Fonte: Flickr

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La querela di un giudice albanese mette in guardia sugli abusi che possono nascondersi dietro alla (giusta) legge sulla diffamazione. Il giurista ha chiesto 83 mila euro di “danni morali” a giornalisti e organi di stampa indipendenti

13/07/2017 -  Austin Faulds

(Pubblicato originariamente in inglese da International Press Institute)

Il controverso tentativo di un giudice albanese di infliggere multe per danni morali a giornalisti e organi di stampa che si sono occupati delle sue proprietà e del suo coinvolgimento in un’inchiesta di corruzione mette in luce la minaccia che una legge sulla diffamazione può porre nei confronti della libertà dei mezzi di informazione in Europa.

La sezione albanese del Balkan Investigative Reporting Network (BIRN) e il quotidiano Shqiptarja, così come due giornalisti di ciascuno di questi enti, fronteggiano una richiesta combinata di 83 mila euro in due casi sollevati, rispettivamente, da Gjin Gjoni, membro dell’Alto Consiglio della Giustizia Albanese, e da un giudice della Corte d’Appello. I casi muovono da un'attenzione degli enti verso Gjoni, uno dei giudici più ricchi del paese, il cui patrimonio netto si dice ammonti a 2 milioni di euro. Gjoni e sua moglie, Elona Çaushi, sostengono che la stampa abbia riferito “informazioni false”. I querelanti chiedono 5 milioni di lekë (approssimativamente 38.000 euro) a BIRN e 2 milioni di lekë (circa 15.000 euro) a Shqiptarja, oltre ad 1 milione di lekë (circa 7.600 euro) a testa ai giornalisti di BIRN Besar Likmeta e Aleksandra Bogdani e ai giornalisti di Shqiptarja Elton Qyno e Adriatik Doçi. Oggi [5 luglio] a Tirana ha avuto inizio il procedimento, in udienza, contro BIRN e i suoi giornalisti.

In una recente intervista rilasciata all’International Press Institute (IPI), Likmeta ha detto che sarebbe stato sorpreso se lui e la sua organizzazione non avessero ricevuto una notifica dal tribunale in questo caso. Ha spiegato che nel corso dell’ultimo anno e mezzo il giudice in questione ha minacciato di querelare BIRN ogni volta che pubblicava una storia su di lui. Il giornalista ha notato che, nonostante le indagini su Gjoni fossero una storia di dimensione nazionale che ogni giornale albanese ha riportato, il giudice ha querelato solamente BIRN e Shqiptarja. Likmeta crede che questa selezione sia dovuta al fatto che loro stavano riportando il fatto “in maniera più corretta e approfondita”. Secondo Likmeta, una storia di presunta corruzione di una figura così in vista è di indiscutibile interesse pubblico non poteva certo essere trascurata da BIRN. Secondo il giornalista, Gjoni starebbe utilizzando degli strumenti legali per alimentare delle forme di auto-censura all’interno della stampa, e trovare in circolazione meno materiale che parli di lui.

Likmeta ha poi sottolineato di non essere in principio avverso alla legge sulla diffamazione, credendo che le persone che si sentono danneggiate abbiano il diritto di difendersi. Ad ogni modo, in questo caso, Likmeta sostiene che BIRN abbia agito secondo etica e difende la correttezza dei fatti riportati. “Abbiamo messo in chiaro a Gjoni che le nostre storie rispettano alti standard giornalistici” ha detto Likmeta. “Gli abbiamo dato il diritto di rispondere, ma non ci lasceremo minacciare fino al silenzio, perché crediamo che il pubblico abbia diritto a sapere quando importanti pubblici ufficiali vengono indagati con accuse di riciclaggio di denaro o falsificazione di documenti relativi alle loro proprietà”.

"Copertura delle notizie forte e basata sui fatti"

Vincent W.J. van Gerven Oei, un giornalista indipendente della piattaforma Exit che si è occupato della causa legale di Gjoni, ha encomiato BIRN, sottolineando che la testata realizza una “copertura delle notizie forte e basata sui fatti” e che “probabilmente sono tra i giornalisti più imparziali di questo paese”.

Oei ha specificato che questa reputazione, combinata con quella di BIRN di essere una testata indipendente, farà si che il giornale abbia la possibilità di sopravvivere anche se Gjoni dovesse vincere la causa. Van Gerven Oei crede che anche Shqiptarja non dovrà affrontare danni seri in caso di vittoria di Gjoni, per via dei legami di vecchia data che il proprietario della testata ha con il primo ministro albanese Edi Rama. Nonostante ciò, il giornalista ha giudicato scarse le possibilità di vittoria di Gjoni, notando che l’Albania ha recentemente iniziato un processo di riforma del sistema giudiziario e sta pianificando un controllo accurato su tutti i propri giudici. Sulla base della “discutibile e superflua ricchezza” di Gjoni, van Gerven Oei ha detto che il giurista potrebbe essere tra i primi sulla lista degli accertamenti (che verranno condotti sull'origine dei patrimoni, ndr).

Van Gerven Oei ha anche affermato che molti albanesi credono che le accuse in questione potrebbero privare Gjoni della propria posizione, e che altri giudici potrebbero essere poco propensi a pronunciarsi in suo favore dato che anche loro saranno sottoposti presto ad una serie di controlli. Il giornalista ha commentato che Gjoni è guardato con sospetto dal governo, dagli organi di stampa e dalla popolazione in generale, che si riferisce al giurista come all’“emblema della corruzione in Albania”. Il giornalista ha aggiunto che una sentenza a favore di Gjoni sarebbe “del tutto scandalosa” e motiverebbe gli accusati a portare il caso davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, dove avrebbero molte possibilità di vittoria.

Likmeta ha espresso dubbi simili sul caso Gjoni, dicendo che la causa “è carente nel merito”.

Il direttore della sezione Campagne e Comunicazione di IPI, Steven M. Ellis, ha affermato che questo caso ha messo in luce che vi è interesse ad abusare della legislazione sulla diffamazione per ostacolare il giornalismo su questioni di interesse pubblico. “Parlare della ricchezza di un pubblico ufficiale di primo piano, e delle notizie circa un’investigazione a suo carico, è vitale per la trasparenza e assolutamente in linea con il ruolo di 'cani da guardia' che i media indipendenti dovrebbero ricoprire in una democrazia”, ha detto. “Questo caso dimostra che anche leggi mirate a difendere un interesse legittimo - cioè proteggere il diritto alla dignità personale e fornire un rimedio per le relative violazioni - possono essere utilizzate impropriamente, per nascondere presunti illeciti e soffocare le credibilità del governo”. Ellis ha poi chiesto a Gjoni di ritirare entrambe le cause in corso e ha notato con ironia che Gjoni, proponendole, ha probabilmente dato maggiore visibilità alle accuse nei propri confronti.

Meno ospitale

Sebbene non sia un paese pericoloso per la vita dei giornalisti, negli ultimi anni l’Albania è divenuta sempre meno ospitale per i media indipendenti. Lo scorso agosto, quando un lavoratore diciassettenne è stato trovato morto in una discarica a Sharra, la reporter di A1 News Alida Tota è stata licenziata dopo aver coperto la storia.

A Novembre, la compagnia di costruzioni Edil Al-It ha citato in giudizio il giornalista Artan Rama chiedendo 15 milioni di lekë (circa 110.000 euro) dopo che nel suo programma “Publicús” aveva trasmesso una storia che suggeriva che la compagnia avesse usato mezzi discutibili per vincere un appalto di ricostruzione del teatro nazionale.  

Il mese scorso, il primo ministro Rama è stato criticato per una sua apparizione in un popolare talk show nel corso della campagna elettorale per le imminenti elezioni politiche. Durante il programma, il premier ha “giocato a dare i voti” ai vari giornalisti nominati dal conduttore. Rama ha risposto a 19 dei 21 nomi con commenti come “spazzatura” e “veleno”.

Tracciando un parallelo con il presidente degli Stati Uniti Donal Trump, van Gerven Oei ha notato che Rama non tiene più conferenze stampa e utilizza invece i social media per raggiungere direttamente il pubblico albanese. Il giornalista, fiducioso che i giornalisti vinceranno il caso Gjoni, è meno speranzoso per il futuro della libertà di stampa in Albania. Quando il primo ministro sminuisce il lavoro dei giornalisti e li etichetta come “politici falliti”, dice Van Gerven Oei, il problema va molto oltre il singolo caso con un giudice controverso.

Likmeta, invece, rimane ottimista. Ha commentato che in quell'angolo di mondo chiamato Albania, avere a che fare con pubblici ufficiali comporta il rischio di accettare comportamenti non etici o faziosi. In ogni caso, ha aggiunto, i giornalisti possono reagire rimanendo oggettivi e mantenendo una sana distanza dalle proprie fonti.

Questa pubblicazione è stata prodotta nell'ambito del progetto European Centre for Press and Media Freedom, cofinanziato dalla Commissione europea. La responsabilità sui contenuti di questa pubblicazione è di Osservatorio Balcani e Caucaso e non riflette in alcun modo l'opinione dell'Unione Europea. Vai alla pagina del progetto


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