Dietmar/flickr

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Domenica 1 novembre la Turchia torna alle urne in un clima di forte tensione dopo gli attentati di Ankara. Intervista a Soli Özel, docente all’Università Kadir Has di Istanbul ed editorialista di Haber Türk

28/10/2015 -  Fazıla Mat Istanbul

La Turchia si appresta a nuove elezioni politiche, stavolta anticipate, la seconda volta in quattro mesi. Qual è il clima nel paese, dopo il terribile attentato di Ankara?

In Turchia il clima è teso dalle elezioni dello scorso 7 giugno, ma soprattutto da quando il 23 luglio scorso è ricominciata l’ondata di violenze nel paese. L’attentato di Ankara è stato scioccante, e nonostante ciò non è stato percepito come una sorpresa. In Turchia esistono dei gruppi che non sembrano pensare ad altro che alle elezioni per uscire dall'attuale impasse. Non credo che l'attacco influirà in maniera rilevante sulle scelte dell’elettorato, come accaduto ad esempio nel caso dell’attentato alla stazione di Madrid in Spagna nel 2004.

Gli ultimi sondaggi non indicano un cambiamento importante nelle previsioni elettorali rispetto al risultato emerso dalle consultazioni del 7 giugno. Quali sviluppi pensa sia lecito attendersi se si ripresentasse lo stesso risultato?

Non è possibile prevederlo con certezza. Ritengo che stavolta si andrebbe a formare una coalizione, ma non sappiamo quali potrebbero essere le parti di una tale alleanza. Allo stesso modo, non si può dire nemmeno se un governo formato in questo modo avrebbe lunga durata. Una futuribile coalizione formata dal Partito della giustizia e dello sviluppo (AKP) e dal Partito di azione nazionalista (MHP) a mio parere non avrebbe conseguenze positive, soprattutto riguardo alla questione curda. Un'alleanza tra l’AKP e il Partito repubblicano del popolo (CHP), d’altro canto, avrebbe un effetto di distensione per la Turchia e permetterebbe di focalizzarsi meglio su alcune questioni con conseguenze, a mio avviso, più positive.

Le scelte fatte dalla Turchia in politica estera, in particolare sulla Siria, hanno avuto effetti anche sulla situazione interna. Il fatto che la Turchia dalla fine del luglio scorso ha deciso di prendere parte attiva nella coalizione anti-Isis guidata dagli Stati Uniti, unendosi ai bombardamenti, può aver suscitato una contro-reazione da parte dello Stato Islamico?

In realtà il grado di partecipazione della Turchia ai bombardamenti è avvolto da un mistero. Gli USA dicono che Ankara non è molto attiva, Ankara afferma invece di sì, e aggiunge di avere iniziato a contrastare lo Stato Islamico già da prima. Allo stesso tempo non vengono fornite le coordinate che indichino quali sono gli obiettivi colpiti. Quindi non è possibile sapere realmente se la Turchia faccia sul serio o meno. Se si considerano le informazioni che arrivano da fonti terze, si capisce che la Turchia, più che colpire obiettivi dello Stato islamico ha colpito quelli del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK). È plausibile pensare che lo Stato Islamico abbia iniziato a colpire la Turchia in considerazione del fatto che Ankara ha preso parte attiva nella coalizione USA. Tuttavia, se consideriamo gli attentati di Diyarbakır e di Suruç [attribuiti a membri di cellule turche dello Stato Islamico, nda], va tenuto conto che entrambi sono stati compiuti prima che la Turchia concedesse agli Stati Uniti l’utilizzo della base militare di İncirlik [in funzione anti-Stato islamico]. Quindi non so dire se sia corretto collegare gli attentati alla partecipazione di Ankara alla coalizione.

Il processo di pace con i curdi è stato interrotto o, come ha detto il governo,  ‘congelato’. Lei pensa che le trattative possano essere riprese? Quali possono essere le condizioni per cui questo possa avvenire?

Ritengo che la tensione generata dalla questione curda dipenda anche dal risultato emerso dalle elezioni del 7 giugno. Penso anche che sia il PKK che il presidente Erdoğan non gradiscano il successo raggiunto dal Partito democratico dei popoli (HDP, filo-curdo). Se dopo le elezioni si ottenesse lo stesso risultato del 7 giugno e si formasse un governo di coalizione che includa il CHP, penso che si potrebbero fare passi avanti sulla questione all'interno del parlamento. Questo potrebbe costituire una base importante per far ripartire il processo. Non credo che la Turchia sia più in grado di sopportare l’ondata di violenza generata a causa della questione curda.

Ritiene che ci sia ancora speranza?

Non so se si tratta più di un auspicio o di un’analisi, ma non credo la Turchia possa continuare a sostenere questa situazione ancora a lungo.

Sicuramente la tensione è dovuta anche alla forte polarizzazione interna alla società turca…

Sì, ma la polarizzazione non si alimenta da sola. Sono gli attori politici che spingono la società in questa direzione. Forse si tratta di una strategia compiuta in vista delle elezioni. Dopo le elezioni questa retorica, le azioni e le posizioni che creano le divisioni forse si calmeranno e si andrà alla ricerca un atteggiamento diverso. Penso che in questo senso, l’inclusione del CHP in un futuro governo possa veramente fare la differenza.   


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