Bus e taxi fuori Gevgelija (foto L. Moreni)

Bus e taxi fuori Gevgelija (foto L. Moreni)

Decine di autobus privati attendono i profughi al confine tra Grecia e Macedonia, per far loro attraversare il paese, sino in Serbia. Quarta puntata del nostro viaggio lungo la rotta balcanica

15/09/2015 -  Giovanni Vale Gevgelija

La traversata della Macedonia svela uno degli aspetti più desolanti della “rotta dei Balcani”. Mentre migliaia di rifugiati attraversano dei paesi sconosciuti, inseguendo una destinazione di cui spesso hanno solo una vaga idea e fuggendo uno scenario che invece conoscono fin troppo bene, lungo il loro cammino si sviluppa un vero e proprio business della migrazione. L’attività economica comincia all’uscita del campo di Gevgelija, dove rombanti se ne stanno parcheggiate in attesa decine di autobus. Per chi ha ricevuto il nuovo lasciapassare del governo macedone (che da quest’estate concede ai richiedenti asilo l’utilizzo dei trasporti pubblici per 72 ore), il costo del biglietto per la frontiera serba è di 20 euro.

“In totale ci sono una quarantina di autobus di 16–17 compagnie diverse”, mi spiega Traiće, mentre controlla il numero di passeggeri saliti sul mezzo dell’azienda per cui lavora. “Ogni veicolo trasporta circa 50 persone - prosegue - e farà due o tre volte il viaggio fino a Tabanovce”, l’ultimo villaggio macedone a nord. In un giorno, questa tratta di appena 200 chilometri produce dunque un fatturato di almeno 80.000 euro.

On the road to Serbia (photo L. Moreni)

In viaggio verso la Serbia (foto L. Moreni)

Prima di partire, inoltre, c’è anche il tempo per un ultimo acquisto. Sull’autobus salgono i venditori ambulanti che fino a poco prima se ne stavano nella zona di transito tra Grecia e Macedonia. Le tariffe nel frattempo sono salite e le banane ora si vendono ad un euro al paio. “Caro? Devo ben guadagnare qualcosa anch’io che passo tutta la giornata sotto il sole!”, risponde arrabbiata una signora macedone sulla quarantina, le mani cariche di frutta. Quando scende, l’autista mette in moto e ingrana la prima. Subito, il suo collega, seduto a fianco, comincia a raccontare il suo punto di vista.

“È da un mese che c’è tanta gente, ma da tre giorni è la follia”, dice scuotendo la testa. Ha fatto il turno di notte e ora sta tornando a Kumanovo per dormire, ma è comunque in vena di chiacchierare. Dal portafogli, prende una fototessera sul cui retro è scritto a penna un indirizzo email. È un bambino siriano, spiega, di appena un anno: “Si chiama Is, o qualcosa del genere”. Qualche giorno fa, ha portato la sua famiglia alla frontiera serba e i genitori gli hanno lasciato questo souvenir. Lui guarda l’immagine e sorride, poi la rimette al sicuro nel suo taccuino.

Alaa che ha seguito la scena, mostra a sua volta la sua foto da bambino salvata sul telefonino. Questo 28enne di Damasco ha lasciato a casa un fratello e una sorella più piccola, oltre a mamma e papà. “La nostra abitazione è crollata per metà”, racconta. È diretto in Germania o forse in Norvegia. Ma per il momento, scendiamo assieme al confine serbo-macedone, a qualche passo dai binari della ferrovia che bisognerà attraversare prima di camminare tra le colline per i prossimi quaranta minuti. “È sempre dritto, non potete sbagliarvi”, dice, in macedone, l’autista. E tutti fanno un cenno col capo ringraziandolo. Lui risale e riparte per Gevgelija dove un nuovo gruppo aspetta di essere portato verso nord.


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