qui di seguito una bozza interattiva del percorso storico del DVD

07/04/2008 -  Anonymous User

Prima parte

Tra '800 e '900 la dissoluzione dell'Impero Austro-Ungarico, la nascita dell'Italia e della Jugoslavia danneggiano gravemente il carattere plurietnico del nord-Adriatico e ne distruggono i secolari rapporti di convivenza.

I due nuovi stati si contendono la regione con l'obiettivo di garantirsi frontiere sicure e difendere gli interessi della propria nazione a scapito delle altre.

Dopo la terza guerra d'indipendenza e l'annessione del Veneto, il neonato stato italiano si pone il problema del proprio confine orientale. Gli irredentisti italiani, unendo la volontà di compimento del processo di unificazione nazionale con le velleità da grande potenza del nuovo stato, mirano ad sottrarre all'impero Austro-Ungarico la Venezia Giulia, l'Istria, la Dalmazia. La soluzione al problema dell'eterogeneità etnica del nord-Adriatico viene identificata nell'assimilazione alla "civiltà italiana" delle altre componenti etniche. L'occasione per concretizzare questo progetto è offerta dalla vittoria nella prima guerra mondiale a seguito della quale l'Italia annette nuovi territori con una popolazione di circa 400.000 sloveni e 100.000 croati.

La politica di snazionalizzazione imposta dall'Italia alle minoranze alimenta la presa di coscienza nazionale delle nascenti borghesie slovena e croata all'interno delle quali, di fronte alla dissoluzione dell'Austria-Ungheria, si era affermato il progetto di unificazione politica degli slavi del sud, realizzato con la nascita del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni nel 1918.

Le conquiste territoriali italiane, costate la vita a circa 600.000 persone, vengono considerate insufficienti dai nazionalisti che di conseguenza elaborano il mito della "vittoria mutilata" basato sul presunto diritto italiano ad annettere la città di Fiume e la Dalmazia.

E' proprio con la nascita del cosiddetto "fascismo di confine" che si consuma la crisi dello stato liberale italiano e si afferma il progetto politico di Mussolini.

Seconda parte

L'Italia fascista incrementa la politica repressiva nei confronti delle minoranze slovene e croate

e si adopera per la destabilizzazione del paese confinante. La Seconda guerra mondiale fornisce l'occasione di realizzare le mire espansioniste italiane nei Balcani con l'aggressione della Jugoslavia nel 1941 che comporta l'annessione di parte della Slovenia e l'occupazione della Dalmazia nel nord-Adriatico. Nei territori annessi la guerra trasforma le politiche repressive del Fascismo in violenza indiscriminata.

Il progetto imperialista italiano, con la disfatta del 1943, lascia il posto a quello tedesco che nei territori occupati del cosiddetto Litorale Adriatico persegue, come altrove, la politica di sterminio degli ebrei provocando l'annichilimento di una delle componenti etniche della regione.

Con la vittoria della guerra di liberazione nazionale nel 1945, la Jugoslavia strappa all'Italia buona parte dei territori nord-adriatici conquistati dopo la prima guerra mondiale.

La violenza politica del nuovo regime comunista jugoslavo provoca l'esodo di massa della minoranza italiana residente nel paese modificando nuovamente la composizione etnica della regione.

Terza parte

Durante la guerra fredda sul confine nord-adriatico si confrontano due sistemi politici opposti

ma nel contempo si confermano gli assetti territoriali stabiliti dai trattati di pace

. A partire dagli anni '60, grazie al graduale miglioramento delle relazioni tra Italia e Jugoslavia, rinasce anche l'economia trasnfrontaliera della regione.

La modernizzazione economica del dopoguerra trasforma nuovamente la composizione etnica della regione nord-Adriatica. Nella parte italiana, dopo l'emigrazione all'estero (Australia, America del nord e del sud) di migliaia di cittadini in fuga dalla crisi economica, segue l'immigrazione dal mezzogiorno di cittadini in cerca di lavoro nei cantieri navali della Venezia-Giulia. Nella parte jugoslava, le zone abbandonate dai 250.000 esuli italiani sono ripopolate da cittadini affluiti dal resto del paese, e successivamente si assiste ad un fenomeno di migrazione interna, simile a quello italiano, dalle repubbliche meridionali verso quelle del nord più sviluppato. Infine, a partire dagli anni '90 l'immigrazione internazionale porta nel nord-Adriatico migliaia di cittadini da tutto il mondo riaffermando l'identità multiculturale della regione

.

Nel 1991, la stabilità dei confini è nuovamente messa in discussione con la dissoluzione della Jugoslavia. La nascita di Slovenia e Croazia frammenta nuovamente la regione. Tra questi due paesi, il confine che per tutto il '900 era stato di tipo amministrativo, si trasforma in un rigido confine politico oggetto di nuovi contenziosi territoriali, conflitti etnici, e ostacoli alla libertà di movimento. I nuovi paesi sorti dalla dissoluzione della Jugoslavia ripropongono politiche vessatorie nei confronti delle minoranze, vecchie e nuove

, perseguendo l'obiettivo dello stato-nazione etnicamente puro.

A partire dalla seconda metà degli anni '90 il percorso di integrazione nell'Unione Europea di Lubiana consente la rapida trasformazione del confine italo-sloveno in confine interno dell'Unione Europea ma lacera nuovamente la regione costringendo i cittadini croati allo status di extra-comunitari e dividendo comunità locali unite da secoli di storia.

MATERIALE AL DI FUORI DEL EPRCORSO MA LINKATO DALLA PAGINA:

Voci:

- Voci risiera san Sabba (audiodoc)
- discriminazione dei rom in FVG (audiodoc)
- I monfalconesi (audiodoc)
- Volti di un esodo (Museo Storico in Trento)

Materiali:

- Relazione commissione mista italo-slovena
- testi dei vari trattati

Cartine

Cronologia

Bibliografia


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