Luka Zanoni ita eng bhs

Luka Zanoni  - giornalista e direttore responsabile della testata giornalistica

Specializzazione post laurea in Discipline storiche e filosofiche presso l'Università Bocconi dopo la laurea in Filosofia teoretica presso l'Università Statale di Milano. Tra il 1999 e il 2005 è stato redattore e traduttore della testata online  Notizie Est-Balcani  e dal 2002 al 2003 è stato redattore del mensile Balcani economia . Giornalista professionista, parla correntemente il serbo-croato. Lavora per Osservatorio dal 2001. È su Twitter come @LukaZanoni.


Articoli di Luka Zanoni

Montenegro: aggiornamenti sul caso 'Nacional'

27/09/2001 -  Luka Zanoni

L'ex partner del controverso businessman Stanko Subotic Cane, Srecko Kestner, ha informato il settimanale croato "Nacional" di essere pronto ad aiutare la commissione parlamentare montenegrina incaricata di far luce su quanto "Nacional" aveva scritto nel maggio di quest'anno. Ci si ricorderà che il settimanale di Zagabria aveva in un lungo articolo (seguito poi da una serie di altri articoli e da un'intervista di venti pagine rilasciata dallo stesso Kestner) spiegato le relazioni tra il presidente del Montenegro Milo Djukanovic e la mafia balcanica impegnata nel traffico di sigarette. Secondo quanto affermato da Srecko Kestner, "Djukanovic è ancora il principale protettore politico del contrabbando di sigarette" che si effettua con i camion della ditta "Zetatrans". Secondo le parole di Kestner il denaro guadagnato con il contrabbando del tabacco si "lava" tramite la Banca di Credito o la banca Atlas di Podgorica, che sono "di proprietà di Milo e di Aco (fratello del presidente. N.d.T.) Djukanovic e di alcuni loro partner". Kestner non solo ha dichiarato di essere stato testimone alla consegna di una borsa piena di denaro portata nel gabinetto di Djukanovic, quando era primo ministro, dal defunto Vanja Bokan, ma ha aggiunto inoltre che la scorsa settimana ha ricevuto una lettera dal gabinetto del consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Djukanovic, Vukasin Maras, nella quale è stato avvertito che con le sue dichiarazioni a Nacional "ha offeso molte persone in Montenegro" e che egli "si deve preoccupare per la propria sicurezza".
La commissione, composta da più partiti politici, si è già riunita diverse volte senza tuttavia ottenere alcun risultato, tranne l'aver constatato che della lista di nomi che la commissione ha invitato alla collaborazione nessuno si è fatto sentire, mentre altri hanno fornito informazioni insufficienti. Il presidente della commissione parlamentare Vuksan Simonovic ha infatti dichiarato che suddetta commissione ha già esplicitamente invitato Kestner, ma egli non ha risposto. Oggi Kestner dichiara di essere pronto a testimoniare se sarà interrogato in Svizzera, dove principalmente vive, oppure in Croazia, ed è anche pronto a dire tutto davanti al tribunale, mentre non ha alcuna intenzione di rilasciare dichiarazioni o prove, di quanto ha precedentemente affermato per Nacional, al MUP (Ministero dell'Interno) montenegrino perché è "sotto l'assoluto controllo di Djukanovic". Simonovic ha aggiunto allora che durante la quarta commissione proporrà che si possa fare anche questo sforzo anche che se Kestner non risponderà per iscritto riguardo le accuse contenute in Nacional, e poi proporrà che un gruppo vada da lui per parlare prescindendo dal fatto che si trovi in Svizzera o a Zagabria. La prossima seduta della commissione parlamentare proseguirà il 16 ottobre.

Montenegro: la commissione per il referendum e le pressioni occidentali

25/09/2001 -  Luka Zanoni

La tensione politica in Montenegro sembra sempre più alta. La scorsa settimana la delegazione montenegrina non si è presentata al cospetto di Kostunica, facendo così saltare l'incontro previsto e organizzato dallo stesso presidente federale, con l'intento di definire i rapporti tra la Serbia e il Montenegro. Kostunica indispettito ha inviato ieri una lettera a Djukanovic, Vujanovic, Djindjic e Pesic nella quale rivolgendosi ai funzionari montenegrini scrive: "sembra che abbiano deciso di chiudere gli occhi di fronte alla realtà e di prendere una strada più tortuosa, difficile e incomparabilmente più costosa, ovvero la via del referendum" (Vijesti 25-9). Kostunica si riferisce in particolare alla seduta tenutasi ieri al Parlamento montenegrino, durante la quale è stata presa la decisione di formare una commissione per la creazione di una nuova legge sul referendum.
La commissione è stata proposta ed accettata dai partiti che compongono il governo di minoranza: DPS, SDP e LSCG, ossia il partito del presidente Djukanovic, i Socialdemocratici e il Partito Liberale. Insieme a questi si è trovato anche Ferhat Dinosa della DUA (Unione Democratica Albanese), mentre i membri della coalizione "Zajedno za Jugoslaviju" (Insieme per la Jugoslavia), ovvero l'SNP di Predrag Bulatovic, l'NS di Dragan Soc e il Partito Popolare Serbo (SNS), hanno abbandonato la seduta (la coalizione pro-Jugoslavia ritiene infatti primaria la definizione dei rapporti tra le due repubbliche che compongono la Federazione, e crede che solo in un secondo tempo si possa preparare la legge sul referendum e il referendum stesso).
La commissione composta da due rappresentati di tutti i partiti parlamentari avrà il compito, nell'arco di 15 giorni, di preparare e di consegnare al Parlamento la proposta della nuova legge sul referendum. Secondo il portavoce del DPS, Igor Luksic, "più volte gli appartenenti alla coalizione pro-Jugoslavia sono stati invitati alla formazione di tale commissione, purtroppo però i posti loro riservati ieri al parlamento sono rimasti perlopiù vuoti" (Vijesti 25-9).
Invece secondo il vicepresidente del SNP, Zoran Zizic, la decisione di dare il via alla commissione per il referendum, conferma la prova che il DPS non ha intenzione di procedere con il dialogo. Zizic in sintonia con la coalizione "Insieme per la Jugoslavia" ha insistito sulla formazione di un governo di concentrazione, accordo che era stato in parte formulato durante l'incontro tra Bulatovic e Djukanovic a Podgorica nel mese di agosto. La reazione di Zizic è racchiusa in queste parole "formate voi la commissione senza l'opposizione e vedrete cosa vi diranno gli ambasciatori degli Stati Uniti e della Gran Bretagna che arrivano domani a Podgorica" (Vijesti 25-9).
È risaputo infatti che le diplomazie occidentali non hanno mai visto di buon occhio la secessione del Montenegro. Infatti alcune speculazioni riguardanti la visita dell'ambasciatore inglese, Charles Croford, e di quello statunitense William Montgomery, a Podgorica vertono proprio sulla pressione che i due eserciterebbero sul Montenegro al fine di condurlo ad un dialogo con Belgrado.
Croford che si è incontrato ieri con i rappresentati del Partito Liberale e con il presidente del NS, Dragan Soc, mentre l'incontro con il presidente del SNP ha preceduto di poco la seduta parlamentare, ha dichiarato che l'Occidente non ha nulla contro il referendum per l'indipendenza del Montenegro, ma ha sottolineato che la maggioranza a questo referendum deve essere significativa. Secondo le parole dell'ambasciatore inglese: "il mondo non ha creato problemi durante la creazione della Slovenia indipendente perché la maggior parte della popolazione ha voluto l'indipendenza" (B92, 25-9), mentre dopo le ultime elezioni in Montenegro di certo non si può dire la stessa cosa. Infatti le scorse elezioni montenegrine, che in parte hanno funto da banco di prova per determinare il desiderio popolare di indipendenza, hanno dimostrato che gli indipendentisti arrivano a mala pena al 50% dei votanti.
In un'intervista per il quotidiano montenegrino "Dan", Croford ha ripetuto che l'Occidente vede la soluzione degli attuali problemi nella regione in uno stato unitario e ha valutato che è possibile creare un accordo strategico tra il Montenegro e la Serbia. Secondo Croford per la Federazione di Jugoslavia è molto importante che si risolva soprattutto il problema dei debiti esteri, affermando che la lentezza delle riforme crea una certa insicurezza e instabilità politica.

Serbia e Montenegro: un dialogo difficile

20/09/2001 -  Luka Zanoni

Da un episodio recente, sulla base delle opinioni di alcune fonti giornalistiche Luka Zanoni fa il punto sul difficile rapporto tra Serbia e Montenegro.

Montenegro: militari e politici sulla vicenda di Cakor

06/09/2001 -  Luka Zanoni Kotor

Sono giunte anche da ambienti militari reazioni alla vicenda di Cakor, in cui un boscaiolo di 20 anni è rimasto ucciso e il suo compagno gravemente ferito. Il quotidiano montenegrino DAN del 30 agosto scorso ha riportato le dichiarazioni del Generale Maggiore Momcilo Radevic, aiuto comandante della Seconda Armata dell'Esercito jugoslavo. Durante una pubblica assemblea tenutasi nel villaggio di Ubli, Radevic ha dichiarato ai 400 partecipanti che "nei pressi di Plav e Gusinj si combatte contro i terroristi ogni giorno", ma ha anche precisato che l'incidente avvenuto il 24 agosto a Cakor è dovuto ad una rapina e non ha nulla a che vedere con attività terroristiche. Per cui, secondo la dichiarazione di Radevic, nella zona che non viene chiamata frontiera ma bensì "linea amministrativa" tra Kosovo e Montenegro, i casi di incidenti tra l'Esercito Jugoslavo e i cosiddetti terroristi albanesi sarebbero all'ordine del giorno. Radevic però è stato immediatamente smentito l'indomani - 31 agosto - dal portavoce dei Servizi di Informazione del Comando della Seconda Armata dell'Esercito Jugoslavo, il quale ha dichiarato che "non esistono indizi circa la presenza di gruppi terroristici nella zona della linea amministrativa col Kosovo, nei pressi di Plav e Gusinj". Il dibattito rimane comunque aperto, visto anche il rifiuto dei membri del MUP (Ministero degli Interni) a fornire qualsiasi altra informazione ai giornalisti di Vrijeme che hanno scritto della vicenda sul numero uscito il 31 agosto.
La smentita ufficiale del Comando militare viene riportata anche dal quotidiano Dan in un brevissimo articolo del 31 agosto, mentre invece viene dedicato un ampio spazio alla polemica riguardante la possibilità che venga eliminato il punto di controllo - situato a Karaula - alla "frontiera" col Kosovo. La questione pare preoccupare in particolar modo i cittadini della zona, che hanno inscenato una protesta contro lo smantellamento del punto di controllo, perché questo li diminuirebbe il livello di sicurezza dei residenti nell'area circostante esponendoli agli attacchi dei "terroristi". La questione relativa alla presunta poca sicurezza dei punti di frontiera, ha avuto una certa eco anche in ambienti politici. Secondo quanto ha riportato il 30 agosto il quotidiano Danas, il presidente del Montenegro Milo Djukanovic si è incontrato il giorno precedente con il presidente dell'Unione democratica albanese - Fuad Nimani - e col presidente del Partito popolare serbo (SNS) Bozidar Bojovic, Da quanto è stato riportato dal gabinetto del DPS (partito di Djukanovic) i partecipanti all'incontro hanno riconosciuto la necessità di intensificare il dialogo tra tutti i soggetti politici del Montenegro, nell'ottica del mantenimento della stabilità interna e quindi perseguendo accordi multietnici che coinvolga tutta la repubblica montenegrina. Nimani ha voluto anche rispondere alle precedenti dichiarazioni di Dragan Koprivica - portavoce del Partito Socialista Popolare SNP - secondo il quale il Montenegro potrebbe rischiare lo stesso destino della Macedonia, asserendo che "spaventarsi di 42.000 albanesi, quanti sono appunto in Montenegro, è assurdo". Sempre riferendosi a Koprivica, ha inoltre ribadito che dietro ad affermazioni come le sue si cela l'intenzione di creare nella comunità internazionale l'impressione che in Montenegro esiste già una "situazione difficile", e che quindi organizzare il referendum abbia perso di senso.

Montenegrini e albanesi, convivenza a rischio o semplici giochi politici?

04/09/2001 -  Luka Zanoni Kotor

Mentre in Macedonia e' iniziata l'operazione di raccolta delle armi dei guerriglieri albanesi, in Montenegro e' salita la tensione e la paura che questi ultimi possano spostare in questa parte dei Balcani un nuovo conflitto interetnico. Tutti i quotidiani montenegrini, in questi ultimi giorni di agosto, riportano in prima pagina la situazione di alta tensione sviluppatasi dopo l'incidente della scorsa settimana nel nord del paese, presso il villaggio di Cakor, nel comune di Plave. Il villaggio di Cakor, nei pressi di Plav, si trova molto vicino al confine con il Kosovo, a circa una quarantina di chilometri da Pec.
Il 24 agosto un gruppo di lavoratori stagionali dei servizi forestali, originari della Bosnia, e' stato attaccato da tre uomini vestiti di nero e col capo coperto da un cappuccio. Come confermano i testimoni oculari i tre uomini parlavano albanese ed erano armati. Dopo aver chiesto ai lavoratori la consegna della motosega che stavano utilizzando e il tentativo di questi di darsela a gambe, i tre uomini armati hanno sparato alcuni colpi d'arma da fuoco. Un ragazzo di 21 anni, Nenad Markovic, e' rimasto ucciso, mentre il suo compagno, Damljen Bozic di 25 anni, e' stato ferito piuttosto seriamente. I tre uomini armati se ne sono poi andati convinti che entrambi i ragazzi fossero morti. La ricostruzione dell'accaduto e' stata fatta dal ragazzo sopravvissuto e da un altro lavoratore che ha assistito alla scena e che sembra sia stato maltrattato dai tre uomini mascherati. Ancora non e' ben chiaro il motivo per cui i tre uomini hanno aperto il fuoco contro i boscaioli, sta di fatto che la tragedia ha suscitato una forte preoccupazione sia tra i cittadini della regione dove si e' verificato l'incidente, che in tutto il Montenegro.
Il timore che possa accadere un conflitto sul tipo di quello macedone o della Serbia meridionale viene alimentato anche dai media locali. Tra i partiti Politici,l'SNP e' tra quelli che credono all'esistenza di "piani segreti per una totale dominazione degli albanesi in Montenegro". Come riporta il quotidiano Vijesti (28-8) in prima pagina, il portavoce del SNP, Dragan Koprivica, ritiene che il Montenegro potrebbe godere dello stesso destino riservato alla Macedonia. Secondo Koprivica i molti turisti di nazionalita' albanese giunti quest'anno in Montenegro non sono solo semplici turisti. Molti comprano case e pianificano una dominazione del Paese. L'SNP non perde tempo nel rinfacciare al governo di non riconoscere tale possibilità e chiede le dimissioni della presidentessa della Camera, Vesna Peovic (Partito Liberale).
Decisamente differenti sono le reazioni del partito di governo, l'SDP. I socialdemocratici, per voce del vicepresidente Ranko Krivokapic, ritengono che gli albanesi non abbiano mai manifestato l'intenzione di dividere il Montenegro. Krivokapic ha aggiunto, inoltre, che il Montenegro e' un ambiente sicuro per tutti coloro che desiderano viverci e lavorare. Il paese, secondo il vicepresidente dell'SDP, e' pronto a scusarsi con coloro che sono rimasti vittime dei conflitti, ma al tempo stesso e' anche pronto a perseguire coloro che gettano odio tra la gente. Parole rassicuranti provengono anche dal ministro per la difesa dei diritti dei gruppi etnici e nazionali, Gzin Hajdinaga. Il ministro ha, infatti, rigettato la possibilita' dell'estensione del conflitto dalla Macedonia al Montenegro, affermando che gli albanesi in questo paese sono fedeli cittadini. Hajdinaga ha ribadito che non esiste alcuna informazione riguardo la premeditazione di un attacco di albanesi kosovari verso il Montenegro e ha aggiunto infine che gli albanesi "cercano di ottenere i propri diritti solo attraverso le istituzioni legali" (Vjiesti 28-8).
Nonostante ciò, una certa preoccupazione tra i cittadini per la propria sicurezza rimane. Soprattutto in quei comuni come Plav e Murino, molto vicini alla frontiera col Kosovo. Secondo quanto riporta il quotidiano "DAN" (28-8) parecchi abitanti ortodossi avrebbero, durante gli ultimi mesi, venduto le proprie abitazioni ad acquirenti di fede musulmana, per scappare dal pericolo imminente. Tuttavia come spiega il sindaco di Plav, Orham Rezepagic, in tutto ciò non vi e' nulla di strano e poi gli appartamenti (del valore di circa 1.000 marchi al metro quadro) non vengono venduti per la paura o per la difficolta' della convivenza interetnica, bensì si tratta di appartamenti che un tempo erano statali. Secondo il sindaco di Plav non esiste alcun problema di carattere etnico. Di parere decisamente contrario e' il presidente dell'OO SNP di Plave, Branislav Otasevic, che ritiene la vendita degli appartamenti una causa diretta della paura che i cittadini provano riguardo la propria sicurezza e la possibilità che possa accendersi un conflitto tra la popolazione di nazionalità differente. La cosa più probabile rimane tuttavia la vendita degli appartamenti per motivi personali, come la ricerca di un luogo migliore, con ovvie maggiori possibilità di lavoro e occupazione. Come si potrà intuire, spesso sono i media e i partiti che li sostengono, che tendono ad enfatizzare ed esasperare la situazione, alimentando la paura e i sentimenti di rivalsa tra la popolazione. Da tempo infatti gli albanesi vivono in Montenegro, soprattutto in quei luoghi di confine con il Kosovo e l'Albania. Vero e' che durante le scorse elezioni presidenziali (1997) molti albanesi votarono per Djukanovic e tuttora molti albanesi appoggiano l'idea indipendentista della coalizione di governo. Pertanto e' forse proprio per questo che il maggior partito di opposizione l'SNP appunto, strilla a viva voce il pericolo di una Grande Albania e la totale destabilizzazione del Montenegro.
Un'ultima nota riguardo questa questione viene offerta dal numero del 17 agosto del settimanale Monitor, il quale riporta una ampio articolo proprio sulla paura che si sta sviluppando nel paese e sui connessi sentimenti anti-albanesi. L'equipe di Monitor che ha svolto il reportage nelle zone abitate dalla popolazione albanese, quali Plave, Gusinje e Ulcinj, non sembra aver trovato alcuna traccia dei terroristi, ma piuttosto una normale situazione di convivenza tra montenegrini e albanesi. Così per alcuni la presenza degli albanesi e' insidiosa e viene percepita come fonte di minaccia, mentre per altri non crea affatto alcun problema. I giornalisti di Monitor hanno deciso di fare questo sopraluogo dopo che i quotidiani "Glas Crnogoraca" e "DAN" avevano pubblicato alcuni articoli riguardanti l'esistenza di graffiti sui muri indicanti la presenza dell'UCK. Di queste scritte l'equipe di Monitor non ha trovato alcuna traccia, ciò che invece i reporter hanno visto, nella parte nord del paese, e' stata una scritta sul muro che dice "questa e' Serbia", mentre nei pressi della moschea un'altra scritta dice "questa e' turca". Le tensioni anti-albanesi sembrano pertanto una sorta di montatura (e cosi' vogliamo sperare!), che si verificano in particolari momenti di incertezze politiche, alla vigilia delle elezioni per esempio o durante decisioni politiche di un certo rilievo. In questi giorni e' in corso un serrato dibattito tra il governo e l'opposizione, in particolare tra il presidente Djukanovic e il leader dell'SNP Bulatovic, sulla definizione della legge per il referendum sull'indipendenza del Montenegro.
Occorre infine considerare che ad alcuni la presenza di turisti albanesi ha dato particolarmente fastidio e come dice un edicolante di Ulcinj: "per alcuni terroristi e turisti sono la stessa cosa, solo che siano albanesi". Purtroppo però dopo l'incidente a Cakor la situazione potrebbe anche compromettersi ulteriormente, minacciando una convivenza pluriennale. Speriamo si sia trattato di un semplice episodio isolato che non avrà ulteriori conseguenze e sviluppi.

L'accordo raggiunto in Macedonia non piace a tutti

26/06/2001 -  Luka Zanoni

Secondo quanto riportano le agenzie, sembrerebbe che proprio l'accordo, stretto tra i rappresentanti internazionali (NATO e UE) e i guerriglieri dell'UCK per la smilitarizzazione di Aracinovo, sia stato la miccia che ha scatenato l'assalto al parlamento di Skopje la notte scorsa Il governo macedone che inizialmente non si era dimostrato disponibile ad accettare l'accordo per il ritiro delle truppe dell'Esercito di Liberazione Nazionale dal villaggio di Aracinovo, ha dovuto infine cedere alla pressioni internazionali che minacciavano di bloccare il flusso di aiuti.
Occore però aggiungere che alcuni indizi, come la distribuzione di volantini minacciosi ad opera del macedone Paraesecrito 2000, così come la presenza di uomini in uniforme che hanno marciato sul parlamento, lascia pensare che si sia trattato di un'azione pianificata da tempo. Il folto numero di riservisti e agenti delle forze di polizia, armati e in uniforme, ai quali si sono uniti in seguito i civili, ha assaltato la sede del parlamento di Skopje. La protesta, iniziata durante la prima seduta degli incontri tra partiti albanesi e macedoni per cercare di trovare un'intesa politica che ponga fine alla crisi in corso da almeno quattro mesi, è sfociata con atti di violenza da parte dei manifestanti. Divelte le transenne la folla ha fatto irruzione nell'edificio del parlamento e grazie alla pressoché assenza del servizio d'ordine, i dimostranti hanno iniziato a saccheggiare alcuni uffici dell'edificio, quando i politici presenti se ne erano ormai andati dalla porta di servizio.
Il culmine della protesta nazionalista macedone è stato poi raggiunto quando i dimostranti entrati nel parlamento hanno strappato la bandiera macedone che è stata sostituita con il vecchio vessillo nazionale con il sole a sedici raggi, proibito dal 1993 al termine di un lungo contenzioso con la Grecia. I manifestanti tra urla e spari hanno infine esortato il presidente macedone e il capo del governo a presentarsi di fronte alla folla per "dare spiegazioni sull'accordo con i terroristi albanesi".
Civili macedoni avevano inoltre bloccato il convoglio di 15 autobus con il simbolo dell'UN e alcuni camion della compagnia americana "Brown and Root" con i quali più di cento tra guerriglieri albanesi armati e civili hanno lasciato Arcinovo. Il convoglio è riuscito a passare solo dopo che alcuni militari statunitensi hanno sparato in aria alcuni colpi di fucile.

Si aggrava la crisi macedone

26/06/2001 -  Luka Zanoni

La crisi macedone si acuisce di giorno in giorno. Dalla seduta di ieri del vertice europeo dei ministri degli esteri a Lussemburgo non è uscito un granché. Da parte macedone era presente solo il ministro degli esteri Ilenka Mitreva, mentre ci si aspettava la presenza del premier di governo o del presidente Trajkovski. La Mitreva ha dichiarato che passi avanti si stanno facendo, nonostante le critiche e le riserve della presidentessa di turno per la UE Anna Lindh.
La parte albanese era presente col vice rappresentante dell'Uck per l'Europa, Florin Ramadani, che ha dichiarato "Noi vogliamo la Nato in tutto il territorio macedone, ma senza creare zone cuscinetto che dividano le due comunità". Più volte, sostiene Ramadani, l'UCK ha esortato le forze di sicurezza macedoni a cessare il fuoco, ma - aggiunge il rappresentante - l'esecutivo di Skopje "ha preferito usare il modello Milosevic".
L'insoddisfazione dei ministri della UE è stata espressa nella minaccia di cessazione degli aiuti finanziari alla Macedonia. Si parla di circa 80 milioni di euro, dei quali 30 sono già stati stanziati. La preoccupazione dei quindici ministri è motivata dall'impiego degli aiuti finanziari come approvvigionamenti militari. Gli aiuti erano stati stanziati dopo la firma dell'Accordo di associazione e stabilizzazione con la UE, da parte della Macedonia, primo paese balcanico a sottoscrivere tale tipo di accordo.
In conclusione, i ministri europei addossano una pesante responsabilità a tutti i leader politici del paese ed invocano il rispetto dell'accordo sulla smilitarizzazione di Aracinovo e sul ritiro delle truppe dell'UCK, ciò inoltre "deve essere seguito rapidamente da un cessate il fuoco per l'intero paese e da ulteriori progressi nelle misure di rafforzamento della fiducia". Tutto ciò verrà fatto con la presenza di mediatori internazionali e a tal proposito è stato nominato l'ex ministro della difesa francese Francois Leotard come rappresentante permanente dell'UE a Skopje, sotto le direttive di Javier Solana.

Si intensificano i segnali di guerra civile in Macedonia

14/06/2001 -  Luka Zanoni

I segnali di un'imminente guerra civile sembrano esserci ormai tutti. Non solo per il fatto che le agenzie di ieri ed oggi riportino la dizione "guerra civile" nei loro testi, ma anche e soprattutto per le parole che nelle scorse ore sono state espresse dagli uomini politici coinvolti nella crisi. A tutto ciò occorre aggiungere il panico della popolazione che già avverte il precipitare della crisi.
Forse rimane ancora una flebile speranza nell'incontro diplomatico di oggi e domani a Ohrid, in Macedonia. Anche se una sensazione condivisa dice che la crisi macedone ormai scivola su un pericoloso piano inclinato.

La divisione del governo macedone

La spaccatura all'interno dell'ampia coalizione del governo macedone sembra sul punto di saltare. Il premier di governo Georgievski, sempre più orientato verso la dichiarazione dello stato di guerra, è in aperto conflitto con il presidente Trajkovski. Quest'ultimo, ampiamente appoggiato dalla comunità internazionale, cerca di sganciarsi dall'ombra del primo ministro per poter riprendere in mano la crisi interna ed uscirne in qualche modo vincitore, proprio quando la popolarità di Georgievski è in calo continuo e i suoi governi sono sempre meno stabili, senza contare poi che "il gruppo parlamentare del suo partito continua a disgregarsi a favore di altri gruppi parlamentari, mentre il ministro degli interni, Ljube Boskovski, che è stato portato a tale funzione da Georgievski come proprio 'soldato di partito' fidato, ha dichiarato che lo stato di guerra non è necessario" (D. Nikolic, La macedonia sta scivolando verso la guerra civile?, Danas, 9-10 giugno2001, tr.it. Notizie Est 447).
L'assenza di una vera comunicazione tra Georgievski e i leader albanesi, presenti nella coalizione di governo, uniti ai tentativi di boicottaggio del presidente Trajkovski da parte del primo ministro macedone, sono elementi che offrono la difficoltà strutturale del quadro entro il quale è collocata la crisi macedone. Pertanto in una situazione in cui "il vertice dello stato è 'amorfo'" sembra che sia difficile definire in tempi brevi un piano per la soluzione della crisi. Va aggiunto infine che l'esaurimento dei mezzi finanziari macedoni desta una certa preoccupazione. Sempre Danas riferisce che "finora la guerra è costata circa 350 milioni di marchi, cioè un milione di marchi al giorno", preannunciando che con il proseguimento del conflitto verranno drasticamente diminuiti stipendi e pensioni. Tutto ciò in previsione di un aumento delle forze di sicurezza macedoni, che dovrebbero acquistare nuovi armamenti dall'Ucraina e dalla Jugoslavia.
Trajkovski ha, tuttavia, proposto un piano di soluzione della crisi, che, a ben guardare, sembra ricalcare il piano avanzato tempo fa dall'ambasciatore Frowick. Il piano in cinque punti, da realizzare nell'arco di circa 45 giorni, mira, soprattutto nelle prime due fasi, alla soluzione militare addolcita dalla promessa di amnistia di quei combattenti non volontari che non si sono macchiati di crimini. Un commento di Andrea Ferrario, curatore di Notizie Est, definisce il piano "più un pietoso velo per coprire la mancanza di prospettive dei vertici del potere macedone, che un documento in grado di fornire una base, anche solo generica, per una soluzione della crisi nel paese" (Notizie Est 447).
Una cosa sembra certa, e cioè che il piano di Trajkovski ha tutta l'aria di essere "l'ultima chance" del dibattimento "politico", prima di procedere ad un intervento radicale e gettare il paese nella guerra civile (cfr. Saso Ordanoski, Trajkovski's "last chance plan", IWPR, 13 june 2001). Acquista, infine, rilievo il fatto che - come comunica l'agenzia serba Beta, su informazione del portavoce della polizia macedone Stevo Pendarovski - "a Skopje sia iniziato l'armamento dei maschi militarmente abili, al fine di accelerare la mobilitazione delle pattuglie dei riservisti della polizia, in caso di attacco degli estremisti albanesi".

L'intervento internazionale

La possibilità di un intervento internazionale è riecheggiata nelle parole del presidente francese Chirac e in quelle del consigliere del capo della diplomazia greca Alexis Rondos. Durante il summit della NATO che si è tenuto ieri a Bruxelles, il presidente francese ha detto, riferendosi alla crisi macedone, che "non bisogna escludere qualsiasi forma di azione necessaria a fermare questo sviluppo" (Sense). Solo poco dopo Chirac si è premurato di ribadire che "non stava pensando ad un eventuale azione militare" e che eventualmente la considererebbe come "l'ultima risorsa". Ma anche le parole di Blair sembrano andare nella direzione di un intervento. Secondo quando riportato dalla Reuters, Tony Blair ha detto che "è meglio creare dei preparativi e stabilizzare la situazione piuttosto che aspettare e lasciare che la situazione si deteriori" (Reuters 13 giugno 2001). L'agenzia inglese sottolinea inoltre che Francia e Gran Bretagna sono i primi promotori del piano della UE per creare una propria forza militare di reazione rapida.
Tuttavia anche la Grecia, come abbiamo detto, avanza ipotesi di intervento. Secondo Alexis Rondos l'azione della NATO in Macedonia non la si dovrebbe immaginare come "una grande campagna sul tipo di quella in Kosovo", né come una qualsiasi invasione. "Per quanto riguarda la presenza militare non richiederebbe un gran numero di persone. Si tratterebbe di un piccolo gruppo di militari ben addestrati, che rappresenterebbero la comunità internazionale in senso militare. Tale presenza militare garantirebbe il rispetto del cessate il fuoco, il disarmo dei rivoltosi e la sorveglianza sulla loro ritirata. Tale sviluppo offrirebbe lo spazio e il tempo per un accordo politico inter-macedone" (Sense, 13 giugno 2001). Fonti dalla Bulgaria riportano inoltre che, dopo la decisione della riunione del consiglio di sicurezza nazionale, sono già in corso nel paese esercitazioni di truppe speciali bulgare anti terrorismo (Sega, Monitor).
Ma le pressioni internazionali e macedoni sembrano aver favorito la crescita, anche nel Congresso americano, di un'ala favorevole all'intervento in Macedonia. Come riporta l'Ansa "senatori e autorevoli 'opinion makers' hanno oggi chiesto che gli Stati Uniti prendano l'iniziativa di cercare una soluzione politica alla crisi macedone, se necessario con il ricorso a truppe della Nato e anche americane. Il senatore Joseph Biden presidente della commissione del Senato per gli affari esteri dedicata alla crisi in Macedonia e alla presenza degli Usa nella Regione ha detto che: "Il nostro Paese deve aumentare il proprio impegno. La posta in palio in Macedonia è semplicemente troppo alta perché possiamo scegliere di avere un ruolo di secondo piano. Che piaccia o no, solo gli Stati Uniti hanno la credibilità politica e militare presso tutti i gruppi etnici per gestire con successo e risolvere la crisi nei Balcani" (Ansa 13 giugno 2001).

La popolazione nel panico

I quotidiani bulgari affermano che sono in corso allestimenti di capi profughi nel paese, per far fronte all'escalation di un intervento militare (Sega, Monitor). La preoccupazione della popolazione civile in Macedonia è altissima. Le rincorse ai generi alimentari, alle pompe di benzina e ai farmaci, sono indici sintomatici del forte odore di guerra che si avverte nella regione. Non sono pochi quelli che iniziano a lasciare il paese, senza aiuti dal governo o dalle agenzie internazionali. Migliaia di persone, insieme albanesi e macedoni, stanno lasciando Skopje, come conseguenza all'arrivo dell'UCK nei villaggi attorno alla capitale. La popolazione di Aracinovo, Vrnjarce, Stajkovci, tutti villaggi nei dintorni della capitale, così come i residenti di Cento e degli altri sobborghi di Skopje stanno lasciando le proprie abitazioni ( Gordana Stojanskova Icevska, "Skopje braced for war", IWPR 13 june 2001). L'UNCHR ha fatto sapere che dall'8 giugno presso la frontiera di Blace, fra il Kosovo e la Macedonia, è stato stimato un flusso di 12.00 persone, in prevalenza donne e bambini, verso la regione del Kosovo.
Nonostante i ripetuti inviti da parte del governo macedone rivolti a tranquillizzare la popolazione - "i cittadini non dovrebbero preoccuparsi della sicurezza della città di Skopje e delle sue vitali facilità perché sono assicurati" ha detto il portavoce del governo Antonio Milososki, riferendosi alle minacce fatte nei giorni scorsi dal comandante dell'UCK, Hoxha, circa la possibilità di colpire la capitale macedone - la psicosi da guerra si è già innescata.

Macedonia: ancora incidenti

10/06/2001 -  Luka Zanoni

La situazione in Macedonia peggiora di giorno in giorno. Dopo l'uccisione di cinque militari dell'Esercito macedone, un altro soldato macedone è morto domenica, come comunica l'agenzia "Beta" si tratta del capitano Sinisa Stojilov. Con lui altri tre soldati sono rimasti feriti dalle milizie dell'UCK nelle vicinanze del villaggio di Slupcane, presso Kumanovo. L'azione, dell'Esercito macedone, era iniziata all'alba di domenica nei dintorni di Slupcane, Orizare e Otlja.Ieri, per voce di uno dei capi dei ribelli albanesi, il comandante Hoxha, è stato lanciato un ultimatum al governo di Skopje. Il comandante Hoxha ha dichiarato, infatti, che se l'esercito macedone non cesserà le offensive contro i villaggi del nord controllati dall'Uck, le forze della guerriglia colpiranno Skopje. Hoxha ha riferito via telefono alla Reuters che "saremo in grado di colpire gli obiettivi che consideriamo legittimi nella stessa Skopje, quali: l'aeroporto, il parlamento, la stazione di polizia, il Ministero della Difesa o il Ministero dell'Interno". Hoxha ha inoltre precisato che la città verrebbe colpita dalle montagne con razzi, proiettili di mortaio da 120mm e alcune armi anti aeree, aggiungendo infine, che la quantità di armi a disposizione non è ampia ma sufficiente.
Il luogo dal quale condurre gli attacchi alla capitale macedone potrebbe essere la collina attorno alla cittadina di Aracinovo, distante solo dieci chilometri da Skopje e occupata venerdì dall'UCK che immediatamente ha proclamato l'intera zona "territorio libero". Tuttavia, come riporta l'agenzia "Reuters", un esperto della difesa ha fatto notare che i proiettili da 120mm utilizzati dai mortai, hanno una gittata di 4,5 miglia, non sufficiente quindi per colpire l'aeroporto o gli altri obiettivi che Hoxha ha menzionato. Non è chiaro quindi quanto sia credibile la minaccia rappresentata dalle altre armi a disposizione.Nel frattempo continua la fuga di civili dalla zona dei combattimenti. Secondo l'Alto commissariato dell'ONU per i rifugiati, nella sola giornata di sabato circa 4.500, fra i quali bambini e anziani, hanno, attraversato la frontiera col Kosovo , come riporta l'"Ansa" si tratterebbe del numero più alto raggiunto dall'inizio del conflitto a febbraio scorso. Come riporta in prima pagina il quotidiano "Danas" , la situazione è preoccupante anche per la popolazione civile di Kumanovo (oltre 100.000 abitanti), che da giorni ormai rimane sotto regime di ristrettezza idrica, dopo che l'Esercito di Liberazione Nazionale (UCK) ha preso possesso della diga di Lipkovo. Attualmente la città viene rifornita da una trentina di cisterne per l'acqua potabile, che tuttavia non sono sufficienti nemmeno per i bisogni minimi.