Dagli anni della ricostruzione alle sfide odierne dell'integrazione europea, l'amicizia tra il capoluogo emiliano e la municipalità bosniaca è prima di tutto dialogo politico tra culture amministrative. Un'intervista a Benedetto Zacchiroli

31/05/2007 -  Luca Lietti

Il progetto Culture - avviato all'inizio di quest'anno e che si è posto l'obiettivo di accrescere le capacità dell'amministrazione di Tuzla nello sfruttare il suo potenziale turistico - ci ha fornito il pretesto per parlare della speciale relazione tra le due città e capire che direzione oggi stia prendendo, con uno sguardo al comune futuro nell'Unione Europea. Un incontro con Benedetto Zacchiroli, che fa parte dello staff del sindaco Cofferati e si occupa delle relazioni internazionali del comune di Bologna.

Ci potrebbe illustrare brevemente le tappe di questo percorso di incontro tra Tuzla e Bologna?

Bologna fu la prima città europea ad arrivare a Tuzla con la guerra ancora in corso (1994). Da quel momento iniziarono 5 anni molto intensi, fino al giugno 99. Un'intensità dovuta al fatto che l'azione intrapresa non si concretizzò solo in aiuti economici o nella cooperazione classica, ma fu soprattutto un avvicinarsi politicamente ad una comunità. Dico questo perché se nel '99 si vide un affievolirsi delle relazioni successe perchè furono fatte proprio delle scelte di tipo politico. Le giunte presero le distanze, in accordo con i loro orientamenti politici e le loro priorità. Per la giunta di centrodestra i Balcani non erano più una priorità e ci furono meri scambi epistolari. Il rapporto riprese forza solo nel 2004 quando si insediò l'attuale giunta di centrosinistra.

Nello specifico la prima iniziativa avviata fu la costituzione dell'Ambasciata della Democrazia Locale di Tuzla che aprirì ufficialmente nell'ottobre del 1995. Il processo vide il coinvolgimento oltre che del Comune di Bologna anche del Consiglio d'Europa e della Commissione Europea. La prima fase di interventi sul campo si concentrò ovviamente sulla ricostruzione materiale, subito seguita però da quella delle capacità istituzionali e di governance del territorio nell'ottica di stimolare processi di democrazia locale "city-to-city"(1996-1999). Nelle attività dell'ADL furono coinvolte anche numerose Ong di Tuzla e di Bologna. Nel corso degli anni il rapporto tra la città bosniaca e Bologna si allargò ad altre realtà soprattutto nel campo dell'alta formazione. Nel '97 le due università sottoscrissero un accordo di cooperazione volto alla promozione di scambi tra professori e tra studenti dei due atenei. Dal giugno 1998 nacque una collaborazione tra l'ADL di Tuzla e il Master " Diritti Umani e Intervento Umanitario " della Facoltà di Scienze Politiche di Bologna.

Uno degli aspetti chiave nella costruzione di questo stretto rapporto fu la presenza di un delegato del Comune di Bologna presso l'ADL di Tuzla, che seguiva gli sviluppi dei diversi interventi direttamente sul campo. Questo fino al '99.

Durante il quinquennio seguente, per i motivi a cui accennavo prima, i rapporti tra i due comuni si limitano a lettere di circostanza e sporadiche richieste di aiuti da parte di Tuzla. Nello specifico fu chiesto a Bologna il sostegno per la fornitura di attrezzature altamente specializzate per le cure necessarie a bambini affetti da leucemia.

Nel 2004 la prima lettera che il neo insediato Cofferati ricevette da una sindaco straniero fu quella del sindaco di Tuzla, che nel complimentarsi lo invitò ad agosto a Tuzla stessa in occasione del 60° anniversario della Liberazione della città bosniaca dal nazifascismo. Cofferati non riuscì ad andare perché fu impossibile organizzare una visita estera a soli due mesi dal suo insediamento. Vi andò però il Presidente del Consiglio Comunale Gianni Sofri. Da quel momento i rapporti ripresero con rinnovato vigore.

La relazione oggi non si limita alla realizzazione di progetti come Culture, ma si esplicita in un'azione politica a livello europeo. Bologna, infatti, è da sempre membro di Eurocities (il più ampio network di città europee), all'interno del quale - prima in seno all'East-West Committee e poi nell'European Neighborough Policy Working Group- si è attivata politicamente per far includere le città dei Balcani Occidentali, per evitare il rischio di "allargare" l'Adriatico escludendo di fatto quei paesi dai diversi contesti europei, quando in realtà sono parte integrante dell'Europa. La nostra azione politica in tal senso è stata profonda e dopo due anni ha cominciato a dare i primi frutti: tre mesi fa a Varsavia, durante l'ultimo gruppo di lavoro ENP, Bologna ha chiesto e ottenuto di estendere il nome da ENP Working Group a ENP Working Group and Enlargement Countries, riportando i riflettori sulle città e i paesi del sud-est Europa all'interno del network di Eurocities.

Quello che ci interessa in questo momento riguarda due dinamiche: da un lato le azioni dirette che possiamo intraprendere in ambito di cooperazione (come ad esempio il progetto Culture), ma soprattutto dall'altro lato riuscire a portare quelle autorità locali ad avere una voce e un ruolo in Europa. L'emarginazione soprattutto in ambito di dialogo politico che queste realtà vivono oggi rappresenta la lacuna più grave. In tal senso il Comune di Bologna ha già deciso come agire: inviterà Tuzla a tutte le prossime riunioni del working group di Eurocities, facendo in modo così che la municipalità possa confrontarsi con altri enti locali che già fanno parte dell'UE. Questa per noi è la priorità assoluta nello sviluppo dei rapporti con Tuzla.

Da dove nasce l'idea di Culture? Come mai è stato scelto il settore del turismo?
L'idea è nata a Tuzla. Nel momento in cui noi abbiamo deciso di fare qualcosa abbiamo chiesto loro quali fossero i bisogni. Seguiamo la "regola d'oro", ovvero non siamo noi che ci inventiamo i bisogni dell'altro, ma chiediamo all'altro quali siano i suoi reali bisogni. Tuzla ha individuato come prioritario il tema del turismo. Va da sé che il turismo è un volano eccezionale per l'economia, e quindi appare logico che una comunità come quella di Tuzla provi a lanciarsi proprio partendo da questo settore. Per sviluppare quest'ambito si rivolgono ad una città come Bologna che non è una città meta di turismo di massa. L'avessero chiesto a Firenze - che ha un'esperienza diversa, riconosciuta a livello mondiale come città turistica per eccellenza - avrebbe potuto dare consigli di un certo tipo. Bologna, a differenza di Firenze, deve crescere in questo campo ed anche per questo Tuzla ha più parallelismi con Bologna. In questi termini si costruisce uno scambio di informazioni, una condivisione di strategie in un'ottica di reciprocità. Ed è questo il rapporto di cooperazione internazionale tra città e città che noi consideriamo valido e utile.

Quali sono, secondo lei, gli elementi chiave per costruire un partenariato forte?

Come dicevo noi cerchiamo di costruire un rapporto fatto di crescita collettiva di due comunità che si incontrano su percorsi che coinvolgono i singoli cittadini. Non dico che non debba esistere la cooperazione solidaristica classica, ma non è per noi questo l'obiettivo all'interno di un rapporto città-città. Deve esserlo a livello regionale o ancora più in alto a livello ministeriale, dove l'ente-regione o il governo finanziano ong e associazioni che intraprendono questo tipo di iniziative, ma i Comuni, a mio modo di vedere, non devono fare questo tipo di operazioni ma costruire percorsi di reciproca crescita.

Quella zona della Bosnia è ricca di altre consolidate esperienze di relazione con città italiane, mi riferisco per esempio ai casi di Brescia-Zavidovici, Torino-Breza e Trento-Prijedor. Esistono, secondo lei, le precondizioni per la costruzione di una rete di partenariati, in un'ottica di superamento dell'approccio bilaterale alla cooperazione tra città?

Il discorso non è semplicissimo proprio in termini di approccio, poiché risulta difficile fare una sintesi e dare un'unitarietà di obiettivi. Io sono molto scettico perché in primo luogo esiste un discrimine su che cosa si intende per cooperazione internazionale e di conseguenza cosa si intende per partenariato. C'è bisogno di un raccordo strategico a livello di Ministero Affari Esteri, nello specifico DG Cooperazione allo Sviluppo. Sono convinto che questo ruolo possa essere ricoperto dalle Regioni nell'ambito di una strategia e di un coordinamento a livello statale, perché altrimenti si rischiano di fare delle azioni puntuali che risultano poi limitate e particolaristiche, mentre invece con l'esistenza di un timone unico questo processo potrebbe essere interessante e aiutare sul serio a migliorare l'efficacia della cooperazione, all'interno di priorità individuate a livello di Stato dove le azioni degli enti locali fanno parte di una strategia allargata.

Parlando invece di rapporti bilaterali città-città bisogna andare sul campo politico dove sono le amministrazioni locali che si parlano direttamente l'una con l'altra, scambiandosi modalità di amministrazione tenendo bene a mente l'orizzonte europeo. Quindi è giusto parlare di partenariati che si uniscono ma in un'ottica europea, confrontandosi con un ambito allargato ai confini dell'UE, educando noi stessi amministratori locali a ragionare in questi termini. Per farle un esempio: Bologna è appena entrata nello Steering Committee della Coalizione Unesco "Città Contro il Razzismo e la Xenofobia". Abbiamo scelto di farlo non scrivendo una lettera agli altri sindaci in merito al crescente pericolo del razzismo in Italia, ma evidenziando che il problema va risolto a livello europeo, perché quelli sono i nostri confini di riferimento, non l'Italia. Lo Stato a cui noi dobbiamo guardare è l'Europa, perché è lì che sta avvenendo un tentativo concreto di armonizzazione legislativa in questo campo e in molti altri.

Quali sono secondo la sua esperienza le maggiori criticità e limiti che ha riscontrato nel percorso di incontro con Tuzla?

Limiti ne vedo pochi. Vedo il fatto di culture amministrative che si incontrano e si scontrano, con abitudini ed esperienze profondamente diverse e con origini lontanissime. Le priorità che ogni amministrazione ha in mente rispondono a culture che nello specifico si differenziano moltissimo determinando anche diverse modalità di gestire le relazioni.

Facciamo un ipotetico "salto nel futuro". Come immagina la relazione tra Bologna e Tuzla tra 10 anni?

Mi piacerebbe vedere due città dell'Ue che collaborano attivamente anche se credo che tra dieci anni sarà ancora presto per la Bosnia. Ma più che tra le amministrazioni mi piacerebbe vedere questa collaborazione tra i cittadini. Questo ora come ora è forse il grande limite della cooperazione decentrata: i cittadini percepiscono ancora solo l'aspetto solidaristico quando si parla di cooperazione, non passa la sensazione che c'è un di più molto alto, complice anche il sistema di comunicazione dei mass media che certo non privilegia questo tipo di notizia.

Quello che io spero, partendo dall'esperienza di un passato lontano, è che i rapporti città-città vissuti in ottica europea oggi e domani siano la "new age" dei vecchi gemellaggi. A mio modo di vedere, nella loro semplicità, i gemellaggi hanno avuto una grandissima importanza. Prima della caduta del muro di Berlino, con la cortina di ferro ancora in piedi, costituivano una rete fittissima di conoscenza, non c'era praticamente nessun comune nell'Ovest o nell'Est che non avesse questo tipo di reciprocità. Realizzavano iniziative veramente semplici: una gita scolastica, il torneo di pallone, il sindaco di Kharkov (ex Unione Sovietica) che veniva a Bologna e mangiava i tortellini e viceversa, ecc...Questo ha creato una rete in Europa che nel lungo periodo della Guerra Fredda in cui c'erano due "polmoni" dello stesso corpo che non respiravano insieme, aveva creato nei cittadini la consapevolezza che dall'"altra parte" ci fossero delle persone normali, che non facevano paura. La caduta del muro ha provocato gioie proprio per questo anche nell'Ovest, perchè c'era già questo tipo di consapevolezza. E questa consapevolezza era stata data dalle autorità locali, non dai governi.

Così come allora i rapporti bilaterali frutto di cooperazione amministrativa internazionale stanno creando una nuova rete di conoscenza e scambio. Spero tra dieci anni che una relazione come quella tra Tuzla e Bologna sia talmente salda che permetta ai cittadini di abitare il mondo liquido e ansiogeno della globalizzazione con meno paure, proprio grazie alla conoscenza profonda dell'altro.


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