un unico fondo sosterrà interventi strutturali in quattro ambiti di sviluppo – allevamento montano, recupero pascoli, agricoltura biologica, turismo rurale – ma i nostri aiuti non saranno distribuiti a pioggia: saranno concessi tramite bando: un’apposita commissione valuterà quale proposta e quale ‘azienda famigliare’ finanziare”. “L’Alleanza – aggiunge – va concepita come una palestra per i piccoli agricoltori desiderosi di uscire dalla sussistenza economica, affinché siano in grado, tra qualche anno, anche senza di noi, di accedere autonomamente ad altri schemi di finanziamento, siano essi nazionali o europei”.

“In anni in cui l’Unione europea si avvicina – conclude Gradari – è importante che i produttori si rendano autonomi; altrimenti il nord Albania rischia di sganciarsi dallo sviluppo del resto del paese. Il messaggio che vogliamo mandare è duplice: al governo e al ministero dell’Agricoltura albanese, affinché capiscano che anche se la società civile italo-albanese ci sta mettendo il suo, gli investimenti dovranno venire dal pubblico; e ai produttori locali, perché escano dalla logica passiva e assistenzialista che tanto negli anni delle cooperative comuniste quanto negli anni della transizione ha caratterizzato il loro rapporto con la ‘lontana’ Tirana”.

Nei prossimi tre anni quattro “agenti comunitari” fungeranno da collegamento tra il singolo allevatore e le strutture del progetto. Con la collaborazione delle amministrazioni locali, in ogni comune coinvolto saranno aperti sportelli informativi che aiuteranno i potenziali beneficiari nel percorso di accesso al finanziamento, a partire dalla difficile fase della progettazione; nel frattempo verranno avviati attività di formazione in lingua albanese su materie agrarie e veterinarie.

Intanto, lo scorso 15 giugno l’Alleanza ha pubblicato il primo bando rivolto ai soggetti della filiera ovi-caprina. Ha già dunque preso avvio questo contributo per rilanciare e valorizzare una regione troppo a lungo dimenticata.


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