Ivo Goldstein

Ivo Goldstein

Revisionismo storico, memorie divise, il campo di concentramento di Jasenovac (Croazia) continua a far discutere e dividere le comunità della regione. Ivo Goldstein, noto storico croato, ci spiega il perché di un'annosa diatriba

23/04/2019 -  Giovanni Vale

Anche quest'anno, come accade dal 2016, due cerimonie contrapposte hanno ricordato la liberazione del campo di concentramento di Jasenovac, il 22 aprile 1945. Le comunità ebraica e rom, così come il rappresentante della minoranza serba, hanno deciso di non partecipare alle celebrazioni ufficiali, accusando il governo di Andrej Plenković di non essere abbastanza fermo nella lotta al revisionismo storico. Ne parliamo con Ivo Goldstein, celebre storico croato e autore di un recente saggio su Jasenovac (Fraktura, 2018).

Per il quarto anno consecutivo, la cerimonia ufficiale a Jasenovac è stata boicottata. Perché?

Perché il governo continua a commettere errori, non c'è sincerità nella loro condanna di quegli eventi. Questo perlomeno è il mio parere, non sono io che ho deciso il boicottaggio della cerimonia.

Di che tipo di errori parliamo? Nel 2016, ai tempi del governo Orešković, era palese che il governo sponsorizzasse il revisionismo storico. Oggi, l'esecutivo Plenković non ha cambiato proprio nulla?

Cito un esempio recente. A metà marzo, la ministra della Scienza e dell'Educazione, Blaženka Divjak, ha inviato una circolare alle scuole per invitare gli insegnanti a portare gli allievi in gita a Jasenovac. Un’iniziativa lodevole, dato che oggi appena una manciata di classi visitano l'ex campo di sterminio. Purtroppo però, nella circolare non si fa riferimento agli ustascia. Si parla semplicemente del “campo di Jasenovac” e si menziona unicamente la Shoah. Niente sui serbi o sui rom che morirono nel lager.

Documento ufficiale del campo di Jasenovac indicante internati ebrei

Documento ufficiale del campo di Jasenovac indicante internati ebrei

Perché?

Perché il governo agisce solo in risposta a pressioni esterne o per rispettare degli obblighi internazionali. Non per la cultura della memoria. Non ho parole per descrivere quanto questo atteggiamento sia negativo. Per cui l'iniziativa di Divjak è certo un buon inizio, ma mostra tutta la debolezza e i limiti dell'azione del governo.

Perché per il governo croato è così difficile sposare la verità storica su Jasenovac?

La ragione è politica. Il governo pensa che l'estrema destra sia influente e nella speranza di soddisfarli fanno queste concessioni. È orribile. Non si rendono conto che non soltanto questo non calma l'estrema destra, ma non rende nemmeno il problema più piccolo. Al contrario, i revisionisti rimangono lì e ne escono ringalluzziti.

Da dove nasce questa diatriba su Jasenovac?

È un tema che ossessiona la Croazia da più di 70 anni. Bisogna sapere innanzitutto che dopo il 1945, nel primo Dopoguerra, la Jugoslavia manipolò il numero delle vittime di guerra per ottenere delle riparazioni maggiori al tavolo della pace. Ecco che, anche se i demografi jugoslavi avevano stimato 1 milione di morti e una perdita demografica di 1,7 milioni (ovvero contando anche gli emigrati, i non nati eccetera), a Parigi i diplomatici jugoslavi parlarono di 1,7 milioni di morti. Da lì, non si sa bene come, nacque l'idea che 700mila di questi fossero morti a Jasenovac. Era una bugia, ma in un sistema totalitario, quel che dice il governo è verità.

Quella cifra è rimasta valida a lungo?

Sì, a livello ufficiale si è continuato a parlare di 700mila morti a Jasenovac, anche se nel 1964 una ricerca realizzata a Belgrado è arrivata a quota 59.500 vittime. Quel dato è semplicemente rimasto segreto e la ricerca mai pubblicata. È stata resa nota solo negli anni Novanta grazie ad un istituto bosniaco musulmano. Ma tra gli storici, nei primi anni Novanta, era già chiaro che i morti non potevano essere 700mila, semplicemente perché il bacino da cui arrivavano le vittime del campo non avrebbe mai potuto fornire quella cifra.

Il revisionismo croato nasce dunque in risposta all'esagerazione jugoslava?

Io penso ci siano tre principali origini del revisionismo croato su Jasenovac. Da un lato, sì, la risposta ai 700mila. Dall'altro, la necessità di creare una nuova storiografia con il nuovo Stato e quindi rigettare tutto ciò che era jugoslavo. E infine, la voglia dei gruppi più nazionalisti di riscrivere la storia, facendo passare il regime ustascia per qualcosa di positivo per la Croazia. Storicamente poi, la causa scatenante è stato il revanchismo serbo degli anni Ottanta, quando a Belgrado si è iniziato a dire che “i 700mila erano tutti serbi”, o che “i croati sono collettivamente colpevoli per Jasenovac” o addirittura a menzionare “milioni” di morti. Lo stesso Tuđman risponde per primo all'isterismo serbo col suo libro Bespuća povijesne zbiljnosti [Gli orrori della guerra], pubblicato nel 1989.

Qual è il punto di vista del primo presidente croato?

Tuđman cerca di controbilanciare e ha il merito di fare la differenza tra ustascia e croati, ma il suo lavoro finisce per complicare ancor più le cose. Sviluppa una teoria secondo cui i veri colpevoli sarebbero sei kapò ebrei, a suo dire “privilegiati” nel campo. Difficile da credere visto che cinque di loro muoiono prima del 1942. Insomma, Tuđman cerca di attenuare le colpe della Croazia, ma sbaglia metodo. Gli ustascia non possono essere difesi. Al contrario, una verità storica è che verso la fine della guerra, la maggioranza dei croati partecipa alla lotta antifascista. I croati sono più numerosi tra i partigiani che tra gli ustascia.

Oggi cosa dice la storiografia sul numero dei morti a Jasenovac?

La lista al campo di Jasenovac riporta 83.811 nomi, quella al museo del genocidio di Belgrado ne ha 84mila. Secondo me, potrebbe mancare ancora un 10-20%, tenendo anche conto del fatto che gli storici moderati di Belgrado parlano di 120mila possibili vittime. Si arriverà insomma, a circa 100mila vittime, penso. Ma la ricerca non è finita. Io ho proposto ai rappresentanti di Croazia, Serbia e Bosnia Erzegovina di condividere i dati e fare una ricerca congiunta, ma nessuno è interessato.

Da dove arrivano invece i dati dei revisionisti croati che parlano di 18mila morti, come fa ad esempio Jakov Sedlar nel suo documentario “Jasenovac la verità”, per altro premiato dalla città di Zagabria?

Sono balle. Queste persone sono semplicemente degli infami che sanno di mentire. Ci sono centinaia di documenti dell'epoca che riportano i nomi delle persone uccise a Jasenovac. Basta guardarli. È quello che faccio io. Mi accusano di non amare la Croazia, di dire bugie, ma io riporto solo quello che vedo nei documenti.

È dunque questa contro-narrativa basata su falsità che il governo croato non riesce o non vuole estirpare?

Sì, persino il governo sostiene la tesi per cui “i croati non possono essere dei criminali di guerra”. Ma così non si va da nessuna parte.


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