In centro a Baku - Christian Eccher

In centro a Baku - Christian Eccher

L'Azerbaijan è malato della cosiddetta "sindrome olandese". E lo dimostra il divario tra il centro della capitale Baku e le sue periferie. Un reportage

27/02/2018 -  Christian Eccher

La luce lunare, pallida e diafana, scioglie i colori e i contorni delle abitazioni di Shuvalan, un sobborgo popolare alla periferia nord di Baku. Di notte, gli oggetti solidi che solitamente al sole si stagliano contro il cielo turchino, perdono la propria concretezza e diventano d’aria, densa e lattiginosa: antichi palazzi sovietici dalle facciate scrostate, sulle quali, d’autunno, l’acqua piovana trabocca dalle vecchie grondaie e lascia lunghi segni neri; piccole case dalle pareti di cemento armato e dai tetti in lamiera; strade non asfaltate ricoperte di sabbia su cui le auto in transito scavano solchi profondi come aratri sui campi coltivati (può capitare che dalle mura di recinzione che racchiudono un cortile, una vite o un fico protendano i rami e le foglie verso l’esterno, in un’esplosione di verde vitale che uccide la monotonia grigia della periferia e quella marrone della sabbia che entra nei vestiti, nelle scarpe e insieme ai raggi del sole si insinua sotto le palpebre socchiuse dei rari passanti). Lì dove finisce il centro abitato, un fanale posizionato sulla porta di una casupola senza finestre - un magazzino per attrezzi - si accende e si spegne a intermittenza e illumina debolmente un prato, su cui sono disseminati rifiuti di ogni tipo. Fra i rari steli d’erba ingiallita si insinuano ampie chiazze di sabbia. Più in là, un muro di cinta segna l’inizio di una proprietà privata: una villa in costruzione, abusiva, a ridosso della spiaggia.

Il Mar Caspio, il lago salato più grande del mondo, si trova a pochi metri dalle ultime case di Shuvalan, ma non se ne sentono né l’odore né tantomeno il rumore. Un ronzio continuo, simile al canto all’unisono delle cicale, invade e ricopre uniformemente lo spazio che separa l’abitato di Shulavan dal mare. Dalla vicina centrale elettrica - un cubo dalle pareti blu che brucia gas per produrre elettricità - ha inizio l’elettrodotto: i primi tralicci, che si trovano ancora nel territorio della centrale, sono bassi e quasi all’altezza del suolo. All’improvviso, però, i pali di acciaio si alzano al cielo e allontanano dalla terra e dalle abitazioni i cavi conduttori. L’elettricità scorre lungo l’elettrodotto e viene poi portata fino in Georgia. A causa dell’alta umidità contenuta nell’aria, quando il flusso di elettroni tocca gli isolatori, vale a dire quei dischi di vetro e silicio che evitano il contatto fra il traliccio e i cavi conduttori, si produce una frizione che genera il ronzio e spesso scintille azzurre, la cui luce scialba e debole si confonde con quella delle stelle.

A fatica si raggiunge il mare; la sabbia, il ronzio, l’aria calda e umida, la luce pallida della luna rallentano il camino. La spiaggia è disseminata di scorze di cocomero, bottiglie di plastica, fazzoletti di carta usati. Su un tronco giunto fino a riva siede a gambe accavallate Ilham, un elettricista impiegato alla vicina centrale. “Mi chiamo come il presidente della Repubblica, Ilham, solo che purtroppo il mio cognome non è Aliyev”, dice con una punta di ironia. Guarda le onde che si infrangono sulla battigia e beve una birra spumosa e di pessima qualità da una bottiglia semivuota. È l’ultima. Lo ha promesso a se stesso. Da domani smetterà di bere. Per sempre. Lo dice ogni giorno.

Ilham vive in un container prefabbricato nel territorio della centrale. Ha anche un altro container dove ha allestito il suo laboratorio. Aggiusta computer, bollitori, calcolatrici. Nella sua officina, la luce di una lampadina sempre accesa dà contorni certi e ben definiti alla realtà. Sulla spiaggia, invece, la luna confonde e imbroglia, con il suo monotono chiarore. “Mia moglie non mi ama per via dell’alcol”, dice Ilham. Ha 43 anni ma ne dimostra venti di più. I capelli brizzolati, il viso rugoso e bruciato dal sole giaguaro azero, un incisivo superiore perso molti anni fa a seguito di un incidente. Ilham è di un paese distante 140 km da Baku; a casa, oltre alla moglie, ha lasciato due figlie in età scolare. Fino a una decina di anni fa lavorava come agricoltore, coltivava ortaggi e curava gli alberi da frutto del suo campo. Adesso guadagna 700 manat al mese, vale a dire circa 350 euro. Da due mesi, però, non viene pagato. “Qui non è come da voi, in Europa”, afferma Ilham, mentre guarda davanti a sé. Siede proprio di fronte alla stella polare. Lamenta il disinteresse delle istituzioni governative nei confronti dei problemi sociali che affliggono il paese e il fatto che, nonostante gli enormi profitti provenienti dalla vendita del petrolio, anziché diminuire, in Azerbaijan le disuguaglianze di classe siano sempre più marcate.

L’altra Baku

Torri altissime, a forme di fiamma, su cui di notte i led disegnano fuochi, bandiere, sagome umane. Il selciato lucido della centralissima via Nizami riflette la luce di mille lampioni, quelli che illuminano il cuore di Baku, disseminata di caffè, ristoranti e negozi di abbigliamento con le magliette Lacoste, le borse di Gucci e gli abiti di Valentino esposti nelle vetrine. Questa Baku, quella ricca, è a soli 30 km da Shuvalan, ma è lontana anni luce da Ilham e dal resto dell’Azerbaijan. Come ha fatto un centro che fino a 150 anni era poco più grande di un villaggio a diventare una città rutilante, moderna, strutturata secondo logiche urbanistiche neoliberiste, e perché la periferia di questa stessa città e il resto del paese vivono ancora in condizioni di estrema povertà?

Nel 1846 fu scoperto il petrolio nella baia di Baku, che dal 1806 era entrata a far parte dell’impero russo. Mercanti, imprenditori, semplici operai cominciarono ad affollare la città; vennero costruite strade e ferrovie per portare la preziosa miscela di idrocarburi verso il Mar Nero e la Russia; i magnati petroliferi edificarono i propri palazzi in stile europeo. Fu soprattutto Zinaladbin Taghiev, figlio di un povero calzolaio, che contribuì alla crescita culturale e urbana della città: dopo aver scoperto l’olio nero in un campo di sua proprietà, infatti, investì gran parte dei propri guadagni nella costruzione di scuole e teatri.

Baku divenne una città moderna ma non riuscì mai a trasformarsi in un vero e proprio polo intellettuale; il primato di capoluogo culturale del Caucaso, infatti, spettava a Tbilisi, da sempre rinomata per i suoi collegi e le università che richiamavano giovani da tutta l’Eurasia. Baku era però una città profondamente multiculturale, che ospitava ebrei, azeri, armeni, russi, georgiani, polacchi... I primi conflitti fra le diverse nazionalità, che all’inizio avevano una connotazione marcatamente di classe, risalgono al 1909: i lavoratori cristiani (russi e armeni, i polacchi erano per lo più ingegneri) godevano di un prestigio sociale e di paghe maggiori rispetto a quelli musulmani, vale a dire azeri. Fu il governo centrale di San Pietroburgo a trasformare le problematiche di classe in dispute etniche, che sfociarono in veri e propri scontri.

L’odio fra azeri e armeni affonda le proprie radici in quest’epoca, anche se fu messo a tacere dopo la Rivoluzione del 1917 e la dissoluzione delle repubbliche democratiche dell’Azerbaijan e dell’Armenia – che ebbero vita breve ed entrarono a far parte dell’impero sovietico fra il 1921 e il 1922. Anche durante gli anni dell’URSS Baku continuò a fornire di petrolio l’immensa area controllata da Mosca. Gli ingegneri azeri ebbero un ruolo fondamentale nella scoperta del gas e del petrolio in Siberia, che ancora oggi sono una fonte di guadagno fondamentale per la Russia di Putin. Negli anni ’50 e ‘60, Baku assunse le sembianze di una tipica città sovietica: le krusciovke, edifici di 5 piani che permisero al presidente Nikita Krusciov di risolvere una volta per tutte il problema della mancanza di alloggi, sorsero ovunque, nel centro della città così come nelle periferie.

Il crollo dell’URSS fu un vero e proprio terremoto per l’Azerbaijan. Cominciarono gli scontri con gli armeni nella repubblica autonoma del Nagorno-Karabakh, regione che venne occupata da Jerevan grazie all’aiuto di Mosca. Si calcola che dal 1992, anno di inizio della guerra, circa 700.000 azeri abbiano lasciato il Nagorno-Karabakh e l’Armenia e 300.000 armeni siano stati costretti ad abbandonare le proprie case in Azerbaijan. L’Armenia ha chiuso le proprie frontiere e non c’è nessun collegamento diretto fra Baku e Jerevan. In queste due città, le nuove generazioni non hanno mai visto un loro coetaneo di nazionalità “nemica”. Azeri e armeni, che da sempre hanno vissuto gli uni accanto agli altri, non si conoscono più.

Nel 1991, l’Azerbaijan divenne indipendente. Il primo presidente, Heydar Aliyev, che era stato anche segretario del partito comunista azero durante gli anni sovietici, riuscì a riportare la tranquillità e l’unità nel paese, anche grazie alla retorica di guerra legata al Nagorno-Karabakh. Nel 1994 fu firmato il “Contratto del secolo” fra lo stato azero e le principali compagnie petrolifere mondiali. Venivano divisi spese e guadagni legati all’estrazione di gas e petrolio e Baku conobbe un nuovo boom economico, dopo quello di inizi ‘900. Il PIL cresceva ogni anno vertiginosamente. Dal 2014 a oggi però il prezzo del greggio è caduto del 40%, ed è diventato a tutti chiaro che l’Azerbaijan è un paese malato, e i sintomi di questo strano morbo sono assai visibili nelle strade della capitale, proprio negli squilibri fra periferia e centro. La diagnosi è ormai chiara a tutti gli economisti: il paese dei fuochi (è questo il significato della parola Azerbaijan), la patria dello Zoroastrismo, ovvero della religione legata alla fiamma che si sprigiona dal sottosuolo e che fu sostituita nel VII secolo d.C. dall’Islam, aveva contratto il virus della malattia olandese (Dutch Desease), che negli stessi anni contagiava anche anche il Kazakistan, la Russia e la Norvegia.

Il male olandese

Negli anni ’60 in Olanda venne scoperto il gas. Amsterdam cominciò a esportare questa risorsa naturale per poi accorgersi che non riusciva più a vendere i propri prodotti agricoli né all’interno né tantomeno all’esterno del paese. Persino i fiori, punta di diamante delle produzione olandese, venivano importati dall’Argentina. Negli anni Novanta, il Kazakistan esportava petrolio. Per un misterioso gioco del destino, le mele di Almaty, le più buone e le più grandi al mondo, non avevano più mercato. Anche nella stessa Almaty, gli acquirenti preferivano acquistare le mele provenienti dalla Polonia. I piccoli imprenditori agricoli kazachi fallirono miseramente nel giro di pochi anni. A inizi anni Novanta Ilham, l’elettricista di Shuvalan, coltivava insalata e frutta di vario genere, che vendeva a un grossista di Baku il quale si premurava poi di rifornire i mercati di Astrahan, in Russia. Nel giro di pochi anni Ilham è fallito ed è stato costretto a lasciare il suo paese natale e a trovare impiego nella centrale elettrica; il suo grossista è emigrato a Novosibirsk, per lui non c’era più lavoro in Azerbaijan.

Cos’hanno in comune le mele di Almaty, i fiori olandesi e la frutta di Ilham? Sono stati colpiti dal virus della malattia olandese, che non è un parassita, ma un meccanismo economico molto semplice anche se invisibile, diafano, e per questo assai insidioso. I paesi che esportano materie prime come il gas e il petrolio ottengono dollari in cambio delle merci che vendono. Fiumi, montagne di dollari entrano in quel paese che è ricco di greggio e di metano. Se le riserve in valuta straniera sono abbondanti, si assiste anche a un rafforzamento della moneta locale, contro il quale i governi non possono opporsi. L’economia è governata da strutture profonde per dirla con Chomsky, in tutto e per tutto simili a quelle che regolano il linguaggio e i rapporti sociali. Le teorie dello psicanalista Lacan e del linguista de Saussure possono essere applicate anche alle scienze economiche. C’è una forza invisibile, che non dipende dai singoli, a stabilire le leggi che stanno alla base della grammatica, della sintassi, dei comportamenti umani in società e anche dell’economia. Un assioma fondamentale in campo finanziario asserisce che se la moneta locale si rinforza, come è avvenuto al manat azero dopo il ’94, i prodotti destinati all’esportazione diventano più cari per i paesi stranieri che li comprano. Ilham vendeva le proprie susine al grossista in manat. Il suo grossista le rivendeva in rubli al mercato di Astrahan, ma il prezzo in rubli aumentava ogni giorno di più, proprio perché il manat era sempre più forte nei confronti di tutte le altre monete straniere (non illudetevi: svalutare la moneta nazionale è un palliativo che lenisce ma non elimina i sintomi della malattia olandese). Agli acquirenti russi conviene comprare le susine armene, che costano molto meno di quelle azere. La conseguenza è che Ilham, anziché lavorare nel suo orto, è stato costretto a trasferirsi a Baku e a cercare un altro lavoro.

Il prezzo del petrolio è di per sé molto volatile: nel 2014 il costo di un barile di greggio è passato da 115 a 70 dollari. A quel punto in Azerbaijan si è verificata un’ondata di panico. Dove prendere i soldi per far funzionare la cosa pubblica, in una realtà in cui ogni altra attività economica non legata al petrolio è fallita a causa del manat forte? La malattia olandese si chiama così perché fu studiata per la prima volta in Olanda negli anni ’60 del secolo scorso, ma un fenomeno analogo si era già verificato nel ‘600 nella Spagna di Filippo II, all’epoca sommersa dall’oro americano. Recentemente, anche la Norvegia è stata colpita dal morbo olandese, eppure il governo è riuscito a mitigarne gli effetti sull’economia interna perché il rimedio fondamentale a ogni tipo di crisi economica è un sistema statale sano, solidale e funzionale, che non esiste in Azerbaijan dove una sola persona, il presidente Ilham Aliyev, figlio del precedente capo di Stato, controlla sia le istituzioni politiche sia i flussi economici che entrano ed escono dal paese. Come Oslo, anche Baku ha un fondo di emergenza che dispensa aiuti in caso di bisogno. In Norvegia, però, ci sono organismi istituzionali di controllo che fanno sì che il denaro non venga sperperato ma distribuito a chi ne ha bisogno. In Azerbaijan non ci sono meccanismi simili e non c’è trasparenza nella gestione delle risorse pubbliche.

A questo si aggiunga che durante il boom petrolifero degli anni Novanta, i presidenti Aliyev, padre e figlio, non hanno promosso progetti volti a creare strutture sociali – scuole, ospedali, consultori, uffici di pianificazione economica e di sostegno alla piccola imprenditoria – al servizio del cittadino. Il denaro è stato investito in quelli che l’esperto di relazioni internazionali Ilgar Gurbanov chiama “elefanti bianchi”, vale a dire progetti senza alcuna utilità sociale: palazzi enormi, sottopassaggi in marmo, torri altissime in vetro, eventi apparentemente memorabili ma che non lasciano traccia di sé (l’Eurosong del 2012, la gara di Formula 1 del 2017 per le strade del centro della capitale). Baku è malata. La sua periferia affonda. Nei sobborghi della capitale azera si muore: dal 1984 la municipalità della capitale (in mano a un uomo del presidente) non ha sentito l’esigenza di adottare un piano regolatore. I casermoni nuovi costruiti da imprenditori senza scrupoli sorgono spesso a pochi metri dai pozzi petroliferi; l’olio nero si insinua nelle falde acquifere ed è altamente cancerogeno. Le vecchie krusciovke del centro vengono sistematicamente rase al suolo per lasciare spazio a grandiosi edifici dagli appartamenti lussuosi. Gli abitanti delle krusciovke vengono spostati alla periferia della città, in alveari di cemento o in catapecchie dai tetti di lamiera.

Nella bellissima e spettacolare Baku, piena di luci e di arabi con la macchina fotografica a tracolla, nascono nuovi, inquietanti ghetti, che il governo nasconde con mura alte e impenetrabili. La strada che va verso l’aeroporto e poi prosegue per Shuvalan è costeggiata da barriere di cemento. Servono a nascondere la povertà: le vecchie Lada sovietiche parcheggiate vicino alle case dalle rozze pareti mai tinteggiate, gli uomini senza denti che non hanno i soldi per pagare un dentista, le strade non asfaltate, i bambini che giocano a pallone e che non potranno permettersi un’istruzione degna di questo nome perché le scuole pubbliche sono allo sbando e quelle private costano una fortuna. Un insegnante delle medie guadagna circa 250 euro al mese, troppo poco per vivere, meglio emigrare e lavorare in Russia. Nei villaggi azeri mancano professori e maestri di matematica, chimica e fisica. Per questo le classi sono numerosissime e il livello dell’istruzione è pessimo. La situazione è talmente critica che ne parlano persino i giornali vicini al regime, come “Eho”, quotidiano in lingua russa. Il malgoverno fa più danni della malattia olandese. “Eho” non lo dice, ma questa è una verità lapalissiana.

Aysel

Sul lungomare di Baku, fra il parco Bulvar e la città vecchia – un labirinto di case che ricorda un suq arabo, ma che è stato adattato alle esigenze dei turisti internazionali, con negozi di souvenir, ristoranti e lussuosi caffè – c’è Aysel. Siede sullo scalino di marmo che separa la passeggiata dal mare, appoggia la schiena alla transenna di ferro e guarda verso le tre “Torri del fuoco”, i palazzi a forma di fiamma che si illuminano e disegnano spettacolari cascate di luce. Tre “elefanti bianchi” che sono ancora vuoti: solo l’11% degli appartamenti è stato affittato o comprato nonostante le tre torri siano il simbolo di Baku e la loro costruzione sia stata terminata nel 2012.

Aysel è tornata pochi mesi fa da Berlino, dove ha finito di studiare relazioni internazionali. Viene da una famiglia di avvocati e lavora in un’importante università della capitale come segretaria. Alta, dinoccolata, i capelli lunghi e neri, gli occhi leggermente a mandorla e la pelle olivastra. In Germania si è innamorata di un ragazzo con cui ha avuto una storia lunga e romantica, ma non ha avuto il coraggio di dire ai genitori di essersi fidanzata. La madre ha già trovato per lei un pretendente azero, un impiegato della British Petroleum, un’azienda legata a doppio filo al presidente Aliyev e all’intera economia del paese. Aysel non ha avuto il coraggio di ribellarsi e sembra aver accettato la decisione dei genitori come un segno del destino. Ha lasciato il suo tedesco e si sposerà in primavera. Si gira, guarda verso il porto brulicante di luci e di persone e alza gli occhi al cielo, dove le stelle si intravvedono a malapena, coperte dal bagliore della città. “Da qui la stella polare non si vede. Bisogna andare verso nord, oltre l’aeroporto”, dice sconsolata Aysel. È vero. Bisogna allontanarsi e andare verso Shuvalan, sulla spiaggia delle scorze dei cocomeri, vicino alla centrale elettrica di Ilham, il quale di notte, ubriaco, quando nessuno lo vede, fa il bagno nudo, e schizza l’acqua verso il cielo ridendo e mostrando alla luna gigante la sua bocca larga, priva dell’incisivo superiore.


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