Nella Valle del Pankisi - Matteo Zola

Nella valle del Pankisi vive la piccola comunità dei kist, popolo vainakh portatore di antiche tradizioni e di una cultura che oggi rischia di essere cancellata a causa dell’estremismo islamico

06/10/2016 -  Emanuele CassanoMatteo Zola

(Quest'articolo è il primo di due dedicato alla Valle del Pankisi e realizzati a seguito di un viaggio degli autori nella Georgia nord-orientale)

La valle del Pankisi si trova ai piedi del Grande Caucaso, nella Georgia nord-orientale, proprio al confine con la Cecenia, ed è abitata dai kist, una piccola comunità di fede musulmana, che ha saputo conservare nel tempo le proprie antiche tradizioni.

La valle del Pankisi è diventata negli ultimi anni un centro di diffusione del fondamentalismo islamico e base per il reclutamento di mujaheddin destinati ad andare a combattere in Siria, al punto che uno dei capi del cosiddetto Stato islamico, Omar al-Shishani, è nato proprio in uno dei villaggi della valle. Il Pankisi si è guadagnato così l’attenzione della stampa internazionale, ma dietro ai titoli sensazionalistici si cela una realtà complessa. Per comprenderla siamo andati nella valle, vivendo ospiti della popolazione locale, osservando da vicino i traumi di una comunità che, dell’estremismo islamico, è la prima vittima.

Chi sono i kist?

Nella Valle del Pankisi - Matteo Zola

Nella Valle del Pankisi - Matteo Zola

I kist discendono da quei popoli vainakh (ceceni e ingusci) che, a partire dalla prima metà del XIX secolo, spinti dalle difficoltà economiche, da alcune faide interne e dalla pressione dell’invasione russa, decisero di attraversare le montagne del Grande Caucaso per stabilirsi nei territori dell’attuale stato georgiano. Qui conservarono le proprie tradizioni, la lingua, la religione e la struttura sociale tipica dei popoli vainakh.

I kist di oggi hanno accolto parte degli usi e costumi georgiani, tuttavia mantengono forti legami identitari con il mondo ceceno, di cui si sentono parte. La loro particolare struttura sociale è alla base della conflittualità che da due secoli li oppone al mondo russo e, più recentemente, della permeabilità della comunità kist nei confronti dell’estremismo islamico.

L’organizzazione sociale

Alla base di tutto c’è il gruppo familiare (tsa, "casa"), diretto dal capofamiglia, al di sopra del quale vi è il clan (teip), formato da un consiglio degli anziani i cui membri vengono eletti democraticamente tra i capifamiglia di ogni tsa. Il teip ha il compito di dirimere ogni questione o disputa interna, oltre a prendere decisioni di tipo politico ed economico. Al di sopra del teip vi è il tukkhum, ovvero un’alleanza tra clan formata a sua volta da un consiglio composto dai più eminenti rappresentanti di ogni teip. L’unione delle diverse alleanze dà infine vita alla nazione (kham), il livello più alto della struttura sociale dei kist, la quale comprende idealmente l’intero territorio attualmente popolato dalle tribù vainakh.

Questo tipo di struttura sociale ha impedito la nascita di forme di stato organizzato, sul modello europeo, percepite dai popoli vainakh come oppressive, e anche quando figure politico-religiose, come quelle di Sheikh Mansur e dell’Imam Shamil, sono assurte al ruolo di guida nelle guerre contro i russi, lo hanno fatto sotto l’egida del tukkhum. I russi, abituati a cooptare le classi dirigenti locali nell’aristocrazia imperiale, non trovarono nelle genti vainakh alcun capo, né una nobiltà, che potessero integrare nel loro sistema di potere. La strenua resistenza dei popoli vainakh, legati alle loro tradizione di libertà “democratica”, convinse Mosca dell’impossibilità dell’assimilazione e dell’integrazione, spingendo le autorità zariste a usare la linea dura, come già coi circassi, ricorrendo alla pulizia etnica e all’eliminazione fisica del nemico, bruciandone gli aul, i villaggi, e disperdendo la comunità.

La lotta delle genti vainakh contro i russi ha visto, nelle guerre cecene condotte da Elstin, prima, e Putin poi, una fase moderna dell’antico conflitto. La valle del Pankisi, trovandosi in territorio estraneo alla contesa, è così divenuta rifugio per migliaia di profughi provenienti dalla Cecenia ma anche base di reclutamento per combattenti pronti a difendere la nazione vainakh. Così i kist del Pankisi, accorsi in aiuto dei “fratelli” ceceni, poterono sperimentare la guerra e, con essa, l’estremismo islamico che nel frattempo si era diffuso in Cecenia proprio a causa del conflitto. Tra coloro che ripararono nel Pankisi durante le fasi più acute degli scontri, anche Shamil Basaev, signore della guerra ceceno, tra i principali componenti dell’ala radicale dell’insurrezione islamista anti-russa. Al termine delle guerre cecene, la valle diventò base per l’addestramento e il reclutamento di combattenti da mandare in Siria. La diffusione del wahhabismo nel Pankisi gonfiò le fila dei volontari.

Wahhabismo e sufismo, l’impari lotta

Il wahhabismo predica una visione ultra-ortodossa dell’Islam, ed è servito a unire le tribù della penisola araba nel XVIII secolo, fornendo i fondamenti per l’edificazione dell’attuale stato saudita. E’ giunto nel Caucaso negli anni Novanta, al seguito di signori della guerra come Ibn al-Khattab, veterano del conflitto in Afghanistan contro i sovietici, alleato di Shamil Basaev durante le guerre russo-cecene, capace di raccogliere denaro dai paesi del Golfo, incrementando così la propria popolarità tra i ceceni, compresi quelli quelli del Pankisi, tant’è che si ritiene che al-Khattab avesse riparato per un certo periodo proprio a Duisi, il villaggio principale della valle. Una presenza confermata dall’incursione che, nel 2002, le forze speciali russe fecero nel Pankisi per ucciderlo, tuttavia senza successo. La presenza di uomini come Basaev e al-Khattab nel Pankisi dimostra quanto la valle sia integrata nel mondo ceceno, e di come le autorità georgiane abbiano per lungo tempo perso il controllo dell’area a favore dei fondamentalisti che ebbero, nel Pankisi, una sorta di piccolo “stato islamico” ante-litteram.

I kist del Pankisi, come i ceceni in generale, sono tradizionalmente legati al sufismo, dottrina mistica dell’Islam, e si raccolgono attorno a due principali confraternite, la Naqshabandiya e la Qadiriya. Quest’ultima pratica lo dhikr un rituale mistico fatto di danze e canti, che è ancora possibile osservare nella valle. Ogni venerdì le anziane dei villaggi si trovano alla moschea “vecchia” per discutere dei problemi della comunità, a cui fanno precedere una forma peculiare dello dhikr, modulato attraverso un canto polifonico e accompagnato da danze circolari.

Il sufismo è apparso debole di fronte alla sfida teologica mossa dal wahhabismo i cui imam, pubblicamente, e persino in televisione, hanno per anni sfidato i leader religiosi sufi mostrandone l’inadeguatezza. Un’inadeguatezza che è figlia di una mancanza di formazione teologica degli imam, i quali svolgono un ruolo legato più alla tradizione che alla dottrina, intimamente connesso alle comunità di cui fanno parte.

Secondo Khaso Khangoshvili, capo del consiglio degli anziani del Pankisi, ben l’80% dei kist professa oggi un Islam di tipo wahhabita. In meno di vent’anni, spiega Khangoshvili, il wahhabismo ha preso il sopravvento sulla tradizione sufi, facendo proseliti soprattutto tra i giovani, attratti dai denari e dalle promesse di gloria dei reclutatori wahhabiti, che sfrecciano su Mercedes fiammanti lungo le povere strade dei villaggi. Forte del doppio vantaggio, economico e teologico, il wahhabismo è uscito vincitore dalla sfida col sufismo, ma questo sta condannando all’estinzione la cultura kist, lacerando le famiglie e dividendo i teip, agendo in modo feroce sugli affetti e segnando terribilmente il futuro dell’intera comunità.


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