Proteste a Gezi Park

Proteste a Gezi Park

Documentare, utilizzando lo spazio digitale, per rompere il clima di crescente censura e repressione in Turchia. E' quanto fanno gli attivisti del progetto "bak.ma"

21/06/2017 -  Giovanni Vale

“Non guardate!”, “Disperdetevi!”, “I cittadini normali si disperdono!”. Le frasi che i poliziotti ripetono al megafono, mentre avanzano tra i manifestanti con scudi di plexiglas e cannoni ad acqua, sembrano provenire dalle pagine di un romanzo di fantascienza. “I cittadini normali si disperdono!”, direbbero i pompieri di Ray Bradbury ai curiosi che si accalcano attorno ai roghi di libri.

Ma non siamo nel mondo immaginario di “Fahrenheit 451” o di “1984”, bensì nella Turchia contemporanea, dove “Non guardate!” è davvero uno degli slogan usati dalle forze dell’ordine e, da poco, anche il nome di un sito internet creato da un gruppo di attivisti. Dal 2014, “bak.ma” - che in turco significa appunto “Non guardate” - è un portale che si pone un obiettivo diametralmente opposto a quello degli agenti: mostrare, a quante più persone possibile, che cos’è diventata la Turchia di oggi, sfidando la censura del regime e proponendo una narrativa alternativa a quella del presidente Recep Tayyip Erdoğan.

Spazio digitale, spazio pubblico

“Durante le proteste di Gezi Park nel 2013, abbiamo iniziato a mettere da parte i nostri filmati ed un anno dopo abbiamo aperto bak.ma, che oggi contiene più di 2.000 ore di video di proteste, cortei e manifestazioni svoltesi in Turchia dal 1997 a oggi”, racconta Clarisse (il nome è di fantasia), tra i fondatori del progetto. Dominio marocchino, server in Germania, hard disk sparsi in Europa e in Turchia, questo archivio digitale ha dovuto pensare a diversi espedienti per evitare la repressione delle autorità di Ankara, che due mesi fa si sono spinte fino ad oscurare le pagine di Wikipedia. Convinti che “lo spazio digitale è uno spazio pubblico”, i militanti di bak.ma hanno raccolto quasi 1.300 video, utilizzando un software open-source tedesco (Pan.do/ra) e contando inizialmente sul sostegno dei colleghi indiani di “Pad.ma” (l’abbreviazione di Public Access Digital Media Archive), un archivio digitale nato nel 2010 e che ha fornito agli attivisti turchi i primi consigli su come gestire l’upload, lo stoccaggio e l’editing online dei video.

“Il nostro scopo non è soltanto quello di salvaguardare i filmati, ma anche quello di denunciare la violenza poliziesca e di creare una nuova storia, diversa dall’interpretazione che le autorità danno degli eventi in corso in Turchia”, spiega la giovane “media activist”, come lei stessa si definisce. Gli oltre 4 TB di dati, a volte provenienti da videocassette digitalizzate, raccontano l’ascesa di Erdoğan vista dalla strada, il suo passaggio da sindaco di Istanbul a premier, a presidente ed uomo forte della Turchia. Si vedono i cannoni ad acqua colpire i cittadini che riprendono i cortei, i poliziotti lanciare gas lacrimogeni contro manifestanti seduti a terra, o ancora si possono ascoltare interviste e dibattiti, secondo un modello di “archiviazione indipendente”, che dall’India e dalla Turchia si è diffuso anche in Egitto, Siria, Ucraina e Stati Uniti. Una “piattaforma aperta a tutti” ed “un archivio vivente”, come lo dipingono i militanti di bak.ma, “perché non si tratta di ricordare il passato, ma di creare uno spazio dove si possa parlare del presente”. Uno spazio che in Turchia, si fa però sempre più ristretto.

Il potere delle immagini

“Con le proteste di Gezi Park, il regime ha capito la potenza delle registrazioni e dei media e, ora, è sempre più difficile filmare - afferma Clarisse - Chi riprende una manifestazione può essere fermato e torturato ed il suo telefonino o videocamera sono requisiti”. Nella primavera del 2013, una manifestazione nata per fermare la distruzione del parco Gezi a Istanbul si è trasformata in un movimento su scala nazionale dopo un intervento brutale della polizia (il bilancio fu di oltre 8mila feriti e ben otto morti). Da allora, la libertà di espressione è andata via via restringendosi, in particolare dopo il fallito golpe dell’estate del 2016. In un anno, diverse ondate di arresti e licenziamenti hanno colpito decine di migliaia di persone: a fine maggio 2017, 159 giornalisti erano in carcere, così come 50mila persone considerate vicine al movimento gülenista [accusato dal governo di essere dietro al tentato colpo di stato N.d.R.], mentre 150mila tra giudici, insegnanti, poliziotti o funzionari statali erano stati sospesi o allontanati dal posto di lavoro.

Per gli attivisti di Bak.ma il pericolo non è dunque solo teorico. “Un mio amico è stato arrestato meno di un mese fa mentre registrava una protesta. E’ stato in custodia per qualche giorno, poi l’hanno messo in prigione. Non si sa ancora quando passerà in tribunale”, prosegue la giovane militante, che ha fatto dell’archiviazione indipendente l’argomento della sua ricerca di dottorato.

Speranze di cambiamento

Accettando anche i video provenienti dalle città a maggioranza curda e permettendo così di diffondere le immagini delle proteste curde e della dura repressione a cui vanno incontro, Bak.ma rompe infine un altro assioma della propaganda di Erdoğan, quello che punta a dividere turchi e curdi. “Se i movimenti e i partiti di opposizione riescono a creare una reazione di massa, possiamo ancora cambiare le cose in Turchia”, afferma Clarisse, sicura di sé.

Per il momento, quest’attivista originaria di Ankara resta dunque ottimista, spiega di non avere paura e assicura che continuerà a viaggiare all’estero per presentare il suo progetto di archivio digitale. E a chi le chiede da dove arriva il nome “bak.ma”, risponde leggendo un passo dello scrittore Ulus Baker che ha ispirato lei e i suoi compagni d’avventura. “'I cittadini normali si disperdono'… Un annuncio della polizia poteva essere sentito nel centro di Ankara. I cittadini non 'normali' dovevano essere quelli circondati dagli agenti e dai mezzi pronti a sparare acqua. Il desiderio dello Stato era certamente quello di farli 'sparire' e disperderli il prima possibile" (“Ölüm Orucu - Notlar”, 1996).

Questa pubblicazione è stata prodotta nell'ambito del progetto European Centre for Press and Media Freedom, cofinanziato dalla Commissione europea. La responsabilità sui contenuti di questa pubblicazione è di Osservatorio Balcani e Caucaso e non riflette in alcun modo l'opinione dell'Unione Europea. Vai alla pagina del progetto


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