La copertina del libro "Moj osmijeh je moja osveta"

Un incontro con Dževa Avdić, autrice del libro Moj osmijeh je moja osveta (Sorridere è la mia vendetta) nel quale narra la sua esperienza di sopravvissuta di Srebrenica. Riceviamo e volentieri pubblichiamo

29/01/2018 -  Damiano Gallinaro

Fin da quando in Italia giunsero le prime notizie sul massacro di Srebrenica, dentro di me iniziò un lungo percorso di ricerca e riflessione che ancora non si è concluso. Partivo, in questo mio lungo e frammentario viaggio da una semplice domanda: “Perché”? Una domanda solo all’apparenza semplice, perché cercare una risposta significava iniziare una sorta di viaggio iniziatico nei Balcani, dove nulla è facile e quasi tutto può essere interpretato.

E questo viaggio materialmente è iniziato più o meno dieci anni dopo il massacro, nel 2005, con i primi contatti con lo spazio post-jugoslavo.

Un viaggio graduale che nel corso degli anni, partendo da Lubiana, mi ha portato a raggiungere il confine tra Bulgaria e Turchia, passando per il cuore dei Balcani: Sarajevo.

Dalla capitale bosniaca per tortuosi cammini sono arrivato fino a Srebrenica che ancora adesso considero il luogo in cui per la prima volta, nella sua incapacità di comprendere cosa stesse succedendo a Srebrenica e intorno alla città, la Comunità internazionale ha dimostrato la sua inettitudine e in molti casi la sua cattiva coscienza.

Molto si è scritto e molto ho letto su Srebrenica, e naturalmente mi sono fatto una mia idea ben precisa su cosa è accaduto. Per completezza, ho consultato anche testi revisionisti su Srebrenica, nei quali i fatti vengono sminuiti, reinterpretati e ribaltati.

Ma quello che più di tutto mi interessa, e mi è sempre interessato è raccogliere le voci di chi ha vissuto “Srebrenica”, una memoria difficile e controversa.

Nel mio cammino di ricerca ho avuto la fortuna di avvicinarmi alla realtà dei “sopravvissuti” di Srebrenica attraverso le testimonianze raccolte e rese pubbliche dall’Associazione “Žene Srebrenice ” (Donne di Srebrenica) e soprattutto dalla presidente dell'associazione, Hajra Ćatić.

Poi un giorno ho scoperto che una ragazza bosniaca di cui ero diventato amico su un noto social network aveva scritto un piccolo e meraviglioso libro su Srebrenica. Di questo libro ho seguito la genesi, alcune volte senza comprenderne completamente il messaggio, fino alla sospirata versione in inglese, e alla scoperta di un’emblematica storia di vita. Il libro ha un titolo che dà speranza: “Il mio sorriso è la mia vendetta”.

In un periodo storico in cui i toni di qualunque confronto sono spesso aspri e improntati all’offesa, già pensare che una persona che ha perso tutto, la propria casa, parte del proprio parentado, che ha vissuto la realtà di un genocidio, possa reagire a questo male assoluto con un sorriso, mi convinceva sempre di più sulle necessità di conoscere questa meravigliosa persona nella vita reale. E quindi eccoci.

Dževa

Incontro Dževa Avdić a Sarajevo, in una fredda giornata: durante la notte è caduta la prima neve, e la città è in pieno movimento. Dževa, una ragazza con un sorriso solare, è una delle “bambine di Srebrenica”, una delle sopravvissute ai fatti che hanno colpito la cittadina della Bosnia orientale. Sono qui per sentire dalla sua voce il racconto della sua storia.

Mentre parliamo seduti al tavolino di un bar del BBI Centar, con l’ausilio di una sua amica che traduce in bosniaco le mie domande, noto che Dževa è spesso in tensione. Non può immaginare quanto lo sia io che non sono avvezzo a interviste strutturate e spero che la tensione si allenti e che l'intervista diventi una chiacchierata tra amici. La sua voce è calma, pacata, ma tradisce l’emozione del racconto di qualcosa di terribile e che non sarà mai possibile raccontare con distacco.

Le chiedo quanti anni avesse quando tutto è successo. Dževa aveva quasi 6 anni, suo fratello tre anni in più. In modo quasi incredibile lei e il fratello sono nati lo stesso giorno anche se a distanza di anni. Questa casualità forse è anche il motivo del fortissimo legame che li lega, e di cui nel libro si parla in molte occasioni: l’intero lavoro è una forma di restituzione di quanto dato da parte delle persone che Dževa considera i veri eroi della storia, i suoi genitori e suo fratello.

"Voi siete il mio tutto. Voi siete i miei eroi. C'è solo una madre e un padre... Eroi che avete fatto tutto dal nulla. Non avevate frequentato le scuole superiori, non c'era lavoro, non avevamo una casa, neanche i vestiti né il cibo... Ma noi avevamo loro e loro noi..."

Ancora un estratto dal libro di Dževa: "Questo libro è il mio debito! Questo libro è la mia fanciullezza e la mia fanciullezza è nelle mie ferite... un modo per cercare attraverso la scrittura la pace per la mia anima, una cura per il mio cuore e una punizione per il male".

La vita dopo Srebrenica

Chi pensa di trovare nel libro una dettagliata cronistoria di quanto avvenuto a Potočari l’11 luglio del 1995 potrebbe rimanere deluso. Dževa ci racconta sì cos’è stato Srebrenica, ma soprattutto cos’è stato della sua vita e di quella della sua famiglia dopo Srebrenica. Per questo il libro di Dževa è importante e dovrebbe essere letto da più persone possibili in un'Europa che ha perso il senso e la misura dell’accoglienza e della tolleranza.

Nei giorni successivi all’11 luglio inizia la fuga e il calvario della famiglia Avdić. Il padre viene separato dalla sua famiglia prima della partenza forzata verso la regione di Tuzla, il fratello si salva solo perché nascosto dalla madre sotto le proprie gambe. Come molti altri Dževa e la parte femminile della sua famiglia vengono deportati, e cambiano "casa" ben nove volte. Deportati a Potočari dal loro villaggio Zeleni Jadar, passano le prime due notti nel campo e poi il 13 luglio vengono letteralmente spinti verso i bus dove gli uomini vengono separati dalle donne. È qui che la famiglia si divide: il padre di Dževa e il nonno fuggono nei campi, gli altri espulsi.

Verso fine luglio - e dopo essersi ricongiunti al padre che credevano morto - le autorità bosgnacche li collocano a Đurđevik, un piccolo villaggio a maggioranza serba, i cui abitanti furono costretti alla fuga. La vita a Đurđevik in qualche modo ricomincia, Dževa torna a scuola, ma niente è come prima. Racconta: "Mi sentivo come se vivessi in un corpo morto".

A marzo 1996 i genitori decidono di spostarsi a Sarajevo, ma Dževa raggiungerà il padre e il nonno con la madre e il fratello solo al termine dell'anno scolastico. Anche in questo caso trovano alloggio in una vecchia e precaria casa serba abbandonata nei pressi di Vogošća, piccolo paese sulla strada per Zenica poco fuori dall’area urbana di Sarajevo: "Vivevamo in una sorta di terra desolata... la casa era semidistrutta, i vetri inesistenti, il pavimento collassato, il bagno era inadeguato e si trovava nel garage, non c'erano stoviglie, nulla...".

Il racconto di Dževa affronta molti nodi della vita “dopo Srebrenica”.

Il primo è quello riguardante la perdita della propria terra, del proprio parentado, della propria casa e come nel caso della famiglia Avdić, la paradossale necessità di occupare una casa precedentemente occupata da una famiglia serba, come accade dapprima a Đurđevik e poi a Vogošća. Questo vivere nella “casa del nemico” e cosa questo significhi nella vita quotidiana, viene spesso evidenziato da Dževa nel suo racconto. Forse è anche l'abitare in una casa che non potrà mai essere la propria che porterà Dževa a sperimentare un senso di precarietà crescente nella sua vita "dopo Srebrenica". L'acquisto di una casa di proprietà, 18 anni dopo l'addio alla casa di Srebrenica, l'8 settembre 2010, diventerà per tutta la famiglia una sorta di rito di passaggio.

Ma torniamo ai primi mesi a Vogošća. La vita deve andare avanti e in qualche modo prosegue anche se tra tante sofferenze, rinunce e umiliazioni. Dževa e gli altri ragazzi devono percorrere molti chilometri a piedi per arrivare a scuola, percorrendo la strada principale, non importa se ci sia il sole, la pioggia o la neve. A causa delle loro povertà, a scuola spesso sono derisi dagli stessi maestri e inizia a emergere lo "stigma di Srebrenica". La vita scolastica e relazionale di Dževa, infatti, è piena di queste piccole grandi umiliazioni, spesso legate proprio alla sua provenienza.

Questo è un altro nodo fondamentale: come i sopravvissuti a Srebrenica siano stati e sono ancora "vissuti" dal resto della popolazione bosniaca. Dževa racconta come l'essere sopravvissuti a Srebrenica venga visto con disappunto da parte di molti, anche da chi ha subito un lungo assedio da parte dei serbi di Bosnia. Anche nella sua carriera universitaria le umiliazioni saranno molte, come quella volta che un professore le disse: "Voi di Srebrenica siete solo capaci di supplicare e piangere".

Un episodio della vita universitaria di Dževa, in particolare, mette in luce che non solo nella Republika Sprska, ma anche in Federazione siano riscontrabili tentativi di minimizzare quanto accaduto a Srebrenica. Un'amnesia che colpisce in special modo i giovani nati a ridosso o successivamente al genocidio: "Alcuni studenti aspettavano di sostenere un esame, un ragazzo arrivò di corsa e sussurrò ai suoi amici 'Nessuno passerà l'esame se non sa quando è caduta Srebrenica' - ... Io quasi saltai in piedi e mi guardai intorno... per la prima volta mi sentii orgogliosa... c'era qualcuno che non aveva dimenticato... ma successivamente vissi un vero e proprio shock ... molti dei miei colleghi di corso non conoscevano la data della caduta di Srebrenica... ed erano passati soltanto 10 anni... iniziai a chiedermi cosa sarebbe accaduto tra 40-50 anni".

Le umiliazioni continuano nel primo anno di lavoro: "Uno dei colleghi mi chiese: Da dove vieni? - io dissi: Srebrenica. Ci fu silenzio e molta tristezza nei loro visi... poi una collega mi disse con disprezzo: 'Perché non ritorni a vivere lì... ?' Perché non abbiamo più una casa lì... La sua risposta fu terribile 'Bene, non ne avrai una qui sicuramente'".

Potočari

La chiacchierata va avanti tra qualche difficoltà linguistica e qualche sorriso. Ci avviciniamo alla fine, ed è ora il momento di affrontare un argomento sicuramente difficile ma che è centrale per comprendere l'importanza del racconto di Dževa: il suo rapporto con Srebrenica e in particolare con Potočari, luogo di memoria e di memorie.

Dževa racconta di come il libro sia scaturito proprio dalla sua prima visita a Potočari, divenuta una sorta di liberazione: "Non ritornai a Potočari fino all'11 luglio del 2013. Il primo passo fu molto difficile. Le mie gambe sembravano piegarsi, erano pesanti e mi sentivo come se tutto il corpo non fosse mio... avvertii un forte dolore al petto... l'aria mi sembrava pesante come la pietra e dolorosa come una ferita... Dopo la visita non riuscivo a smettere di piangere ... ma fu in quel momento che capii che dovevo fare qualcosa per tutte le persone che giacevano a Potočari. Dovevo parlare, far sapere quanto accaduto perchè non venga dimenticato. Così mi venne l'idea del libro, pensato come strumento di restituzione".

Il racconto di Dževa conferma, come se davvero ce ne fosse bisogno, che Srebrenica sia “accaduta”. E questa non è una riflessione banale, perché il tentativo di rivedere e di sminuire quanto accaduto a Srebrenica esiste ed è molto forte, anche in molti ambienti dell’estrema sinistra in Italia.

Rivolgo a Dževa una domanda proprio su questa pubblicazione uscita in Italia qualche anno fa. Il titolo del libro in questione è "Srebrenica: come sono andate davvero le cose " un libro uscito in Germania e edito in Italia nel 2012. In quarta di copertina diviene chiaro quale è il messaggio del libro: "La versione ufficiale è una menzogna propagandistica ... in questo libro si dimostra che il massacro c'è veramente stato ma fu un massacro ai danni dei serbi". Il libro, le spiego, ha avuto un certo successo ed è stato distribuito anche in grandi librerie italiane. La reazione di Dževa è di sorpresa e subito dopo di dolore visto che probabilmente questo dimostra come non solo in Italia ma nell'intera Europa unita non si sia davvero compreso cosa è successo a Srebrenica.

Alla fine concordiamo sul fatto che è giunta l'ora in cui il giorno della memoria che ricorda Srebrenica, l'11 luglio, divenga un giorno della memoria europeo, e non soltanto una memoria “locale”. Concordiamo sull'auspicio che in Europa Occidentale si inizi a visitare non solo Auschwitz ma anche Srebrenica, Potočari e il museo del genocidio che si trova a Sarajevo. Questo per comprendere cosa è avvenuto, quali e di chi sono le colpe, comprese quelle dell’Europa e della NATO naturalmente.

Che l'11 luglio diventi un giorno della memoria universale per ricordare che "siamo sopravvissuti e siamo qui a combattere la nostra battaglia, a mostrare al mondo la nostra forza e il nostro cuore di acciaio. Noi, i sopravvissuti, siamo stati uccisi comunque, perché saremo marcati per sempre. Noi popolo di Sreberenica siamo obbligati a parlare, a scrivere, e a ricordare, per ottenere la nostra vendetta con le parole e non con l'odio o le armi".

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Al Jazeera Balkans ha realizzato un video (in lingua bosniaca) in cui Dževa Avdić racconta la sua storia


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